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Un commento

Cara Befana, ti scrivo:
la lettera di auguri
dell'eremita del Po

Dalle grandi città siamo spesso stati derisi, scartati, considerati solo per momenti mangerecci. Luoghi ai quali, in questa pandemia, possiamo dire di aver dato lezione

Cara Befana,

in questi giorni in cui, a seconda delle tradizioni, molti sono impegnati a chiedere gli straordinari a Santa Lucia prima, a Babbo Natale e Gesù Bambino poi, io ho deciso di scrivere a te, con un po’ di anticipo, nella speranza che tu possa essere meno impegnata dei tuoi blasonati “colleghi”.

Si dice che l’Epifania tutte le feste porta via: di questi tempi nasce spontaneo, quasi obbligato, certamente necessario e sincero, chiederti di portar via la pandemia. E’ chiedere tanto, lo so. Ma la storia ci insegna che, spesso e volentieri, i problemi più grossi, come quelli di tutti i giorni, li hanno risolti le donne.

La donna, per antonomasia, è madre. Per questo sa usare saggezza e prudenza, sa leggere meglio di altri i tempi e le situazioni. Allora sii un po’ madre, e nonna, di tutti: in questa fase più che mai.

Non rappresento nulla e nessuno, e non intendo farlo, non è nelle mia indole. A volte fatico anche a rappresentare me stesso. Sono nato, cresciuto e vivo in campagna, tra nebbie, zanzare, afa estiva e galaverna invernale. Tra profumi di prodotti genuini e antichi saperi tramandati dai nonni. Qui, un giorno, intendo anche morire. Preferisco i silenzi alla confusione; i luoghi appartati o dimenticati al chiasso delle grandi città. Non vado a fare shopping, lo trovo noioso e, anche per questo, ai più passo per antipatico e asociale, e va bene così. Preferisco camminare, di giorno e di notte, tra pioppeti e vecchie case coloniche dove restano solo pochi, ma essenziali ricordi di chi le ha abitate.

Continuo a farlo, non me lo possono impedire, perché vado da solo, non creo alcuna situazione pericolosa e non posso, quindi, essere accusato di nulla. Intorno al fiume, sul quale vivo, coloro che comandano in questo Paese, di questi tempi ci hanno divisi in zone ‘colorate’, ci hanno allontanati e hanno fatto chiudere, in diversi casi purtroppo per sempre, le nostre attività. Sperando, così, di risolvere i problemi. I risultati, solo in parte, e per brevi periodi, hanno dato loro ragione.

Nei nostri villaggi del Po non avevano bisogno di stabilire alcun coprifuoco (brutta parola, che rimanda a tempi non gloriosi); qui la nebbia scende presto e se ne va tardi, il freddo penetra facilmente nelle giunture di tutti. La gente, da sempre, in questa parte dell’anno, si chiude in casa presto, non appena il buio inizia ad avanzare. In compenso ci si alza presto, questo sì, perché la campagna non si ferma, non dorme e produce sempre tanto.

In questi giorni abbiamo assistito alle immagini di grandi città affollate di persone che, pur consapevoli dei pericoli e dei problemi, hanno deciso di dedicarsi allo shopping e al divertimento. Non tocca a me giudicare, anche perché, tanto per cambiare, non ero presente. Ancora una volta ho preferito pioppeti, argini, campagne e le rive del Po. Ho preferito osservare il volo della solita poiana che, da mesi, ogni giorno, mi fa compagnia. Anche i canti del codirosso, del picchio e del merlo sono stati, come sempre, insieme ai rintocchi delle campane che, sull’una e sull’altra riva suonano ogni giorno l’Ave Maria, una bella compagnia.

Siamo anche nel “regno delle nutrie”; qui, al mio paese, ne abbiamo anche una colonia di bianche che hanno pensato di vivacizzare un po’ la quiete contadina.
Da queste parti, sull’una come sull’altra sponda del Po, siamo in quattro gatti, come si suol dire. Gli assembramenti (oggi lo spauracchio di chi ha ruoli di responsabilità) qui non sono di moda e le regole, così semplici, vengono in larga parte rispettate. La nostra gente è abituata ad avere poche pretese, ad accontentarsi di poco, talvolta dell’essenziale. Sarebbe ingiusto che anche noi dovessimo risentire dei comportamenti sbagliati tenuti altrove in luoghi molto più grandi di noi. Talmente grandi da non poter nemmeno essere lontanamente paragonati alle nostre realtà.

Dalle grandi città siamo spesso stati derisi, scartati, considerati solo per momenti mangerecci. Luoghi ai quali, in questa pandemia, possiamo dire di aver dato lezione. Una volta tanto ci sta. Se ti dovesse avanzare un po’ di tempo, cara Befana, in attesa della tua festa, fai conoscere queste cose e questi valori a coloro che sono chiamati a decidere.

In attesa della tua giornata, ci prepariamo, oggi, a vivere un Natale molto diverso da tutti gli altri. Alcuni lo definiscono triste, un politico ha addirittura detto che dobbiamo comportarci come se il Natale non esistesse quest’anno. Invece esiste, eccome. Siamo forse di fronte al Natale più Natale che ci sia mai stato, volto all’essenziale, al semplice, all’umile. Ai valori propri di questa ricorrenza. In passato i più dimenticati.

Cosa augurare a tutti? Quale auspicio per questo momento volgendo lo sguardo al domani? Direi, come piccolo regalo, a tutti, nessuno escluso, che oggi più che mai, tornano attuali e buone, per credenti e non, le parole di Don Tonino Bello, che con i suoi auguri scomodi scrisse:  “Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.
 Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.
 Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa. 
Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro.
 Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame. I poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi. 
Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili. 
Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura, ma non scaldano.
 Che i ritardi dell’edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se provocati da speculazioni corporative.
 I pastori che vegliano nella notte, “facendo la guardia al gregge”, e scrutano l’aurora, vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio. E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l’unico modo per morire ricchi. 
Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza”.

Paolo Panni- Eremita del Po

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