Cultura e spettacoli

Paride Falchi e la Memoria del
Paesaggio alla Casa del Rigoletto

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Entrare nella Casa di Rigoletto a Mantova e ammirare le opere di Paride Falchi (1908-1995) non è un tuffo in un passato venato di nostalgie, ma un’immersione in atmosfere e ambienti suggestivi, i cui valori artistici vengono esaltati dalla consapevolezza che, nonostante il pittore nativo di Casalmaggiore, ma di fatto sabbionetano, sia scomparso trent’anni fa, la tecnica e il sentimento non hanno età.

Nei locali della Casa di Rigoletto (Mantova, piazza Sordello), il critico e storico dell’arte Paola Artoni sceglie di collocare alcuni dei più stimolanti e significativi lavori con la retrospettiva dal titolo: “La memoria del paesaggio”.

Concettualità che apre gli occhi alla visione di tele semplici eppure immersive, cariche di emozionalità. Dipinti che sono poesie. Le sale diventano percorso sensoriale. Stessi ambienti che qualche mese fa avevano reso onore all’arte del figlio Aldo, straordinario uomo di creatività scultorea.

“Mantova scopre le sue radici del Novecento con questa mostra che rende omaggio a Paride Falchi (1908-1995)” sottolinea la Artoni. La sua curatela trova il patrocinio dei Comuni di Mantova, Sabbioneta e Casalmaggiore, oltre che del MAM Museo d’Arte Moderna di Gazoldo (dove è conservato un ciclo di dipinti del Maestro). Rassegna realizzata in collaborazione con il Liceo Artistico “Giulio Romano” di Mantova.

«Nessuno come Paride Falchi – scrisse nel 2021 il critico Renzo Margonari – sapeva cogliere il senso della stagione, la sua luce, persino la temperatura dell’ora. Nel ritrarre con simile intensità poetica il gelo e la canicola, l’umidore delle rive e nelle lanche fluviali, Paride Falchi, non fu eguagliato né preceduto da alcun altro pittore mantovano. Credo che Falchi sia stato il maggior paesaggista padano del suo tempo».

Nelle tele proposte al pubblico dalla critica Paola Artoni appaiono ambienti, atmosfere e suggestioni visive frutto di abilità tecnica e di sentimento. Un artista da riscoprire, a trent’anni dalla scomparsa, in occasione di questo omaggio sentito a colui che partì per il suo ultimo viaggio proprio mentre era in corso una rassegna delle sue opere nella stessa Casa in piazza Sordello. L’invito al progetto espositivo ideato insieme alla nipote Ombretta, che ne cura amorevolmente il ricordo, già colto da numerosi visitatori (la mostra è stata inaugurata il 17 ottobre), proseguirà tutti i giorni dalle 9 alle 18 fino a domenica 9 novembre.

E’ un ambiente che avvolge e coinvolge, quello rappresentato da Paride Falchi. «Se la Scuola di Barbizon – scrive Paola Artoni – avesse mosso i suoi passi in Val Padana, i suoi adepti si sarebbero trovati sulle rive del Grande Fiume a contemplare con ammirazione e intimo struggimento la natura selvaggia, in un’oasi sospesa, potente e fragile nel contempo. Allo stesso modo, immaginiamo Paride Falchi nelle sue sessioni di pittura en plein air, intento a descrivere con i tocchi, ora più delicati e ora più potenti, la poesia muta del Grande Fiume, lo scorrere, ora lento, ora impetuoso, delle acque, la malinconia dei suoi tramonti, i timori dei risvegli improvvisi e minacciosi delle sue piene. Una tavolozza essenziale, con infinite varietà di terre, verdi e gialli caldi, impiegata con pennellate che inizialmente ricordano Corot e gli studi ottocenteschi su un paesaggio contemplato e minacciato dagli esseri umani, carico di evocazioni romantiche e di nostalgia. Con il passare degli anni, quei tratti di luce diventano sempre essenziali e le forme si sfaldano, sino a un dissolvimento che pare tendere alla pura luce e all’astrazione».

«Nel percorso di conoscenza di sé – continua Paola Artoni -, il confronto con le proprie radici è imprescindibile, visceralmente connesso con il proprio presente. Paride Falchi ha sempre accompagnato dall’osservazione degli scenari naturali con la descrizione degli scorci urbani. Dalla consapevolezza delle muse inquiete, dal legame con il nobile passato delle città dei Gonzaga, sono nati i dipinti che rendono omaggio alle pietre antiche e che sembrano cantare con voci lontane e ovattate. Le architetture di Mantova e di Sabbioneta emergono dai vapori delle nebbie, diventano scenari di cristallo nelle nevicate di un tempo, si svelano con improvvisi lampi di luce nelle brezze primaverili. Falchi posa lo sguardo innamorato su un Rinascimento perduto eppure miracolosamente vicino, e disegna, studia, osserva, sceglie. Poi dipinge e celebra, senza enfasi o retorica, come solo chi è profondamente parte di quel mondo può fare».

Paride Falchi, concludeva Margonari, «era ferreamente convinto che il suo compito non fosse inseguire nuovi linguaggi, architettare nuove forme, ma liberare l’istinto pittorico e carpire il tono atmosferico, il colore del silenzio».

redazione@oglioponews.it

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