La battaglia legale degli eredi per rientrarne in possesso e la progressiva decadenza dell'immobile e del meraviglioso parco, la cui conservazione - per ironia della sorte - venne affidata al sindaco socialista dell'epoca, Antonio Stagnati">
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La contessa, Farinacci, il sequestro: la storia segreta di Villa Medici

Lo storico Fabrizio Superti ha ricostruito le vicende che nell'immediato Dopoguerra portarono al sequestro preventivo dell'immobile e del suo contenuto, ritenuti "profitti di guerra" data la stretta vicinanza tra la contessa Maria Carolina e il ras di Cremona Farinacci.
La battaglia legale degli eredi per rientrarne in possesso e la progressiva decadenza dell'immobile e del meraviglioso parco, la cui conservazione - per ironia della sorte - venne affidata al sindaco socialista dell'epoca, Antonio Stagnati

Il 17 ottobre del 1945 l’Intendenza di Finanza di Cremona inoltrava istanza per l’immediato sequestro conservativo dei beni mobili ed immobili appartenenti, anche presso terzi, alla contessa Maria Carolina Mocenigo Soranzo spostata con il marchese Francesco Medici del Vascello. Il procedimento richiesto applicava quanto determinato dal decreto emanato nel luglio ’44 afferente ai cosiddetti “profitti di guerra”, a coloro cioè che avevano collaborato con i nazifascisti e che da tale condotta ne avevano ricavato anche vantaggi di carattere economico.

Fra i vari soggetti sottoposti a simile provvedimento figurava per l’appunto anche la nota nobildonna cremonese che, oltre a rivestire diverse cariche durante il fascismo, si ricordava per la vicinanza al ras cremonese Roberto Farinacci. Con quest’ultimo aveva lasciato Cremona nel primo pomeriggio del 26 aprile dirigendosi verso le province dell’alta Lombardia per cercare di sfuggire alla cattura da parte delle formazioni partigiane attive in quei giorni a supporto delle truppe Alleate.

La fuga del convoglio si era interrotta di fronte allo sbarramento di fuoco operato dai partigiani nei pressi di Beverate con la cattura di Farinacci ed il grave ferimento della contessa al suo seguito; quest’ultima, ricoverata presso il vicino ospedale di Vimercate spirerà dopo due settimane di agonia.

Una delle ipotesi formulate sulla destinazione della coppia pare fosse quella di trovare momentaneo riparo presso la residenza dei principi Gallarati-Scotti che si trovava nella località di Oreno, frazione del comune di Vimercate. Uno dei discendenti dell’antica e blasonata famiglia dell’aristocrazia lombarda (Giangiacomo) si era infatti unito in nozze con la sorella della contessa Maria Carolina.

Le due sorelle Mocenigo-Soranzo, figlie del nobile patrizio veneziano Tommaso nato nel palazzo di famiglia affacciato sulla piazza S. Marco, si erano pertanto coniugate con prestigiosi esponenti dell’aristocrazia italiana. In particolare Francesco, marito di Maria Carolina, era un  discendente seppur collaterale, del noto Giacomo Medici, insignito poi del titolo nobiliare per meriti acquisiti nelle varie epopee risorgimentali. Fra i vari possedimenti che la famiglia Mocenigo aveva ricevuto in eredità dal ramo materno (Soresina-Vidoni) compariva anche la cosiddetta rocca di S. Giovanni in Croce, un antico maniero ricco scrigno di vicende storiche.

 

Gli eredi della contessa Maria Carolina
In seguito alla morte della contessa Maria Carolina gli eredi naturali erano rappresentati dal marito, dalla sorella Ida e dalla madre Cecilia Zeno; questi si opposero nell’immediato al decreto di sequestro affidandosi ad un collegio di avvocati operanti tanto sulla piazza milanese che quella cremonese.

Nella città del Torrazzo il referente legale degli eredi era stato individuato nello studio associato posto in via Cadolini in cui operava l’avvocato Giuseppe Cappi, autorevole esponente del cattolicesimo locale e nazionale e futuro presidente della Corte costituzionale. L’ex marito della contessa Maria Carolina si era nel frattempo trasferito nella capitale sabauda dove svolgeva l’attività di consulenza per le attività commerciali.

