I giorni dei 'Santi
Mercanti della Neve'
“Archiviate” le festività natalizie e trascorse due delle ricorrenze più tradizionali e popolari dell’inverno, e d’inizio anno, quella di Sant’Ilario (13 gennaio), quella di San Mauro (15 gennaio) mentre è tutto pronto per quella, celeberrima, di Sant’Antonio Abate (17 gennaio), intanto che la terra “dorme” in attesa della nuova stagione agraria, ecco che entra nel vivo un tempo in cui, tra fede e cultura, si “cammina” tra una delle leggende forse più antiche, agresti e popolari delle terre di campagna, quella dei “Santi mercanti della neve”; definizione, questa, che deriva dal fatto che le ricorrenze cadrebbero nei giorni più nevosi dell’anno, ma anche in quelli che aprono le porte ad un primissimo e leggero spiraglio di primavera.
Se è vero che la neve, da diversi anni a questa parte, almeno dalle nostre parti, è divenuta una rarità e stiamo assistendo al susseguirsi di inverni piuttosto miti, è altrettanto vero che storia e memoria, anche quando sconfinano nel mito o nella leggenda, sono un patrimonio da custodire e tramandare.
Tra i “Mercanti della neve”, Santa Caterina (col detto “Per Santa Caterina le vacche in stalla” che cade il 22 novembre, Sant’Andrea (30 novembre), Sant’Ambrogio (7 dicembre), l’Immacolata (8 dicembre) e, quindi, come anticipato, Sant’Ilario (13 gennaio) patrono di Parma; San Mauro (15 gennaio) col detto “San Màur, un frad dal diaul” e Sant’Antonio Abate (17 gennaio), con i motti “Sant Antoni, un frad dal demòni” e Par Sant’Antoni Abà, un’ura sunà”, a significare l’allungamento significativo che le ore di luce hanno ormai subito dalla notte del solstizio del 21 dicembre.

Tanti altri sono poi i detti che, da sempre, si tramandano in terra cremonese e casalasca:”Per Sant Antòni se cùr i serióoi se inpiena li bùti e i benasòoi” (Se piove per S. Antonio ci sarà una vendemmia abbondante); “Sant Antòni el fà i póont e San Pàaol el i a ròomp” (Per S. Antonio si fanno i ponti di ghiaccio, ma durano poco: infatti per S. Paolo – 25 gennaio – si scioglieranno); “Per Sant Antòni dèla bàarba biàanca se ghè mìia giàs, la néef ne la màanca” (in questo caso c’è la conferma della rigidità di metà gennaio: se non c’è ghiaccio, certo non manca la neve); “Acqua de fòs, acqua de bìs, Sant Antòni la benedìs” (graziosa e breve preghiera che rivolgevano i contadini assetati che bevevano l’acqua di un fosso: S. Antonio, protettore degli animali, garantiva ad essi che non fosse avvelenata); “Sàant Antòni dèla bàarba bianca, fàme truàa chél che me màanca” (S. Antonio Abate, tra le sue tante doti, era ritenuto capace anche di far trovare le cose smarrite); “Sàant Antòni gluriùus; fìi végner bòon el me murùus che l’è rabìit tama ’n demòni, fème ’sta gràsia, Sàant Antòni” (Altra qualità dell’Abate era quella di far tornare la pace tra gli amanti arrabbiati); “Sàant Antòni chisulèer, el vèen al dersèt de genèer: in che méès végnel?” (indovinello che si faceva ai bambini cercando di confonderli). C’è anche una formula magica “Aqua de fòs, àaqua de bìs, Sant’Antoni la benedìs” grazie alla quale era possibile bere l’acqua di qualsiasi fosso o canale.
Il giorno del santo, il 17 gennaio, si è decisamente caricato di tali e tanti significati, che vedono intrecciarsi fede e superstizione, tradizioni ancestrali e riti propiziatori ed anche di numerose leggende legate per lo più all’allevamento del bestiame. Subito dopo la ricorrenza di Sant’Antonio ecco, solo tre giorni dopo, quella di San Sebastiano (20 gennaio) con i detti “San Sebastian, un frad da can” e “San Sebastian, un’ura in man”. La devozione verso quest’ultimo santo, soprattutto quale protettore contro le pestilenze, unitamente a San Rocco, risale ad epoche remote. A Casalmaggiore la peste colpì negli anni 1497, nel 1514 e nel 1528: probabilmente in occasione di uno di questi eventi venne costruito un piccolo Oratorio in onore del Santo, sopra l’argine del Po. Può giustamente essere definita la “sentinella che guarda al Grande fiume” In occasione della peste che colpì pesantemente Casalmaggiore negli anni 1628 e 1629, poiché il contagio ebbe a cessare proprio il 20 gennaio del 1630, festa di San Sebastiano, la cittadinanza, conformemente ad un voto già prima formulato, decise la costruzione di un nuovo tempio nei pressi della vecchia costruzione.

