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Piccinelli (V&S): "Masterplan, per il
casalasco nessun orgoglio territoriale"

"Chi governa un paese - spiega - deve essere orgoglioso di quel paese e dei suoi cittadini. Personalmente non concepisco che ci si sieda a un tavolo dove tra 25 imprenditori cremonesi, non ce ne sia nemmeno uno casalasco"

Un po’ come i figli della serva, rispetto a quelli, ben più in vista del fattore. Senza neppure un po’ di orgoglio per uscire da una situazione che vede l’area del Casalasco sempre terziaria rispetto alla industrialità cremasca o rispetto al capoluogo. E’ così un po’ in tutte le cose: dai servizi alle infrastrutture, dalla sanità allo sviluppo. Eppure, rispetto a cremonese e cremasco il casalasco ha peculiarità uniche e possibilità di sviluppo immense.

A farsi carico di una critica al Masterplan 3c (in cui la terza c è lettera minuscola rispetto alle altre) è Annamaria Piccinelli (Vivace & Sostenibile). Ha sostenuto la propria posizione – anche venerdì quando ha votato contro in consiglio comunale all’adesione – già più volte e non ha cambiato idea. Siamo – per lei – un territorio senza una politica che parta dall’orgoglio territoriale.

Chi governa un paese – spiega – deve essere orgoglioso di quel paese e dei suoi cittadini. Personalmente non concepisco che ci si sieda a un tavolo dove tra 25 imprenditori cremonesi, non ce ne sia nemmeno uno casalasco. A Casalmaggiore non abbiamo imprenditori all’altezza degli imprenditori di Crema o di Cremona? L’ho definito un campanellino di allarme di come il progetto ideato dagli industriali cremonesi e cremaschi e condiviso con le componenti politiche, ignori tutta la specificità casalasca.

Si chiama Masterplan 3c, e venerdì, il Consiglio comunale ha deciso di aderirvi. Le “sei competenze portanti”, ossia le tipicità della provincia cremonese, sulle quali basare un potenziamento dell’immagine della provincia stessa, vanno dalla cosmesi cremasca alla musica cremonese, passando per alcuni rami industriali senza che vi sia un competenza specifica e connotante il casalasco. Non abbiamo imprenditori abbastanza rappresentativi e nemmeno una specificità, un unicum che ci distingua?

Sì, lo abbiamo, enorme, mastodontico: ci affacciamo direttamente sul Po, le sue golene, i suoi argini. Non è un caso che abbiamo due ori olimpici nel canottaggio, un campione paralimpico che si è messo alla testa del primo, forse unico percorso di 600 chilometri pianeggianti, inclusivo delle disabilità, Il Cammino del Po.

Casalmaggiore è Città del cammino e della corsa all’aria aperta e l’Associazione Interflumina, proprio per questo, ha avviato un progetto di Ostello anch’esso inclusivo in piena golena. E dulcis in fundo, il terzo oro olimpico che fa dello sport un orgoglio di Casalmaggiore nei cui boschi si fa anche orienteering e MTB.

L’ambiente ci connota naturalmente anche nelle potenzialità turistiche, si pensi alla nascitura ciclovia VenTo, allo stesso Cammino del Po e, ahimè, in una eccellenza di straordinaria potenzialità che la non-politica si è fatta soffiare nell’indifferenza: il Museo del Po che un buon fiuto avrebbe dovuto immaginare con un siluro gigante e preistorici storioni.

Non è un caso nemmeno che abbiamo un distretto del legno riconosciuto con legge regionale legato appunto alla pioppicoltura golenale. Il settore del legno anche in questi anni di crisi ha sempre mantenuto segno positivo nell’export e delle 400 aziende italiane del settore, due casalasche sono nella fascia alta per fatturato (fonte: monitoritalia.it – Le prime 400 aziende della lavorazione del legno, Febbraio 2021).

Allora in quelle sei competenze portanti della provincia, la politica avrebbe dovuto pretendere di inserirne una settima ossia la Riviera fluviale. Casalmaggiore è talmente nel dimenticatoio che a un certo punto, addirittura, si elencano iniziative riguardanti l’infrastruttura ferroviaria della provincia, ma tra tutte le linee elencate, spicca l’assenza della Brescia-Parma.

Inoltre, in questo progetto, si fa riferimento solo alle grandi realtà e ai grandi numeri: l’agricoltura è quella intensiva e l’industria agro-alimentare, completamente dimentichi di un distretto bio che solo nel casalasco conta trenta aziende; i piccoli comuni, che nel complesso contano la metà dei cittadini della provincia, di fatto non hanno voce in capitolo nell’organizzazione.

Infine l’idea di transizione ecologica si declina in ciò che di ecologico ha ben poco ossia il biogas. Il Masterplan 3c, che potenzialmente avrebbe potuto essere un’ottima base di lavoro organico, ma di fatto è la dimostrazione plastica di una politica fragile e subalterna“.

N.C.

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