Guerra in Iran, il casalese Masoud: "Per Trump sarà dura decidere nostro futuro"
«Ci sono molti ragazzi giovani che manifestano con bandiere israeliane e americane. Sono arrabbiati, e hanno anche ragione a esserlo. Ma dalla rabbia non nasce una decisione politica: serve un vero progetto di cambiamento, e anche loro sanno che non è semplice»
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Vive a Casalmaggiore da 30 anni e in Italia da 40. Masoud Mirfarshi lavora al Centro commerciale Padano ed era facile vederlo, fino a qualche anno fa, sulle tribune del PalaRadi a tifare per la Pomì Casalmaggiore. Iraniano, con la famiglia ancora a Teheran, guarda con preoccupazione ma anche con lucidità agli sviluppi della guerra.
«Io non vado molto d’accordo con il regime iraniano – racconta – ma questo non significa che, per cambiare le cose, dobbiamo chiedere aiuto ai Paesi stranieri. Abbiamo già visto cosa è successo in Iraq, in Libia e in altri Paesi: non credo che ci aiuteranno davvero».
Masoud osserva anche le proteste che si stanno svolgendo in varie piazze del mondo. «Ci sono molti ragazzi giovani che manifestano con bandiere israeliane e americane. Sono arrabbiati, e hanno anche ragione a esserlo. Ma dalla rabbia non nasce una decisione politica: serve un vero progetto di cambiamento, e anche loro sanno che non è semplice».
Secondo Mirfarshi, il forte sentimento nazionale degli iraniani sarà un fattore da tenere in considerazione. «L’Iran non è il Venezuela. Io sono iraniano e conosco bene il mio popolo: il nazionalismo è molto forte, a volte persino esagerato. In Iran non abbiamo nemmeno una festa dell’indipendenza, perché non siamo mai stati una colonia. Credo che su questo Donald Trump sbagli valutazione».
Intanto, dopo giorni di grande apprensione, sono ripresi i contatti con la famiglia rimasta a Teheran. «Per i primi quattro giorni non siamo riusciti a sentirci: le comunicazioni erano difficili. Alla fine sono stati loro a chiamare. Da qui non si riusciva a contattare l’Iran. Abbiamo parlato solo tre minuti, poi la linea è caduta, ma per fortuna stanno tutti bene».
Il pensiero finale è semplice e amaro: «Speriamo che finisca presto per tutti. Le guerre le decidono persone che si conoscono, ma a morire sono quelli che non si conoscono».