Cronaca
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Bozzolo dedica una via ad Arturo Chiodi nel centenario della nascita

La giunta comunale ha infatti deciso di ricordare così l'allievo di don Primo Mazzolari. Riprendiamo la biografia pubblicata dal figlio Ennio Chiodi

Nella foto (Archivio Quirinale) Arturo Chiodi con il presidente Francesco Cossiga

BOZZOLO – Arturo Chiodi è stato uno dei giornalisti più preparati ed importanti che la provincia di Mantova abbia avuto nella sua storia. Cittadino di Tornata, ricorre quest’anno il centenario della nascita e Bozzolo gli dedica una via. La giunta comunale ha infatti deciso di ricordare così l’allievo di don Primo Mazzolari. Riprendiamo la biografia pubblicata dal figlio Ennio Chiodi. Per ricordarlo anche noi, e dargli il giusto merito.

BIOGRAFIA ESSENZIALE – Arturo Chiodi (Tornata 1920 – Bolzano 2003) è stato un giornalista, docente e saggista, che ha vissuto quasi l’intero arco della sua vita nel corso del 1900, attraversando da protagonista – spesso in prima linea – diversi momenti della storia italiana: gli anni del fascismo e della guerra; la resistenza, la ricostruzione materiale e morale del Paese; gli anni del miracolo economico; quelli della crescita e dello sviluppo che hanno portato l’Italia tra i grandi del mondo; le grandi crisi internazionali; gli anni di piombo, quelli delle stragi e del periodo buio e angosciante del terrorismo brigatista: una vita segnata da un costante, alto, impegno professionale, saldo nei valori cristiani, e caratterizzato da lealtà, coerenza e onestà.

Arturo Chiodi nasce il 2 giugno del 1920 in una cascina agricola in via Chiesa in frazione Romprezzagno, nel comune di Tornata in provincia di Cremona da Ennio Chiodi e Brigida Fornasier, detta Bice, friulana di Rauscedo, in provincia di Pordenone. Un paio di anni prima di Arturo era nata Maria. Carolina e Orsola sarebbero arrivate negli anni successivi. La famiglia Chiodi si trasferisce presto nella vicina Bozzolo dove resterà fino al primo dopoguerra, quando il capofamiglia Ennio si stabilirà a Rauscedo per far nascere e organizzare i vivai cooperativi, produttori di barbatelle, già allora spediti dal Friuli in molti Paesi produttori di vite e vino.

A Bozzolo Arturo studia e cresce tra i libri del padre Ennio, sostanzialmente autodidatta, ma molto curioso, appassionato lettore di vasta cultura. Quando, nell’estate del 1932 Don Primo Mazzolari entra a Bozzolo – chiamato a riunificare le due parrocchie – Arturo ha 12 anni: fin dalla prima adolescenza, “parrocchiano di dentro”, chierichetto e allievo, vicino e accanto a quel prete così “importante” e così buono. A don Primo sarà vicino – sodale e collaboratore con altri giovani generosi e coraggiosi – durante i duri anni della resistenza, delle aggressioni squadriste, dei rapporti con la clandestinità cattolica, che avrebbe dato vita alla Democrazia Cristiana. Completa gli studi con la laurea in Storia e tra l’altro compie diversi viaggi a Roma, latore, in clandestinità, di documenti e scritti importanti e molto riservati.

Gli ultimi, terribili anni di guerra – quelli dell’occupazione nazista e della famigerata Repubblica di Salò – dal 1943 al 1945 – li trascorre in Svizzera, internato in campi di lavoro poco ospitali, ma provvidenziali per sfuggire a morte certa per mano fascista. Sarebbe stato condannato a morte in contumacia l’8 marzo del 1944. Sono anni difficili e duri durante i quali tuttavia riesce a studiare, a completare la sua formazione. Appena rientrato in Italia – qualche tempo dopo la liberazione – insegna alle scuole superiori e ottiene il primo incarico di una prestigiosa carriera nel mondo del giornalismo, che non avrebbe più lasciato per il resto della vita: la condirezione, per conto del Comitato di Liberazione Nazionale, in quota Democrazia Cristiana, de “La Gazzetta di Mantova” insieme a colleghi che come lui avrebbero contribuito allo sviluppo della stampa libera e democratica nel Paese.

Dopo quel veloce, produttivo, apprendistato viene chiamato ad un alto incarico nella SPES, la sezione propaganda e stampa della DC: lavora fianco a fianco con Alcide De Gasperi, che accompagna in numerosi viaggi in Italia e all’estero affrontando anche lunghi voli transoceanici particolarmente avventurosi con i velivoli di quei tempi.

Seguono – negli anni ‘50 – l’impegno come caporedattore al Giornale Radio della Rai – appena nata dalle ceneri dell’EIAR l’ Ente nazionale fascista di radiodiffusione – e la Direzione di diversi giornali: ad Ancona direttore de “La Voce Adriatica“; a Milano, direttore de “Il Popolo”; a Firenze, direttore del “Giornale del Mattino”. La famiglia seguiva, in quello straordinario vagabondare nella storia di un Paese che cresceva. A tutti quei giornali aveva collaborato – talvolta sotto pseudonimo, per le note restrizioni cui era sottoposto – Don Primo Mazzolari.

Nel 1959, l’anno della morte di Mazzolari, assume la guida di un giornale ancora più importante : “La Gazzetta del Popolo” di Torino, che – sotto la sua direzione – avrebbe rapidamente scalato le classifiche italiane di vendita e diffusione, in diretta concorrenza con i grandi giornali italiani tra cui La Stampa – l’altro quotidiano piemontese di proprietà della Fiat e della famiglia Agnelli. Resta direttore della Gazzetta fino al 1964: anni di coraggiose battaglie e campagne civili democratiche, all’interno e all’estero che comporteranno anche problemi di sicurezza per la sua persona e la sua famiglia. Vi collaborano intellettuali, cattolici e laici, di grande valore.

