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Ricorrenze: Lorenzo da Zibello e
Alberto Costa. 2 cammini di Santità

Ricorre il terzo centenario dell’ordinazione sacerdotale del venerabile Lorenzo da Zibello (al secolo Lorenzo Gambara) e il 150esimo della nascita del vescovo monsignor Alberto Costa, anche lui di Polesine Zibello

Le terre del Po, tra le tante loro peculiarità, si sono sempre distinte, nel tempo, per aver visto fiorire, sull’una e sull’altra riva, vocazioni religiose sia maschili che femminili. Si è scritto, in questi giorni, dei fratelli Pietro e don Lino Accarini di Pieveottoville, entrambi saveriani, nell’occasione del 95esimo della morte del primo dei due fratelli (scomparso a causa di una grave malattia non ancora ventenne). Ma le terre del Po ricordano, in questi giorni, anche gli anniversari di altri due importanti religiosi.

Ricorre infatti il terzo centenario dell’ordinazione sacerdotale del venerabile Lorenzo da Zibello (al secolo Lorenzo Gambara) e il 150esimo della nascita del vescovo monsignor Alberto Costa, anche lui di Polesine Zibello, alla guida della diocesi di Melfi, Rapolla e Venosa prima, e di Lecce poi.

Per quanto riguarda il venerabile Lorenzo, al secolo Giovanni Gambara, questi nacque a Zibello il 14 ottobre 1695 e, in lui, la vocazione religiosa fiorì fin dalla più tenera età. Tra gli episodi salienti quello riguardante una cugina che, nel fiore degli anni, volse le spalle al mondo per rinchiudersi nel convento di Santa Chiara in Busseto. In quel momento riuscì a intravedere la chiamata di Dio e il 15 agosto 1716, solennità dell’Assunta, a soli 21 anni vestì l’abito dei novizi nel monastero di Carpi, assumendo il nome di Lorenzo.

Già allora uno dei suoi maestri, padre Bernardino da Parma, scrisse di aver notato nell’allievo singolari doti di pietà, ubbidienza e mortificazione additandolo anche ad esempio non solo per gli altri novizi ma anche per i religiosi provetti. Dopo un anno fu ammesso alla professione solenne e da allora si attenne scrupolosamente a un cammino improntato alla semplicità evangelica, alla preghiera, alla penitenza in totale dedizione a Dio.

Dopo Carpi, fu il convento di Monticelli d’Ongina la sua destinazione dove ebbe mansioni di sagrista e dove proseguì gli studi delle scienze teologiche e filosofiche. A Monticelli d’Ongina restò tre anni ricevendo gli ordini minori, mentre in cattedrale a Fidenza fu ordinato suddiacono prima e diacono poi. Il 13 marzo 1723 (quindi trecento anni fa), a Busseto, venne ordinato sacerdote dal vescovo monsignor Gherardo Zandemaria e, da novello sacerdote, fu inviato a Guastalla dove trascorse 53 anni di vita, sagrista della chiesa del convento presso il cimitero.

In lui rifulsero sempre chiare virtù cristiane che esercitò per tutta la sua esistenza, distinguendosi per umiltà, povertà, castità ed ubbidienza e, soprattutto, suprema penitenza. Ebbe sempre un misterioso timore della scienza, tant’è che è nota la sua dichiarazione “non voglio sapere”.

Della sapienza di Dio che è spirito di intelletto e di fortezza, di prudenza, consiglio e pietà ne aveva a sufficienza per tenere alti la testa ed il cuore, pronunciando di conseguenza la sua parola e portando sempre con sé il Vangelo e la Regola. Semplice e giusto, le sue parole spargevano pace e bontà, ponevano l’ordine nel disordine, la pace nella discordia, facendo sempre fiorire una speranza dove vi era la desolazione.

Proprio a Guastalla ebbe origine e si diffuse con rapidità la fama della sua santità. A lui, martire oscuro del silenzio e della rinuncia, fatto custode geloso di Dio e delle cose sue, le persone iniziarono, numerose, a rivolgersi per avere benedizioni, consigli e preghiere. Grazie singolari sono attribuite alla sua intercessione. In particolare sono passate alla storia le prodigiose guarigioni di Felicita Allari di Gualtieri e della contessina Elena Rados di Guastalla, entrambe affette da una forma grave di tisi che dai medici era stata giudicata inguaribile. Inoltre, nel 1780, quando una piena del Po minacciava da giorni la città e le acque avevano già inondato le campagne con la loro furia devastatrice, la popolazione disperata irruppe nel convento, prelevò l’anziano cappuccino e lo portò sugli argini a benedire le acque, che miracolosamente si abbassarono.

Anche dopo la sua morte, avvenuta il 13 dicembre 1781 nel convento di Guastalla, i miracoli si ripeterono in gran numero tra coloro che accorsero a venerare le venerate spoglie. Unitamente alla tradizione popolare circa la santità del cappuccino, questi fatti portarono la suprema autorità ecclesiastica ad avviare la causa di beatificazione. Nel 1876 iniziò il processo di beatificazione che nel 1894, a conclusione del processo apostolico, gli conferì il titolo di Venerabile. Inizialmente la salma del venerabile fu inumata nella chiesa dei cappuccini a Gustalla e nel 1920 fu quindi traslata nella cattedrale della stessa città, in un artistico sarcofago marmoreo dove tuttora riposa.

