Cronaca
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Siccità, in Lombardia
-58% riserve idriche

La garanzia della produzione nazionale è importante per l’approvvigionamento alimentare del Paese – afferma la Coldiretti – in una situazione internazionale segnata da accaparramenti e speculazioni con carestie nelle aree più povere e inflazione in quelli ricchi come in Italia dove i prezzi del cibo sono saliti in media del 4,6%.

L’annunciato arrivo della pioggia salva le semine degli agricoltori e le tavole degli italiani dopo un inverno meteorologico (da dicembre a febbraio) che in Lombardia ha fatto registrare solo 65 millimetri di pioggia caduti, l’82% in meno rispetto all’anno precedente: a dirlo è Coldiretti Lombardia, in riferimento all’atteso annuncio della pioggia e della neve al Nord, “fondamentale per rimpinguare le riserve idriche che attualmente in Lombardia sono inferiori del 58% rispetto alla media del periodo 2006-2020 secondo un’analisi degli ultimi dati Arpa”.

L’arrivo delle precipitazioni è importante per salvare oltre il 30% della produzione agricola nazionale fra pomodoro da salsa, frutta, verdura e grano, e la metà dell’allevamento che si trovano nella Pianura Padana – spiega la Coldiretti –, dove il fiume Po al Ponte della Becca (Pavia) fa registrare un livello idrometrico di -3,3 metri come in piena estate, ma pesanti anomalie si vedono anche nei grandi laghi lombardi che hanno percentuali di riempimento che vanno dal 5% di quello di Como al 7% dell’Iseo fino al 30% del Maggiore, secondo il monitoraggio della Coldiretti. A Cremona la situazione del Po non è meno allarmante: con -7,63 metri sotto lo zero idrometrico, è a soli 14 centimetri dal record storico di secca.

“La scarsità di piogge e di accumuli di riserve idriche con cui siamo costretti a fare i conti – commenta Paolo Carra, vice presidente di Coldiretti Lombardia – certifica come anche sui nostri territori la siccità sia diventata una calamità che sta mettendo sempre più a rischio i raccolti e testimonia il cambiamento climatico in atto con una tendenza alla tropicalizzazione che ha cambiato soprattutto la distribuzione temporale e geografica delle precipitazioni”.

Nelle campagne – spiega la Coldiretti regionale – sono al via le prime semine primaverili come quelle di mais e soia per l’alimentazione delle stalle, per la produzione di latte e carne, che hanno bisogno di acqua per consentire la lavorazione dei terreni e la germinazione delle coltivazioni.

Sulle semine – precisa la Coldiretti – pesano anche i forti aumenti di costi con più di 1 azienda agricola su 10 (11%) che a livello nazionale si trova in una situazione così critica da portare alla cessazione dell’attività, ma ben circa 1/3 del totale italiano (30%) si trova comunque costretta a lavorare in una condizione di reddito negativo. I maggiori incrementi percentuali di costi correnti (dal +170% dei concimi fino al +129% per il gasolio) – continua la Coldiretti – sono proprio per le coltivazioni di cereali dal grano al mais, che servono al Paese, a causa dell’esplosione della spesa di gasolio, concimi e sementi e l’incertezza sui prezzi di vendita con le quotazioni in balia delle speculazioni di mercato.

La garanzia della produzione nazionale è importante per l’approvvigionamento alimentare del Paese – afferma la Coldiretti – in una situazione internazionale segnata da accaparramenti e speculazioni con carestie nelle aree più povere e inflazione in quelli ricchi come in Italia dove i prezzi del cibo sono saliti in media del 4,6% con punte che vanno dal 19% per l’olio di semi davanti alla verdura fresca che cresce del 17% e la pasta che costa il 12% in più con la corsa agli acquisti nei supermercati per fare scorte, secondo le elaborazioni Coldiretti su dati Istat relativi a febbraio. Aumenti dei prezzi significativi nel carrello – sottolinea la Coldiretti – fanno segnare nell’ordine burro (+11%), frutti di mare (+10%), farina (+9%), margarina (+7%), frutta fresca (+7%), pesce fresco (+6%) e carne di pollo (+6%).

La decisione dell’Unione Europea di concedere la possibilità di coltivare ulteriori 4 milioni di ettari aggiuntivi in Europa, dei quali 200mila in Italia– sottolinea la Coldiretti –, dovrebbe consentire al nostro Paese di aumentare di 15 milioni di quintali la produzione di cereali necessari per ridurre la dipendenza dall’estero in una situazione in cui l’Italia che è già obbligata ad importare il 64% del grano per il pane, il 44% di quello necessario per la pasta, ma anche mais e soia, fondamentali per l’alimentazione degli animali, con i raccolti nazionali che coprono rispettivamente appena il 53% e il 27% del fabbisogno italiano secondo l’analisi del Centro Studi Divulga.

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