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Casalmaggiore, cinque
anni fa si spegneva Franco
Benvenuti: un ricordo

Con lui si è spenta un po' di poesia di queste lande. Di quella poesia quotidiana che puoi trovare un po' ovunque, nelle cose semplici, anche in un'officina di periferia, tra canti, disegni e la pentola del brasato sul fuoco

CASALMAGGIORE – Sono passati cinque anni, e sembra ieri. Il 7 gennaio del 2016 si celebrava, a Vicoboneghisio, il funerale di Franco Benvenuti, il meccanico. Della sua officina, in via Grandi, non c’è più traccia. Al suo posto sorge un bar e un colorificio. Franco Benvenuti – spentosi a soli 57 anni per un problema respiratorio – morì per non essersi risparmiato mai. Quell’officina – quella sua strana officina – era la sua vita. Fu per anni crocevia di esperienze, di voci, di parole.

Amava il canto Franco. Tanto che a volte lo sentivi al microfono e con un karaoke, cantare direttamente in officina, tra un pistone da riassestare e l’olio dei motori. Era anche un ottimo cuoco. Cucinava spesso direttamente in officina e poco importava l’ora. Lui seguiva il suo tempo ed era capace, alle 16 del pomeriggio, di offrirti un piatto di brasato.

Aveva mani grandi. Talmente grandi che ti stupivi come riuscisse a orientarsi con abilità anche nel piccolo. Non aveva bisogno di molto per capire i problemi delle auto che gli portavano: gli bastava l’orecchio e il suono. “Facciamo un giro, così capisco il problema”. Quel giro, a volte, faceva tappa in qualche bar. Anzi, più di qualche volta. Era un amante del suo lavoro e della vita Franco.

Con lui si è spenta un po’ di poesia di queste lande. Di quella poesia quotidiana che puoi trovare un po’ ovunque, nelle cose semplici, anche in un’officina di periferia, tra canti, disegni e la pentola del brasato sul fuoco. Sono passati cinque anni, e siamo all’oggi. Un oggi in cui le voci come quelle del meccanico di via Grandi mancano, e mancano parecchio.

Sotto il pezzo del giorno del suo funerale, il 7 gennaio del 2016.

Now the words had all been spoken. Dal funerale di Franco alla strada, partendo dal ritorno, dalla fine. Perché, per chi crede, anche i segni sono importanti e per non crede si può trovare comunque qualcosa nel destino. Late for the sky passa la radio, una delle più intense liriche di Jackson Browne. In ritardo per il cielo, ma non per questa terra. La chiesa di Vicoboneghisio è stipata di gente. Di ogni estrazione, di ogni provenienza, di ogni colore. Qualche arabo è rimasto fuori ma c’é, ci sono i ghanesi, ci sono i casalaschi che hanno radici da tempo e quelli che hanno radici giovani. L’olio delle auto è tutto uguale, ed anche i rumori dissonanti del motore sottendono, in genere, i medesimi problemi. E di motori, negli anni, ne hai ascoltati tanti. Tanti ne hai carezzati con le tue grandi dita che erano poi quello di un pianista dei pistoni. Non c’è poi molto da dire del rito funebre. Un rito troppo normale, con molti riferimenti sacri e pochissimi ricordi, di quelli che son più in voga adesso in cui le persone vanno tutte in cielo e quel che è stato in terra è solo un quasi impercettibile refolo di vento nelle funzioni. C’è la Milena che carezza la tua bara in legno chiaro, pulita, senza una chiazza d’olio, un pezzo di motore da far vedere spiegando il perché avrebbe dovuto riposare, una pentola sui fornelli o una traccia di carboncino su un foglio bianco. Il prete dice che, dove sei adesso non aggiusterai più nulla, ti riposerai. Io non credo e posso fantasticare. Di un universo, magari parallelo, in cui (magari con meno fretta) potrai dedicarti ai tuoi motori, alle tue canzoni e alle tue ricette da far gustare alle altre anime erranti. Proprio così, come facevi in terra. Fantasticare a volte serve a chi resta per non perdere le tracce di quel che è stato. Ed è proprio da quella fine, da quel segno pagano, da quel Browne intimista che passa la radio, da quel ritardo per il cielo, per quell’universo che parte il pensiero. Eri in ritardo, proprio perché era lì, in quell’universo altro, che adesso avevano più necessità di te, delle tue mani, di quel che conoscevi, del tuo sorriso e del tuo cuore grande. Per questo qui ci hai lasciati soli. Buon lavoro, Franco. Qui troveremo un altro meccanico. Non sarà te, ma nulla lo sarà. Now the words had all been spoken, le parole sono state dette tutte. Quelli che restano sono solo i ricordi, da portarsi addosso e dentro“.

Nazzareno Condina

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