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La magra e il Po: il fiume e le
sue stagioni (per chi le conosce)

Che dire della magra? Sono anni che vediamo magre estive ed invernali accompagnate da fiumi di parole; sono anni che gli scienziati lanciano allarmi sui cambiamenti climatici e nulla si muove. L’unica a far vacillare qualcosa è stata una ragazzina scandinava, senz’altro manovrata da qualche burattinaio di turno.

Un amico in questi giorni mi ha chiesto “Perché non scrivi del Po con la magra che c’è?”. “Perché dovrei scriverne io? – ho esclamato – tutti ne scrivono e tutti ne parlano, che bisogno c’è di infilarsi nel solito calderone?”. Si parla sempre, anche troppo; si scrive sempre, anche troppo: ma si evita di fare. Del fiume tutti parlano e tutti scrivono, quando è in piena o quando è in magra. Arrivano gli espertoni, quelli che sanno tutto. Arrivano anche quelli che scrivono senza vivere il fiume, senza viverci, senza conoscerlo: eppure sanno tutto loro. Sono quelli che ti chiamano a qualsiasi ora del giorno, e talvolta della notte, e nonostante sappiano tutto, chiedono le informazioni più strambalate e, fin dalle primissime domande, ti fanno capire che per loro il fiume è un perfetto sconosciuto e, a loro, potresti raccontare di tutto. Potresti dire che, nottetempo, si è passati improvvisamente da una magra eccezionale a una piena disastrosa e lo crederebbero. Potresti sostenere di avere incontrato un redivivo Mosè impegnato a dividere le acque del Po, anziché quelle del Mar Rosso, e crederebbero anche questo. Potresti dire di aver visto gli alieni atterrare, a bordo di un ufo, su uno spiaggione finendo per insabbiarsi e sarebbero capaci di far scorrere fiumi di parole e di presunti misteri (di quelli da destinare ai libri di fiabe per l’infanzia). A questi super esperti, prima di inserire il loro numero nella infinita lista di contatti bloccati, mi premuro sempre di dare un consiglio, quelli di fare attenzione perché, a Po, non si scherza e si può annegare anche in mezzo metro d’acqua. Questo valga anche per quei fenomeni, e ne abbiamo già visti, che tentano la stupida avventura della traversata a piedi. Pratica, questa, del tutto pericolosa oltre che inutile. Si può diventare fenomeni, sul serio, in ben altro modo.

Poi, quando il fiume è in magra o in piena arrivano i soliti noti: i miei “amati” (si fa per dire) incravattati dal deretano piatto e pelato (benpensanti e moralisti leggano sempre “politici”) che devono sempre comparire e dire la loro su tutto, portando le loro trovate e le loro idee, spesso bizzarre, altre volte anche dannose (come quella, neanche tanto vecchia, sparata da qualcuno che vorrebbe riprendere l’idea malsana delle centrali nucleari). Espertoni anche loro, gente che usa il fiume per far campagna elettorale e per racimolare qualche voto in più.

Del fiume dovrebbero parlare solo e soltanto quelli che ci vivono e lo vivono, in ogni luogo e in ogni stagione. Del fiume, oggi più che mai, dovrebbero parlare i vari Vigion e Ciufana, Barnon e Marass (uno capace di traghettare la regina Margherita di Savoia senza nemmeno infilarsi le mutande e senza riconoscerla merita un monumento), Teuta, Natale Bia, Roberto Arduini, Pasquino Soriani, Ennio Aiolfi e Goliardo Cavalli per citarne alcuni. Tutta gente che il Po, oggi, lo vede e lo vive dal Cielo.

Che dire della magra? Sono anni che vediamo magre estive ed invernali accompagnate da fiumi di parole; sono anni che gli scienziati lanciano allarmi sui cambiamenti climatici e nulla si muove. L’unica a far vacillare qualcosa è stata una ragazzina scandinava, senz’altro manovrata da qualche burattinaio di turno.

In questi giorni se ne sentono, e se ne leggono, di cotte e di crude. La prima considerazione da fare, la più ovvia e scontata, ma anche la più vera e la più semplice è che non c’è acqua perché non piove da tempo e questa è la chiara e nuda realtà. Si parla di soluzioni e di idee per far scorta di acqua ma, alla fine, a conti fatti, nonostante tante parole, continuiamo ad essere un popolo di cicale. Le lezioni delle formiche e delle api operaie, purtroppo, non sono ancora servite. Siamo, sì, un popolo di cicale: si blatera molto e si realizza poco. Ce lo dice la stessa pandemia: dopo più di due anni quanti nuovi posti di terapia intensiva sono stati realizzati in questo Paese? Quanti e quali investimenti sono stati prodotti sulla sanità? Ce lo dice anche il ponte “Verdi”, quello che collega Parmense e Cremonese tra Ragazzola e San Daniele Po che è ancora, da anni ormai, un grande “malato”. La sua storia ci insegna che amministratori locali e liberi cittadini, dopo averne indicato i problemi, sono stati minacciati (sì, minacciati) da incravattati dal deretano piatto e pelato, espertoni di turno, che dicevano che non c’erano problemi: e invece c’erano e ci sono. Siamo un popolo di cicale, dove i buoi scappano sempre, indisturbati, dalla stalla e si interviene quando è tardi.

Anche oggi, come sempre, senza bisogno di magre o di piene, sono stato sul fiume. Perché chi lo vive, e ci vive, lo frequenta sempre, in ogni stagione e in ogni tempo. Quel fiume che, nel suo apparente silenzio, soffre: e noi con lui. Quel fiume che chiede semplicemente rispetto e tutela, chiede di essere valorizzato, conosciuto e vissuto. Quel fiume che, in magra o in piena continua a scandire e ad accarezzare le vicende e la vita dei suoi borghi e della sua gente e, specie nei momenti di sofferenza, come questo, ricorda a ciascuno di noi, anche a chi non vive sulle sue rive, di essere, da sempre, e per tutti, fonte di vita.

Eremita del Po, Paolo Panni

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