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Incendio al macello, 91enne
accusata di essere la mandante
Difesa: 'Indagine a senso unico'

Nella foto i due imputati

L’avvocato Bertoletti

Erano presenti entrambi, oggi, gli imputati del procedimento per incendio doloso al macello suinicolo Icam di Solarolo Rainerio, posto in fregio alla provinciale Giuseppina, distrutto da un rogo scoppiato verso le 21 del 14 agosto del 2016. Le fiamme avevano avvolto il tetto dell’azienda e gli ambienti interni dove erano accatastati circa 200 quintali di carcasse di animali. Due giorni dopo il sindaco aveva emesso un’ordinanza di sgombero e inagibilità dell’edificio, rimasto completamente danneggiato. Lo stabile era stato posto sotto sequestro in quanto l’incendio, secondo i rilievi effettuati dai vigili del fuoco di Cremona, aveva origine dolosa.

Secondo l’accusa, le fiamme sarebbero state appiccate da Jalil Samir, 54 anni, ‘uomo di fiducia’ di Adele Anghinoni, 91 anni, all’epoca proprietaria del lotto dove sorgeva il macello, e secondo la procura, mandante dell’incendio. Oggi i due, difesi dall’avvocato Giovanni Bertoletti, si sono presentati per la prima volta in aula per sentire la testimonianza della presunta vittima, Giuseppe Bosco, che dalla Anghinoni aveva affittato il lotto per farne un macello suinicolo. Bosco, però, non si è presentato. ‘Motivi di lavoro’, c’è scritto nella giustifica fatta pervenire al tribunale. Il giudice ha però ritenuto troppo generici, e quindi non validi, i motivi dell’assenza, e ha disposto per la prossima udienza, fissata al 29 ottobre, l’accompagnamento da parte della polizia giudiziaria di Bosco e anche di un altro testimone chiamato dalla difesa. Anche quest’ultimo avrebbe dovuto essere sentito oggi, ma non si è fatto vedere. Vive a Bozzolo ma di fatto è senza fissa dimora. Il giudice ne ha disposto le ricerche e l’accompagnamento coatto.

Adele Anghinoni, arrivata sulla sedia a rotelle perchè reduce da un periodo di riabilitazione, capelli rosso fuoco e ancora tanta energia nonostante i suoi 91 anni, respinge con forza le accuse a suo carico. E con lei anche il suo braccio destro Jalil. “Per colpa di questa storia il mio nome è apparso sui giornali e ho perso ben tre lavori”, ha ricordato Jalil, in Italia dal 1988, in tasca un diploma da tecnico commerciale a Casablanca. L’uomo, che lavora da anni per la Anghinoni, la considera una “seconda mamma”. La sera dell’incendio, Jalil sostiene di essere stato al circolo Acli di Cremona, dove dal 2009 al 2017 è stato consigliere, mentre la Anghinoni era ad una festa a Torre dè Picenardi. “Dispiace essere venuti qui per niente”, ha detto l’imputata, che si è chiesta come mai Bosco non si sia presentato a processo. L’uomo, che risulta vittima, non si è costituito parte civile.

Contro i due imputati c’è un’intercettazione ambientale nella quale l’anziana, appena uscita dalla caserma dei carabinieri, avrebbe detto ad un amico che l’aveva accompagnata una frase in stretto dialetto casalasco che i militari hanno tradotto così: “Quello lì – riferendosi ad un uomo del suo entourage che era stato convocato con lei e Jalil – “non sapeva neanche che io avevo incendiato il capannone”. Per l’avvocato difensore Giovanni Bertoletti, la traduzione è tutta da verificare, e l’indagine “è stata a senso unico”. Secondo la difesa, gli inquirenti avrebbero dovuto prendere in considerazione anche altre persone. Ad esempio Giuseppe Bosco, che qualche giorno prima dei fatti aveva sottoscritto una polizza anti incendio. Perchè?. Qualche giorno prima del rogo, inoltre, il lotto era stato messo all’asta e Bosco era in trattativa con la banca per acquistarlo. Un’idea che non era affatto piaciuta alla Anghinoni, che tra l’altro aveva degli screzi con Bosco perchè da qualche mese non le pagava l’affitto.

Per la prossima udienza, nella quale saranno sentiti i due testimoni oggi assenti, è prevista anche la sentenza.

Sara Pizzorni

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