Nella memoria presentata al Tribunale di Cremona, finalizzata al dissequestro dei beni, si contestava la liceità di un provvedimento relativo a proprietà derivanti da eredità familiari e pertanto esenti da possibili arricchimenti ottenuti da condotte collaborazioniste; il marchese Medici del Vascello rimarcava inoltre che gran parte degli arredi e degli impianti presenti nella rocca fossero di sua diretta proprietà e quindi da escludere da ogni operazione di confisca.

A supporto della sua istanza il marchese inoltrava un atto, predisposto presso lo studio del notaio torinese Guglielmo Teppati, in cui il personale di servizio della famiglia Medici del Vascello, due camerieri un cuoco ed un giardiniere, testimoniava come “esser vero ed a nostra personale conoscenza che i mobili tutti, arredi, suppellettili, impianti ed altro specificato che attualmente trovansi nel castello di Palvareto, sono di esclusiva proprietà del marchese Medici del Vascello ad eccezione di quanto è indicato invece come di proprietà della defunta moglie. Che quanto sopra essi possono attestare per essere da vari anni alle dipendenze della famiglia Medici e per esser cosa notoria”.

La struttura in questione si sviluppava su un ordine di cinque piani e si dipanava in ben 66 vani circondati da un giardino stimato in una superficie di oltre dieci ettari nonché diversi immobili esterni al perimetro dell’immobile. Fra i beni individuati venivano riportate le circa 280 pertiche di terreno afferenti alla proprietà in questione.

Durante le operazioni di verifica del materiale presente nella villa ci si era posti, tra l’altro, il problema di come conteggiare i mobili che si ritenevano appartenere a Roberto Farinacci; in aggiunta si prendevano contatti con il sindaco di Cremona per effettuare, quanto prima, il ritiro di materiale d’archivio rinvenuto nel palazzo senza però specificarne la proprietà o la natura dello stesso.

Antonio Stagnati: un sindaco socialista come affidatario dei beni della Marchesa vicina a Farinacci
In forza del provvedimento istruito nei confronti degli eredi Mocenigo, il giudice Pietro Acotto, Commissario straordinario per le confische, incaricava Antonio Stagnati, sindaco di Palvareto, per la gestione di tutto il patrimonio presente nel comune casalasco. Un ruolo di particolare responsabilità che richiedeva un impegno non indifferente stante la complessità di un patrimonio assai variegato e di particolare pregio.

Il primo cittadino, nato nel 1882, apparteneva alla vecchia generazione socialista protagonista, nel Primo
Dopoguerra, dell’avanzata del partito in grado di conquistare gran parte delle amministrazioni del casalasco. Stagnati era titolare di un’osteria in paese che, nel periodo antecedente all’avvento del fascismo, divenne oggetto di attacchi da parte delle squadre d’azione della zona. La sera del 20 settembre del 1922 si verificava un grave episodio, sorto in seguito ad una provocazione, con l’uccisione di tre avventori che si trovavano nel locale ad opera di fascisti provenienti da alcune località limitrofe.

Nell’agosto dello stesso anno il sindaco rassegnava le dimissioni iniziando un periodo di difficoltà che lo aveva indotto a lasciare il paese per insediare un’attività a Genova; nel capoluogo ligure, a suo dire, incontrava l’ostilità ad opera delle locali autorità che lo limitavano nell’esercizio della sua professione. Tale atteggiamento sarebbe stato sollecitato, secondo lo Stagnati, da ambienti cremonesi e forse proprio del suo paese d’origine.

Al termine della Guerra gli veniva offerto di ricoprire di nuovo la carica di primo cittadino in un frangente caratterizzato da forti tensioni; nell’assolvere al nuovo incarico si trovava a districarsi pure nella conduzione dei beni confiscati che richiedevano una presenza continuativa che configgeva con i suoi frequenti rientri in terra genovese.

All’inizio di marzo del ‘46 il sindaco inviava una missiva al tribunale per specificare come “il 17 0ttobre dello scorso anno fui invitato dalla S. V. ad assumere la gestione della defunta Marchesa Medici del Vascello. (..) Lei sa che risiedo a Genova e che nei primi momenti dell’emergenza fui chiamato a reggere le sorti del comune di Palvareto dal Cln. Aderii con tutto l’entusiasmo per l’atto di riconoscenza che mi tributava il paese in seguito agli otto anni di carica che coprii in qualità di sindaco socialista sino al 1922. Ma purtroppo vivere fuori continuamente dalla sua sede è un sacrificio finanziario che non posso sopportare non essendo un signore.”

