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Romani, Polo d'Attrazione:
l'incontro con Brunivo Buttarelli

Conosciamo le sue storie archeologiche, le sue immaginarie creature preistoriche, le sue plastiche stratificazioni geologiche, i suoi alberi morti e scarnificati che ritornano a nuova vita per restituire, grazie all'intervento creativo dell'artista, la speranza di una rinascita dopo la fine naturale delle cose

Come promesso, Brunivo Buttarelli ci ha accolto nell’abitazione dove vive e lavora e, comodamente seduti su un divanetto, in quella stanza che espone le sue opere forse più meditate e mature, il padrone di casa ha iniziato a raccontarci gli esordi della vicenda dell’artista che tutti ormai conosciamo. Una vicenda, come abbiamo potuto capire, atipica, coerente, profonda.

Perchè Brunivo Buttarelli non è artista da sempre, o forse, per meglio dire, il suo lavoro di artista in senso stretto non ha origine in un tempo troppo lontano, ma anzi in un momento della vita in cui molti suoi colleghi possono già vantare prove artistiche compiute e stilisticamente determinate.

Brunivo invece si scopre, si reiventa – o magari solamente si apre al lavoro dell’arte come creazione e ricerca di una dimensione espressiva e poetica personale – solo agli inizi degli Anni Novanta, con alle spalle però una lunga pratica tecnica nella decorazione murale, nel restauro dell’affresco antico, nello scavo e nella ricostruzione stratigrafica che sono parte integrante del mestiere dell’archeologo, nella lavorazione artigianale di cere, vernici, colle che rimandano alla sua attività di scenografo per il Teatro Regio di Parma.

Questo eterogeneo e ricchissimo bagaglio di esperienze e di interessi impiega poco a confluire in un progetto di ricerca artistico originale, forse impiega un po’ di più a configurarsi in un linguaggio che vada di pari passo con il perfezionarsi di una tecnica in grado di esprimerlo al meglio, di sicuro non ha però ancora smesso di offrire orizzonti inediti al suo lavoro, vie nuove e diverse da seguire per comprendere e interpretare le radici, la sostanza, le manifestazioni più evidenti del nostro presente.

E’ un aspetto, questo – ossia di un’evoluzione tematica e tecnica ancora in corso di sperimentazione, senza una rotta prestabilita che sappia già quali termini formali sarà in grado di definire – che forse si rivela soprattutto nella sala delle opere più recenti: quelle ancora in cerca di una struttura precisa, di forme compiute e concluse, di una gamma cromatica dai toni pienamente rispondenti agli stati emotivi, alla dimensione esistenziale, alla tensione spirituale propria dell’artista in questo momento.

Conosciamo le sue storie archeologiche, le sue immaginarie creature preistoriche, le sue plastiche stratificazioni geologiche, i suoi alberi morti e scarnificati che ritornano a nuova vita per restituire, grazie all’intervento creativo dell’artista, la speranza di una rinascita dopo la fine naturale delle cose.

Ancora, invece, dobbiamo scoprire dove porterà l’artista il suo recente incontro con il movimento poetico dei Realisti Terminali: un nuovo viaggio sembra aprirsi, dalle profondità della terra che ha così bene saputo indagare, verso uno spazio infinito, sconosciuto, ancora tutto da raccontare.

Marco Orlandi

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