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Marcaria, il bombardamento del
29 novembre e quella Madonnina

Il quadro della Madonnina è del 1600 ed è tutt'ora conservato nella cappellina a lei dedicata nella chiesa grande. Una messa di ringraziamento con il canto del Te Deum è stata celebrata il 29 novembre alle ore 18,30.

Domenica 26 novembre 2023 Marcaria ha ricordato con un pranzo solidale la salvezza della sua storia, una festa sentita e partecipata che ogni anno si rinnova nell’oratorio di paese. Pranzo luculliano, vini degni di Demostene, dolci caserecci impastati da mani di grandi chef e naturalmente liquori di casa profumati.

I giovani volontari del circolo Anspi non hanno avuto problema nel trasformarsi da studenti ad abili camerieri, nemmeno a rendersi utili nello smontare e rimontare tavoli o servizi vari. Naturalmente a metà pranzo per rendere vivo il ricordo si è letto un inedito racconto tratto dalla raccolta delle interviste di Antonio Marastoni, che sotto riporterò integralmente e che è stato un’occasione per i presenti, non più giovanissimi, di rivivere e raccontarsi le personali esperienze vissute.

Uno shock di un vissuto che ancora trapela dai racconti e che sarebbe bello poter raccogliere in una pubblicazione in occasione dell’ottantesimo anniversario dallo scoppio del treno:

29 nov.’44

C’era la guerra, Erminio era un ragazzetto di 12 anni, Il papà l’aveva svegliato che era ancora buio, dovevo andare nei campi dietro la Valle a segare i platani che ornavano le rive dei fossi.

Compito di Erminio era attaccare l’asino al carretto, non prima di avergli dato da mangiare, altrimenti non si sarebbe mosso dal suo giaciglio.

Erminio oggi è un uomo con tanti anni, ma con la mente lucida che rivive le emozioni di allora e così ci racconta: era un periodo che parecchi aerei inglesi solcavano i cieli di Marcaria perché erano venuti a conoscenza che un importante carico tedesco di munizioni: carri armati, cannoni ed esplosivi dovevano transitare e sostare per qualche giorno, proprio nella stazione del nostro paese. La guerra durava ormai da quattro anni, i tedeschi erano in crisi e si stavano ritirando oltre la linea del Po, cercando di resistere agli alleati e ai partigiani che li inseguivano.

Quel giorno è successo che con il mio asino stavo rientrando a casa e uno in bici veniva dalla scuola verso la piazza, aveva un giubbotto marrone, ma non sembrava un tedesco. Io ero quasi arrivato a casa, mia mamma aveva aperto il portone per farmi entrare con l’asino e il carretto, in quel momento un caccia inglese è venuto giù dal cielo in picchiata e ha cominciato a mitragliare verso quello in bici.

Sono saltato giù dal carretto e sono riuscito a proteggermi sotto il voltone di casa, ma ho abbandonato l’asino in strada. Dopo la passata dei caccia abbiamo aspettato qualche minuto e poi siamo usciti: il mio asino miracolosamente era vivo, sono corso da lui per abbracciarlo ma l’occhio mi è caduto su un mucchio di stracci sul marciapiedi e una bici sgangherata in mezzo a strada, quello della bici era morto.

Comunque la vita doveva continuare e così quella mattina del 29 novembre, Io e mio papà con l’asino e il carretto, siamo partiti presto, siamo scesi da quella stradina che dalla piazza porta nella valle, dove un centinaio di persone stavano spalando nelle cave per estrarre la sua torba.

Le cave erano enormi buchi neri di torba e tutti i campi tra il paese e l’argine erano deturpati da questi enormi fosse. Erano tantissime perché non si poteva scavare oltre 4 metri, poi l’acqua sortiva dalla terra e in poche settimane al posto delle cave c’erano tanti laghetti.

I nostri campi erano oltre alla Valle e si arrivava con il viottolo di qualche centinaio di metri che lo attraversava. Erano  quei 200 metri che a me piacevano, perché salutavamo quelli che stavano scavando, quelli che caricavano carriolate di torba nei carretti e poi la portavano su un prato vicino alla strada, dove si aspettava che si asciugasse per poi essere caricata sui camion e poi portata in città. 

C’erano anche tre tedeschi che controllavano le entrate e l’uscita dalla Valle e uno fermo sullo stradello centrale su cui convergevano i piccoli sentieri usati per il passaggio delle carriole.

Siamo arrivati nei nostri campi e mentre caricavamo con i badili, abbiamo sentito un ticchettio, assomigliava al rumore che fanno le canne della Valle quando tira il vento. Abbiamo guardato il cielo, sembravano falchetti in formazione che venivano giù in picchiata, erano aerei caccia.

Mio padre ha cominciato a gridare di correre in paese a casa “Erminio cori, va a versar porti e fnestri, mia spita’ cori.” (Erminio corri vai ad aprire porte e finestre, non aspettare, corri). Di corsa imboccai la stradina della Valle, sentivo il tedesco che mi gridava: “stop, unten blaiben, stop” ma io dovevo andare ad aprire porte e finestre.

Mi placcò a metà stradello, si coricò sopra di me e mi tenne fermo.  Non capivo perché mi sembrava di non aver fatto… Poi arrivò il boato, mi voltai a guardare in faccia il tedesco “giù, stare, giù” mi disse e poi lo gridò a quelli che erano nelle cave.

Lo spostamento d’aria si annunciò dal paese con un rumore di vetri rotti, di cose che si spaccavano, poi il vento arrivò nella valle, i pioppi si piegarono, si spezzarono, volarono nelle cave, un ululato lo accompagnava e lo seguì intanto che perdeva forza e si infrangeva sulle ultime piante che delimitavano la fine della Valle.

Allora il tedesco mi lasciò andare e ripresi a correre, imboccai la piccola salita che mi portò in paese e lì mi fermai. Le case non avevano più porte nemmeno finestre, erano tutti in strada, anzi la strada non c’era più, era coperta da tegole, ghiaia, porte, vetri… Qualcuno usciva e si fermava, era la distruzione. Don Lucchini era andato in chiesa per vedere se qualcosa era rimasto in piedi e invece scoprì che dietro un muro che si era sbriciolato c’era il quadro di una Madonna con il bambino in braccio che gli sorrideva, come se dopo tanto tempo nascosta dietro un muro fosse contenta di rivedere qualcuno.

Pensa, non ci furono morti, solo qualche ferito leggero e le case senza porte e finestre. La gente dice ancora oggi che fu un miracolo. Poi Erminio mi guarda, allunga la sua mano e mi confessa che il secondo miracolo della Madonnina fu la solidarietà che la gente dimostrò verso gli altri. Erano stati colpiti tutti ma in quella disgrazia sembravano tutti fratelli.

Ogni tanto, almeno una volta all’anno il 29 novembre vale la pena andare a trovare la Madonnina, è sempre contenta di rivedere qualcuno, anche se non è più nascosta, ci sorride sempre. Il quadro della Madonnina è del 1600 ed è tutt’ora conservato nella cappellina a lei dedicata nella chiesa grande. Una messa di ringraziamento con il canto del Te Deum è stata celebrata il 29 novembre alle ore 18,30.

Fiorenza Raffagli

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