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Un sincero grazie a
tutti gli autotrasportatori
dall'eremita del Po

Si sta sempre meglio qui, su questa riva, ma con un pensiero in più a quei lavoratori per i quali poco o nulla possiamo fare. Ma una parola la possiamo dire e scrivere ed è, semplicemente, GRAZIE

Ieri sono andato a Milano, per motivi sanitari, all’ospedale “Luigi Sacco”, che mai come in questo anno è salito spesso al centro delle cronache della stampa e della tv.

Non ho quindi disdetto alcuna regola, chiamato ad effettuare una normale visita di controllo a causa di una malattia rara con la quale ho stretto amicizia fin dalla nascita e mi fa compagnia con una frequenza non sempre discreta. Precisazione necessaria, questa, prima che si diffondano notizie distorte.

Quando ho superato il cartello ‘Lombardia’ mi è quasi sembrato di essere all’estero. Ho visto il fiume, il mio fiume, per qualche istante dalla riva opposta e ho visto quelle terre lombarde che tante volte mi hanno ospitato ed oggi sembrano quasi su un altro pianeta.

Non che mi abbia fatto piacere trovarmi a Milano; nulla contro la città. Ma per uno abituato a camminare, da solo, tra pioppi e spiaggioni, argini e campagne, tutto quel cemento e tutto quel caos mi ha fatto sentire fuori posto, un ambiente che mai potrebbe fare per me. Ma tant’è.

Sull’autostrada, all’andata e al ritorno, ho incontrato e sorpassato centinaia di camion e il pensiero, inevitabilmente, è andato a loro, agli autotrasportatori, che da quando la pandemia è iniziata non si sono mai fermati, nemmeno un giorno. Costretti, con le regole che ci sono, quando si trovano ad attraversare regioni arancioni o rosse, a non potersi sedere con le gambe sotto al tavolo (come si dice dalle nostre parti) per consumare un pasto caldo.

Per loro solo la possibilità dell’asporto, o quella di organizzarsi, da soli, pasti ‘d’emergenza’ spesso freddi, rinchiusi nelle loro cabine mentre fuori, magari, imperversano il gelo e la nebbia. Costretti ad avere difficoltà anche per espletare i loro normali bisogni fisiologici, perché spesso i servizi sono chiusi e, talvolta, anche nelle aziende (non in tutte per fortuna) si trovano negato l’uso dei bagni (cosa che mi è stata confermata da diversi camionisti). Per ovvi motivi costretti, ogni giorno, nei magazzini e nelle aziende in cui si recano ad avere contatti con persone, spesso sconosciute, con tutti i rischi sanitari che si possono correre.

A questo proposito, visto che spesso la colpa dei contagi viene sistematicamente addossata ai bar, ai ristoranti, ai cinema e alle palestre, sarebbe anche interessante sapere quanti e quali controlli (magari con numeri chiari e comprovati) vengono fatti in altre parti per garantire la sicurezza dei lavoratori e delle loro famiglie.

Mi rendo conto, e temo di non poter essere smentito, di pensare a quelle categorie che spesso sono le prime ad essere dimenticate dai più, specie dagli incravattati che, al sicuro delle loro calde, comode e confortevoli poltrone dorate, hanno scarsa considerazione delle condizioni in cui spesso le persone si trovano a vivere in quei luoghi in cui il lavoro è quello fatto con il famoso olio di gomito. Luoghi in cui si percepiscono, magari, stipendi appena sufficienti (forse) per arrivare alla fine del mese e mantenere con grande fatica le proprie famiglie.

Il pensiero di oggi va in modo particolare agli autotrasportatori, appunto. Persone, perché su ogni cabina, accanto ad ogni volante, c’è una persona, che in questo difficile anno non si sono mai fermate, hanno ‘solcato’ in lungo e in largo l’Italia e l’Europa, per non fare mai mancare prodotti e servizi alle nostre comunità, contribuendo a tenere viva la nostra economia.

Da Milano sono tornato, ho ritrovato i miei pioppeti e i miei spiaggioni; la poiana, il codirosso e i gufi a farmi la solita graditissima compagnia. Si sta sempre meglio qui, su questa riva, ma con un pensiero in più a quei lavoratori per i quali poco o nulla possiamo fare. Ma una parola la possiamo dire e scrivere ed è, semplicemente, GRAZIE.

Paolo Panni – Eremita del Po

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