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Vicomoscano, le donne
e il cassone degli stracci
"Non se ne può più"

Qualche volta esco di casa - ci racconta una signora che abita poco distante - e se mi capita di vedere qualcuno che scarica a fianco del cassonetto lo riprendo

VICOMOSCANO – Con le scarpe da ginnastica a strappo posate a fianco del cassone non ci giocherebbe neppure il cane, schifato da tanto decadimento e lordume. Sono lì, posate insieme a camice ormai logore, a pezzi informi di stoffa sporchi, insieme ad altri stracci che se il sentimento della vergogna esistesse davvero, andrebbero portati direttamente in discarica.

E invece no, c’è chi ancora pensa che qualche ‘baluba’ che le indossa lo si trovi o che – comunque sia – sia più facile liberarsi delle pezze in questa maniera piuttosto malsana che provvedere correttamente alla loro eliminazione. Ci eravamo già occupati, durante il primo lockdown, dei punti di raccolta Caritas (o chi per essi) sparsi sul territorio. E c’eravamo occupati di quello di Vicomoscano, posto accanto alla Chiesa.

Dovrebbero aiutare i poveri a trovare di che coprirsi, la Caritas li ritira e li ridistribuisce, la signora che svuota l’armadio si libera di capi divenuti troppo stretti per i fisici sempre più corpulenti e tutti dovrebbero vivere felici e contenti.  Non è così. Perché contento alla fine non c’è nessuno. Non c’è probabilmente la Caritas che quando viene a svuotarli, ne lascia una buona parte li come rifiuto, non ci sono i poveri a giro diretto, che li tirano fuori li guardano e poi li lasciano lì, spesso dove capita per non farsi vedere. E non ci sono i residenti, avviliti, incazzati, furiosi per quella assoluta mancanza di decoro in paese.

“Qualche volta esco di casa – ci racconta una signora che abita poco distante – e se mi capita di vedere qualcuno che scarica a fianco del cassonetto lo riprendo. Sa – ci dice avvicinandosi come per non farsi sentire in giro – una volta ho rimproverato una signora che se sapesse chi è…”.

Sono belle, e colorite le donne di paese. La spesa da Visioli, che è un bravo ragazzo e quando serve porta le borse sino in macchina, quattro chiacchiere con le amiche incontrate per caso. Stamattina c’era il problema del pasto del mezzogiorno, dei mariti in casa ad attendere e di che cosa cucinare. Sono belle e colorite le donne di paese, e Covid o non Covid trovano sempre il modo di vivere, di scambiare due parole e di sorridere.

Hanno cercato in tutti i modi di arginare il fenomeno fastidioso della discarica autorizzata, interpellando anche chi di dovere. “Mi hanno detto che non penso ai poveri. A parte che non sanno neppure chi sono, ma come pensano ai poveri, con gli stracci? E’ quello il modo di pensare ai poveri? Che cosa dobbiamo fare? Vede adesso, c’è ancora poca roba rispetto al solito ma appena qualcuno ne mette nel giro di due o tre giorni si riempie”.

Un’altra signora ci viene incontro mentre fotografiamo il tutto. Anche lei – ça va sans dire (che poi tradotto sta per va da se) – ci racconta del caos degli stracci abbandonati. “Il problema è che di quello che diciamo non interessa niente. In altri posti li stanno togliendo o li hanno già tolti e dove ci sono c’è sempre casino”.

Da una busta spunta quella che parrebbe una camicia a scacchi. Per come è ridotta forse è un cimelio storico degli anni del dopoguerra. E poi ancora altre scarpe logore, pezzi informi di stoffa, calze.

E le persone, come ci conferma anche Flavio Visioli dell’ortofrutta che sorge a qualche decina di metri, sono stanche. E sono stanche soprattutto le donne. Che qui sono in genere over 60. Una di loro, al termine, non risparmia neppure il parroco: “Visto che la raccolta degli stracci al prete piace tanto, perché quel cassone non se lo mette dentro il cortile della parrocchia?”

Nazzareno Condina

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