La protesta degli eredi
Le modalità di gestione dei beni sequestrati suscitarono, in più occasioni, le vive rimostranze degli eredi che lamentavano l’uso disinvolto e a tratti improprio degli spazi della villa; uno dei legali cremonesi della famiglia Medici del Vascello, l’avvocato Gianfranco Allexich, inoltrava al tribunale di Cremona, nel giugno del ’46, una missiva in cui rimarcava presunti eccessi compiuti da soggetti privati nell’utilizzo degli ambiti esterni dell’edificio.

Il timore che azioni improvvide finissero per arrecare danni permanenti al patrimonio arboreo e paesaggistico del giardino portavano il noto legale cremonese a stigmatizzare come “alcuni mesi fa, senza interpellare nessuno, parte del giardino annesso alla villa fu occupato per un campo da gioco. Non si fece opposizione dato lo scopo e la precarietà della occupazione.

“Un fatto ben altrimenti grave è ora accaduto. In assenza del sequestratario (e ben devo ritenere a sua insaputa) alcune persone occuparono altra parte del giardino, tagliarono il prato e vi impiantarono una “balera”. Ciò costituisce una violenza ed una illegalità, contro la quale gli interessati a mio mezzo protestano e chiedono l’intervento della S.V.”

L’assenza della proprietà nonché la vicenda legata alla erede di casa Mocenigo rendevano quegli spazi, per secoli esclusivo utilizzo di una nobile famiglia, percepiti come una sorta di bene collettivo ad uso popolare.
L’intervento dell’Intendenza di Finanza aveva di fatto veicolato l’idea che l’azione si prefigurasse come una sorta di confisca dei beni e la popolazione l’aveva in tal senso percepita.
Si prefigurava pertanto l’avvio di quella stagione di progressivo declino di numerose residenze nobiliari che
comporterà, nel volgere di alcuni decenni, alla perdita di un patrimonio storico-architettonico di estremo rilievo.

 

La fine della gestione Stagnati
Nell’ottobre del ’46 il mandatario inoltrava il rendiconto del suo operato giunto ormai al termine; nello stilare il prospetto finale evidenziava come “nell’assumere la gestione ho impegnata tutta la mia buona volontà perché gli interessi di questa azienda fossero curati come mia proprietà. Mi preoccupai che non mancasse uno spillo della roba inventariata avendone anche la piena responsabilità. Stabilii due guardie notturne che ritenni indispensabili con tutte le aggressioni che infestano questa zona. Ho creduto utile affittare qualche abitazione fra cui una venne anche riparata. Ho dato pure ricetto ad un piccolo opificio di tessitura.
Col benestare del giudice Acotto venne formato nel bosco un campo sportivo senza menomare l’estetica di esso.”

La gestione di una realtà economica alquanto complessa e di particolare pregio architettonico risultava un’operazione sempre più difficile da garantire stante l’intensificarsi dei periodi di soggiorno compiuti dal sindaco nel capoluogo ligure; terminato l’incarico si premuniva di richiedere la liquidazione del compenso previsto dalla normativa che risultava a carico degli eredi dei beni sottoposti a confisca.

La diaria giornaliera era stimata in circa trecento lire che, moltiplicata per il periodo interessato, comportava un esborso
superiore alle ottantamila lire; essendo trascorsi alcuni mesi dalla cessazione dell’incarico lo Stagnati sollecitava la riscossione del dovuto evidenziando di “essere a corto di quattrini”.

Stagnati interloquiva con il marchese Medici del Vascello con una curiosa riverenza che rivela la distanza che all’epoca ancora esisteva fra esponenti di classi sociali ben distanti fra loro. Nel rapportarsi con il nobile proprietario impiegava un tono di sudditanza formale che si evinceva persino nell’attacco della lettera, in cui rammentava a “Sua Eccellenza il sig. marchese nell’eventualità che desiderasse risiedere nel suo castello darò la mia opera sincera e leale perché questa dimora possa renderla felice e contento come lo fu quando tutto era calmo e più bella la vita. Io farò tutto il possibile per creare una sana atmosfera e con una certa soddisfazione”.

Il primo sindaco del dopoguerra forniva pertanto al Medici del Vascello, ormai residente altrove, una sorta di “protezione” circa un suo eventuale ritorno nella precedente dimora.

Fabrizio Superti

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