All’inizio degli anni ‘60 il passaggio dal giornalismo della carta stampata, a quello, ancora in formazione dell’informazione pubblica radiotelevisiva.

Da Torino, la famiglia Chiodi si trasferisce – armi e bagagli – a Roma e Ginevra: Arturo viene nominato corrispondente della Rai, accreditato presso le Nazioni Unite – la principale sede europea dell’ONU – dove si tenevano grandi conferenze internazionali e dove si stavano sviluppando le prime importanti trattative sul disarmo nucleare. Ci resta per cinque anni durante i quali contribuisce a realizzare una straordinaria trasmissione – “Un’ora per voi” – destinata alla ampia comunità italiana presente nella Confederazione Elvetica, prodotta dalla Rai e diffusa in orari di alto ascolto dalla televisione svizzera: una vera iniziativa di servizio pubblico che la Rai replicherà – come vedremo – per le comunità di italiani in Germania e in Belgio. In quella trasmissione Arturo Chiodi cura una rubrica di servizio che diventerà popolarissima, guidando gli italiani in Svizzera nella complessa rete di diritti e doveri propri di una comunità di lavoratori stranieri immigrati.

Le conoscenze acquisite in ambito diplomatico grazie alla frequentazione delle conferenze e degli incontri al “Palais des Nations” gli sarà molto utile nella sua successiva esperienza professionale: inviato speciale del Telegiornale (allora unico telegiornale italiano) per la copertura delle missioni dei Presidenti del Consiglio e dei Ministri degli Esteri italiani nel mondo.

Da quelle esperienze alla “Direzione dei Programmi per l’Estero” della Rai il passo è naturale. Per buona parte degli anni ‘70 guiderà una struttura propria del servizio pubblico (di un servizio pubblico che oggi, purtroppo è difficile riconoscere) che produrrà una serie di programmi e di servizi destinate a tutte le comunità italiane in Europa e nel resto del mondo, riuscendo ad ottenere la collaborazione e la partecipazione di personaggi di primo piano dello spettacolo e della cultura italiana di quei tempi. In quegli anni mantiene una proficua collaborazione con la TSI (la Televisione della Svizzera Italiana) per la quale propone una lunghissima serie di “Incontri” con protagonisti italiani della cultura, della politica, dello spettacolo e dello sport che i ticinesi desideravano conoscere più da vicino. Saranno gli anni di piombo e l’uccisione di Aldo Moro a riportare Arturo Chiodi nel mondo della politica, o meglio della comunicazione politica.

Passarono poche ore – quel drammatico 9 maggio 1978 – dalla notizia della brutale uccisione del Presidente della Democrazia Cristiana alla nomina del professor Virginio Rognoni a Ministro dell’Interno. Il ministro in carica Francesco Cossiga si era dimesso e il Paese non poteva restare in quel drammatico frangente senza un’autorevole guida in quel dicastero chiave per la democrazia e la sicurezza.

L’amico di sempre Benigno Zaccagnini, segretario nazionale della Democrazia Cristiana, chiese ad Arturo di affiancare Rognoni come responsabile della delicatissima comunicazione che quotidianamente dal Viminale era diretta ai mezzi di comunicazione di mezzo mondo, osservatori attenti di quanto stava succedendo in Italia. Lo fece egregiamente per 5 anni con raccogliendo unanime e pubblica stima dai colleghi giornalisti e dal mondo delle Istituzioni: anni terribili, densi di eventi drammatici, ma anche anni di grandi soddisfazioni con lo Stato che gradualmente riprendeva il controllo della situazione fino alla vittoria sul terrorismo eversivo brigatista e stragista. Anni difficili che – ancora una volta – hanno messo a rischio anche la sua stessa incolumità e reso complicata la vita della sua famiglia.

E’ proprio in quegli anni che, con Don Piero Piazza, da vita alla Fondazione Don Primo Mazzolari. Don Piero sarà il primo Presidente. Arturo Chiodi il primo responsabile del Comitato scientifico e direttore per anni della rivista “Impegno“, che curava con estrema attenzione e passione nei contenuti e nella diffusione. Da allora, fino alla fine, si occuperà della rilettura e della scrittura di saggi e antologie dedicate a Don Primo Mazzolari, che rappresenteranno uno strumento importante per la divulgazione della figura e del messaggio del profetico parroco di Bozzolo.

Chiusa la parentesi professionale in politica torna alla professione e alla sua passione: l’insegnamento alle giovani generazioni di aspiranti giornalisti.

E’ condirettore dell’Istituto per la formazione al giornalismo di Milano, gestita direttamente dall’Ordine professionale e unica scuola, al tempo, autorizzata a formare professionisti già pronti per entrare direttamente nella professione.

Contemporaneamente fonda a Mestre, con alcuni cari amici, la Scuola di giornalismo del Centro culturale Kolbe che forma giovani interessati alla comunicazione, ancora attiva con il nome di Scuola di giornalismo Arturo Chiodi.

L’ultimo atto della sua intensa vita professionale e stata la scrittura di un film documentario commissionato da Rai sulla figura di Don primo Mazzolari, realizzato dal regista Gilberto Squizzato e dal figlio Ennio, giornalista e dirigente Rai. Il lavoro è stato completato la sera del 10 settembre del 2003 nella sua abitazione di Bolzano. La mattina dopo, l’11 settembre del 2003, Arturo Chiodi ci avrebbe lasciato stroncato da un improvviso infarto. Riposa nel cimitero di Tornata, nella tomba della famiglia Chiodi – Valcarenghi.

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