Severino ce l'ha fatta: primo italiano
a chiudere il Great Himalayan Trail
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Hilsa, al confine tra Nepal e Tibet. È qui che il 15 dicembre si è concluso il viaggio di Severino Lodi, che ha portato a termine il Great Himalayan Trail, uno dei trekking più lunghi, impegnativi e affascinanti al mondo. Tre mesi di cammino, dodici passi oltre i 5.000 metri, freddo estremo e lunghi tratti di solitudine assoluta. Lo abbiamo raggiunto poche ore dopo l’arrivo, per farci raccontare questa straordinaria impresa.
Quando lo avevamo sentito a inizio dicembre, mancavano ancora diversi giorni alla meta. Gli ultimi tratti, racconta, sono stati i più duri. «Ero a circa dodici giorni dall’arrivo, ma gli ultimi venti sono stati davvero massacranti. Ho superato molti passi oltre i 5.000 metri, spesso ravvicinati, e ho trascorso più di dieci giorni consecutivi sopra i 4.000. Di notte le temperature scendevano fino a meno 15, meno 22 gradi».
A rendere tutto ancora più complesso è stata la neve, soprattutto in Alto Dolpo, una regione remota e poco frequentata. «Molti passi sono stagionali e utilizzati solo d’estate dai locali con le mandrie di yak. In inverno il sentiero sparisce sotto anche un metro di neve, tutta da battere».
In mezzo a tanta fatica, Lodi è riuscito anche a portare a termine un gesto a cui teneva particolarmente: la consegna di materiale scolastico a una scuola lungo il percorso. «Era chiusa per una festività, ma sono riuscito a incontrare la maestra e a consegnarle tutto. Era molto commossa. Mi ha promesso che mi manderà le foto dei bambini quando le lezioni riprenderanno. È stato un momento che ha ripagato ogni sforzo».
Il 15 dicembre arriva finalmente la notizia tanto attesa: il Great Himalayan Trail è completato. L’arrivo a Hilsa è carico di emozione, anche se privo di connessione con il resto del mondo. «Sono riuscito a rispondere solo dopo diverse ore: niente wifi, niente rete. Sono arrivato da poco a Hilsa, che è la meta finale del mio cammino. Fortunatamente sull’ultimo passo, oltre i 5.000 metri, non c’era molta neve e questo mi ha aiutato».
Lodi è arrivato anche in anticipo rispetto alla tabella di marcia. «Nell’ultima settimana, spinto dall’euforia, ho camminato molto più del previsto e questo mi ha permesso di guadagnare qualche giorno. Alla vista della meta mi sono commosso, non lo nascondo. Gli ultimi passi sono stati come riavvolgere il film di questi mesi».
Le immagini che porterà con sé sono indelebili: villaggi dove il tempo sembra essersi fermato, montagne maestose ricoperte di neve e ghiacciai, silenzi profondi. Ma soprattutto, sottolinea, «i sorrisi e la luce negli occhi delle persone incontrate lungo il cammino».
Non sono mancati, però, i momenti difficili. «Il primo mese ha piovuto quasi sempre, poi è arrivata la nostalgia di casa e la neve che in alcuni casi ha persino ricoperto la tenda. Ci sono stati momenti in cui mi sono chiesto se fosse giusto continuare, se stessi mettendo a rischio la mia vita e se fosse giusto nei confronti della mia famiglia. Ho pregato, ho pianto. Rinunciare mi sembrava una sconfitta, per me e per loro».
Oggi quel traguardo ha un significato profondo. «Il Great Himalayan Trail era un sogno che coltivavo da tempo. Non cercavo un risultato sportivo, ma sapere di essere il primo italiano – e tra i pochi in assoluto – ad averlo completato in questa stagione invernale mi rende molto felice».
Il pensiero finale va ai suoi affetti più cari. «Ringrazio la mia famiglia, che mi ha sostenuto permettendomi di restare lontano così a lungo, e tutte le persone che mi hanno aiutato lungo il percorso. È stata un’esperienza unica, indimenticabile e irripetibile».
E prima di salutare, lo sguardo è già rivolto a casa: «Ci rivediamo presto sul nostro argine, sul nostro amato Po».
Giovanni Gardani