Alcuni cittadini si erano già preoccupati di garantirvi l’esercizio del culto assicurando la presenza del sacerdote, coll’erezione di idonei Benefici; il diritto di nominarne i titolari venne attribuito ai Reggenti, cioè a due cittadini che, designati dalla Comunità, dovevano interessarsi dell’amministrazione e della gestione della chiesa. Nella notte fra il 3 e 4 novembre del 1705 una spaventosa piena del Po causò molte rotte; una di esse danneggiò la chiesa, dando luogo anche alla formazione di un profondo bugno. La successiva ricostruzione, ultimata nel 1721, realizzò finalmente la struttura quale oggi ancora sussiste, secondo un progetto di don Andrea Molossi. La chiesa, inizialmente officiata in permanenza al servizio di quel rione, gradualmente subì un diradamento dell’esercizio del culto, che già all’inizio del Novecento era divenuto solamente occasionale.
Erroneamente viene spesso indicata come chiesa di Santa Lucia, forse perché vi si celebrava sempre la festa di questa Santa; ma la chiesa di Santa Lucia, molto antica, sorgeva nei pressi dell’antico Palazzo Pubblico, presso la torre dell’acquedotto, e venne demolita nel secolo scorso. San Sebastiano, va ricordato, è anche patrono della città di Sabbioneta (diocesi di Cremona). A Cremona, invece, martedì 20 gennaio, alle 10.30, sarà celebrata la messa nella chiesa dedicata ai santi Fabiano e Sebastiano martiri di via San Sebastiano. A celebrarla saranno il parroco don Davide Barili e don Pierluigi Codazzi, cappellano del corpo della Polizia Locale di cui san Sebastiano è patrono e, al termine della cerimonia, gli agenti in alta uniforme accompagneranno l‘assessore alla Sicurezza Santo Canale e il Comandante Luca Iubini al Civico Cimitero per la deposizione di una corona d’alloro alla stele dedicata agli agenti defunti.

Tornando alle tradizioni dei nostri vecchi, si dice che per San Sebastiano le galline ricomincino a deporre le uova mentre per Sant’Agnese (21 gennaio), annoverata come Sant’Antonio e San Mauro tra i “Mercanti della neve”, il freddo è per le siepi e per San Vincenzo (22 gennaio) l’inverno mette i denti. Per Sant’Emerenziana (23 gennaio) se non piove il grano è a rischio e per San Francesco di Sales e San Feliciano (24 gennaio) se non piove fa poco grano. Tanto per restare in tema meteorologico, il 25 gennaio, per la Conversione di San Paolo, se è sereno ci saranno buoni raccolti; se piove o nevica ci sarà la carestia; in caso di nebbia sarà l’annuncio, purtroppo, di una moria di animali e se ci sarà la tempesta, addirittura, sarà annunciatrice di una guerra tra i popoli.
Arrivano poi, dal 29 gennaio al primo febbraio, i famigerati “Giorni della merla”, ritenuti, per la sapienza popolare, i più freddi dell’anno. Proprio nel cremonese è antica tradizione quella dei cosiddetti “Canti della merla”. In particolare a Cornaleto, Crotta d’Adda, Formigara, Gombito, Pizzighettone, Soresina, San Bassano, Trigolo, e altri, da sempre, si usa riunirsi dinnanzi a un grande falò o sul sagrato di una chiesa o in riva al fiume Adda, a seconda della tradizione, per intonare insieme al coro abbigliato con abiti contadini (le donne con gonna e scialle, gli uomini con tabarro e cappello) e degustare vino e cibi tradizionali. I testi delle canzoni differiscono leggermente da un paese all’altro, ma mantengono come denominatore comune i temi dell’inverno e dell’amore. Chissà che questa tradizione non possa essere ripresa, allargandosi anche al Grande fiume, coinvolgendone entrambe le sponde.
In Febbraio ecco arrivare, il 2, la festa della Candelora (la Presentazione di Gesù al Tempio), evento che si ritenga segni, per lo più, la fine dell’inverno. Dal punto di vita pagano la Candelora ha a che vedere con la purificazione e con i riti propiziatori per la fertilità della terra e rientra a pieno titolo tra gli otto Sabba (Shamain, Yule, Imbolc, Oestara, Beltane, Litha, Lammas e Mabon) che sono le principali festività del nostro calendario in cui vengono celebrati i solstizi, gli equinozi e altre ricorrenze legate alla Natura (a cui si sovrappongono le festività “religiose”). La Candelora è festeggiata il 2 febbraio, proprio perché, in base al calendario astronomico, questo è il giorno che fa finire l’inverno e che inaugura la primavera. E’ quindi un momento di passaggio, tra l’inverno/buio/”morte” e la primavera/luce/risveglio. Un celebre proverbio, citato anche da San Giovanni Paolo II, dice “Candelora dell’inverno semo fora”, ossia il 2 febbraio l’inverno può considerarsi finito.