Per quanto riguarda monsignor Alberto Costa, questi nacque a Santa Croce di Polesine Parmense (oggi di Polesine Zibello) il 15 marzo 1873 (quindi 150 anni fa) e morì a Lecce il 2 agosto 1950. Fu ordinato sacerdote il 19 settembre 1896. Fu insegnante e vicereggente del Seminario diocesano di Fidenza (Parma), canonico della Cattedrale della stessa Fidenza, vicario capitolare e vicario generale della stessa diocesi parmense.

Il 24 novembre 1908 il Pontefice Pio X lo pose nel numero dei suoi camerieri segreti e successivamente fu quindi elevato alla dignità episcopale, con l’incarico di vescovo di Melfi e Rapolla. La consacrazione episcopale ebbe luogo nella cattedrale di Fidenza il 28 aprile 1912. A presiedere la cerimonia fu il Vescovo di Fidenza monsignor Leonida Mapelli assistito dai vescovi di Carpi e Pontremoli, monsignor Andrea Rigetti e monsignor Angelo Fiorini. Alla sua diocesi di Melfi e Rapolla la Santa Sede unì, il 30 aprile 1924, anche la città di Venosa, patria di Orazio. Il 7 dicembre 1928, fu promosso alla cattedra episcopale di Lecce. La data d’ingresso nella nuova sede, fissata per il 3 luglio 1929, fu dallo stesso monsignor Costa anticipata al 30 giugno, per sottrarsi ai festeggiamenti di prammatica che la sua indole semplice rifuggiva.

Vescovo di grande operosità, molto attento alle esigenze dei poveri ed attento alle problematiche sociali del suo tempo, fu tra l’altro il primo Vescovo a riconoscere, già nel 1919, cioè subito, la santità di Padre Pio da Pietrelcina, oggi canonizzato.

Il periodo più doloroso del suo episcopato fu quello della guerra al quale giunse già minato in salute. Nonostante il decadimento delle forze fisiche continuò a prodigarsi per la sua Diocesi di Lecce intensificando il lavoro. E quando comprese che la vita gli stava lentamente sfuggendo, nella legittima consolazione del ‘laboravi fidenter’ volle dettarsi l’epigrafe funeraria, nella quale tenne a porre in risalto la sua origine fidentina.

La riproduciamo tradotta dal latino ‘Qui attendo la Risurrezione ‘ io ‘ Alberto Costa ‘ da Fidenza nell’Emilia ‘ che ‘ già Vescovo di Melfi-Rapolla e Venosa ‘ l’anno del Signore 1928 ‘ fui traslato alla Sede di Lecce ‘ M’addormentai nel bacio del Signore ‘ a 77 anni ‘ il 2 agosto 1950 ‘ O Leccesi ‘ per la vostra carità ‘ pregatemi dal Signore ‘ il luogo del refrigerio ‘ della luce e della pace’. Iscrizione, questa, che è incisa sul monumento funebre del venerato presule.

Non si può, inoltre, evitare un piccolo “inciso” storico, in cui coincidenza e mistero si intrecciano. Infatti che in un borgo che, nella sua storia, non ha mai superato le poche centinaia di abitanti possano nascere, in tre secoli, due vescovi, è già un fatto più straordinario che singolare. Che i due vadano a poi a reggere la stessa diocesi, a quasi 800 chilometri di distanza, prima di essere entrambi trasferiti in sedi più prestigiose, è una coincidenza che ha dell’incredibile, se non del soprannaturale.

Il borgo in questione è proprio Santa Croce, minuscola frazione del Comune di Polesine prima, e di quello di Polesine Zibello poi. I due prelati in questione sono  Lazzaro Caraffini e Alberto Costa, nati per altro in due abitazioni poste a non più di trecento metri l’una dall’altra lungo la stessa direttrice, quella che collega Polesine e Zibello.

Il primo, Lazzaro Caraffini, nato a Santa Croce il 16 giugno 1594, dopo una brillante carriera sacerdotale, fu eletto vescovo di Melfi e Rapolla (località della provincia di Potenza) nel 1622, per poi essere trasferito a Como nel 1626, reggendo quindi per poco più di tre anni la diocesi lucana. Il secondo, Alberto Costa, nato a Santa Croce il 15 marzo 1873, fu eletto vescovo di Melfi e Rapolla nel 1912 (quasi tre secoli dopo) a alla sua diocesi, nel 1924, la Santa sede unì anche la città di Venosa, patria di Orazio.

In terra lucana rimase molto più del suo predecessore, fino al 1928 quando fu trasferito a reggere la diocesi di Lecce, dove morì nel 1950. Un fatto, quello che lega la piccola località di Santa Croce a Malfi, Rapolla e Venosa che ha davvero dell’incredibile e lascia pensare a un disegno che vada, in qualche modo, oltre la pura e semplice coincidenza.

Curiosità a parte, il terzo centenario dell’ordinazione sacerdotale del venerabile Lorenzo da Zibello e il 150esimo della nascita del vescovo monsignor Costa saranno ricordati sabato 11 marzo, alle 17.30, nella messa in programma nella chiesa parrocchiale di Santa Croce, e domenica 12 marzo nella messa delle 11 in chiesa parrocchiale a Zibello.

Eremita del Po, Paolo Panni

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