Investito e ucciso in pista: "Per il pilota non ci fu il tempo di evitare l'impatto"
La testimonianza del consulente della difesa nel processo a carico di un pilota bergamasco accusato di omicidio colposo per la morte di Davide Rolando
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Un tempo troppo breve per avere la percezione del pericolo: non c’è stata possibilità di schivare Rolando“. Questa la conclusione a cui è arrivato l’ingegner Alghero Vincenti, ricostruttore cinematico e consulente della difesa nel processo a carico di un pilota bergamasco accusato di omicidio colposo per la morte del collega torinese Davide Rolando, 47 anni, investito e ucciso poco dopo le 16 del 7 maggio del 2023 durante una corsa al Cremona Circuit di San Martino del Lago.
Quel pomeriggio si stavano svolgendo le prove libere. Subito dopo la curva numero tre, lungo un rettilineo, il torinese era stato “disarcionato” dalla sua Bmw 1000. Il centauro stava cercando di rialzarsi per uscire dalla pista, quando era stato travolto dalla moto dell’imputato. Per Rolando non c’era stato nulla da fare.
Prima dell’investimento, dopo che Rolando era caduto, erano sfrecciati due motociclisti che erano riusciti ad evitare l’impatto con il collega, mentre il motociclista bergamasco, sopraggiunto dopo gli altri due, lo aveva travolto. Secondo l’ingegner Cinzia Cardigno, il perito che su incarico del pm aveva ricostruito l’incidente, documentato dal sistema di telecamere interno del circuito, l’imputato aveva la visuale libera e avrebbe potuto vedere il collega caduto, rallentare, così come avevano fatto i due motociclisti prima di lui, e conseguentemente evitarlo.
Di tutt’altro parere il collega Vincenti, arrivato alla conclusione, dopo aver preso visione delle due moto, analizzato i frame dei video delle quattro telecamere del circuito e aver effettuato una simulazione tridimensionale, che l’imputato aveva avuto un tempo troppo breve per accorgersi della presenza del motociclista e poterlo schivare.
45 metri di distanza dal corpo e 1,8 secondi: questo è il tempo e lo spazio che l’imputato, una volta terminata la curva, aveva a disposizione per percepire il pericolo ed evitare l’investimento. “Troppo poco”, per l’ingegner Vincenti. Le telecamere avevano ripreso tutta la scena. Ma per il consulente della difesa, diversamente da quanto stabilito dalla collega Cardigno, “ci si doveva mettere nella prospettiva della visione della strada da come la vedeva il motociclista bergamasco. Neppure i direttori di gara, dalle loro postazioni, erano riusciti ad avvisarlo in tempo”.
Il prossimo 9 giugno sarà pronunciata la sentenza.