Il proverbio però continua “Ma se piove e tira vento, dell’inverno semo dentro”, vale a dire che se il 2 febbraio il tempo è brutto, l’inverno durerà almeno un altro mese. In questo senso la Candelora è anche legata ad alcune feste di origine agreste, in molti Paesi europei, infatti, si cucinano piatti specifici, che vengono offerti alla natura o alle fate, come in Francia. Il primo antichissimo proverbio latino sulla Candelora dice: “Si Purificatio nivibus – Pasqua floribus Si Purificatio floribus . Pasqua nivibus”. Significa cioè che se il 2 febbraio è freddo e nevoso, la Pasqua sarà bella. Se invece il 2 febbraio fa bel tempo, a Pasqua nevicherà. Quella della Candelora, meglio conosciuta, sull’una e sull’altra riva del Po come la “Sarjòla” è da sempre un appuntamento molto sentito nelle nostre campagne. E’ sempre stata convinzione diffusa il fatto che la candela ricevuta dal sacerdote, una volta portata a casa, possa esercitare benefici influssi contro le forze del male. Anche per questo la si è sempre utilizzata al capezzale dei moribondi, accendendola inoltre per la nascita di un bimbo.
Ripetendo ed emulando il rito che si svolge in chiesa per la festa di San Biagio, protettore della gola, il più anziano/a della famiglia, fin dai tempi antichi, incrociava due candele benedette, a digiuno, poggiandole all’altezza della gola di chi manifestava dolori, facendogliele baciare in segno di devozione. D’estate, in occasione di temporali, per evitare grandinate, inoltre si è sempre bruciato l’ulivo benedetto la Domenica delle Palme utilizzando la candela della “Sarjòla”. Ma anche le bestemmie sono sempre state “immunizzate” da eventuali epidemie con la stessa candela. Passata la ricorrenza della Candelora, il giorno seguente (3 febbraio) ecco un altro appuntamento legato ad un Santo tipicamente “invernale”, anche lui annoverato tra i “Mercanti della neve”: San Biagio, venerato tanto in Oriente quanto in Occidente, ben popolare anche tra le due rive del Grande fiume.

Popolarissimo e diffuso, per questa ricorrenza, è il rito della “benedizione della gola”, fatta dai sacerdoti poggiandovi due candele incrociate oppure ungendola e facendo una croce con l’olio benedetto, sempre invocando la sua intercessione. Altra tradizione legata a questa ricorrenza è quella di mangiare il “panettone di San Biagio”. Per l’occasione, e per rispettare la ricorrenza, il panettone dovrebbe essere quello avanzato dopo le recenti festività natalizie. San Biagio è tra l’altro patrono di Marzalengo ed Isola Pescaroli. Due giorni più tardi, il 5 febbraio, la festa di Sant’Agata va, in qualche modo, a suggellare il “carnet” dei santi invernali e dei “mercanti della neve”.
Mentre il sonno della fertile terra padana continua, tutte queste tradizioni possano vivere e rifiorire. I Santi dell’inverno, tra devozione e folclore, misteri e leggende, fede e identità popolare, possano accompagnare e illuminare giorni che, solo in apparenza, possono sembrare gelidi e bui. Siano “accolti” e festeggiati, questi santi, sull’una e sull’altra riva del Grande fiume, lasciando accese le stesse luminarie che ci hanno accompagnato in queste settimane, affinchè la meraviglia del Natale possa continuare a risplendere nei nostri giorni, nel nostro agire, nelle nostre terre e nella nostra quotidianità di gente del Po.
Eremita del Po, Paolo Panni