Cronaca

Il martedì grasso, tra storia e tradizioni: a Motta e Torricella è tutto pronto

Diversi gli eventi nel casalasco per l'ultimo giorno di Carnevale

Il falò di Torricella del Pizzo

Un Martedì Grasso tra divertimenti e giochi, allegria e tradizioni, per grandi e piccoli: è tutto pronto, nei piccoli ma vivaci comuni di Motta Baluffi e Torricella del Pizzo in vista dei festeggiamenti di martedì 17 febbraio (Martedì Grasso).
A Motta Baluffi, in piazza Gaboardi (piazza del Comune), alle 14.30, festa in maschera con divertimenti per tutti. In serata, alle 20.30, a Torricella del Pizzo, tradizionale appuntamento con il Falò di Carnevale in località “Vecchio Budri”. Per l’occasione si potranno gustare vin brulè e dolcetti di Carnevale. Entrambi gli eventi sono promossi dalle rispettive Amministrazioni comunali.

Da evidenziare che, a Torricella del Pizzo in particolare, il falò ha sempre avuto un significato del tutto speciale per gli agricoltori: erano soprattutto loro che si davano da fare per la sua realizzazione ed aveva una forte funzione propiziatoria legata alla fertilità della terra e all’abbondanza dei raccolti.
Sulla cima veniva sempre posta la “vecchia”, un fantoccio di paglia e stracci simbolo dell’inverno e della stagione passata. Spesso questo rito, a tarda sera, era anche accompagnato dal suono del “campanone” che segnava, in modo definitivo, la fine dei divertimenti e l’avvio del cammino penitenziale quaresimale. Una tradizione, nel complesso, che purtroppo in molte località si è persa; per questo, per il suo mantenimento ed il suo recupero, va elogiata l’iniziativa del piccolo borgo fluviale che sta tenendo vive queste pagine di storia. Chissà che, nel prossimo futuro, falò possano accendersi sull’una e sull’altra riva del fiume, unendo simbolicamente (e materialmente) le genti del Po.

Il falò di Torricella del Pizzo

 

Quella del Carnevale è senza dubbio una delle feste più tradizionali, attese e folkloristiche, che porta a giornate fatte di divertimento, allegria e relax.
Ma Carnevale è anche storia; una storia che affonda le proprie radici nella notte dei tempi. Bisogna ricordare innanzitutto che la parola Carnevale deriva dal latino carnem levare, ovvero eliminare la carne, riferendosi ai banchetti che si tenevano nell’ultimo giorno di Carnevale: il Martedì Grasso. Per la tradizione cattolica, infatti, il Carnevale è il momento dell’abbuffata che precede la Quaresima, il periodo di digiuno, astinenza e fioretti in vista della Pasqua.

Ma al di là dell’aspetto religioso, pare che il Carnevale sia molto più antico della religione cattolica stessa. Infatti, nell’antica Roma si celebravano cerimonie pagane in onore del Dio Saturno: i Saturnali, feste in cui si salutava l’inverno e si accoglieva la primavera e la fertilità. Durante questi festeggiamenti non vi era più differenza tra nobili e plebei, grazie all’uso delle maschere indossate come difesa contro le potenze ostili, con la speranza di un raccolto abbondante.

Per gli antichi romani, Saturno era il Dio dell’età dell’oro, un periodo felice in cui regnava l’uguaglianza. Con i Saturnali tutto ciò veniva celebrato con balli, canti e scherzi, sovvertendo obblighi sociali e di classe. A Carnevale ci si dedicava a cibo, bevande e divertimenti sfrenati. Nel Medioevo, i festeggiamenti lussuosi e goderecci furono ridimensionati dalla Chiesa, lasciando spazio a rappresentazioni di compagnie di attori in maschera. Il momento clou della festa era l’uccisione di un fantoccio, che rappresentava il capro espiatorio dei mali dell’anno passato.

Numerose, come noto, sono le maschere popolari. In terra lombarda non ha certo bisogno di presentazioni Arlecchino, la cui storia è direttamente legata alle terre che si estendono intorno all’Oglio e al Po. Tristano Martinelli, nato a Marcaria nel 1557, è considerato il più grande e celebre tra gli antichi Arlecchini al tempo della massima fioritura della commedia dell’arte.

Ma le terre del Po si caratterizzano anche per la presenza di maschere locali, più o meno conosciute. A Piacenza le maschere erano quattro: Vigion, Tulein Cücalla e le rispettive mogli Cesira e Lureinsa. Le sfilate dell’Appennino piacentino erano guidate da una maschera dalle sembianze disarmoniche e sgraziate, detta U brüttu (Il Brutto) o A Bestra (La Bestia). A Parma, invece, la maschera tipica è Al Dsèvod (L’Insipido), vestito con un abito a quadri gialli e blu.

Ben pochi sanno che anche Zibello, terra del celebre culatello, aveva una sua maschera, scomparsa da quasi due secoli: Stoflen, citata da don Bartolomeo Zerbini nelle sue “Memorie della parrocchia di Zibello”. Giulietti Cristoforo, detto Stoflen, era un uomo del popolo che in Carnevale si divertiva e faceva divertire, tanto da diventare figura simbolica. I Zibellini lo richiamarono a memoria negli anni 1871-72, creando la maschera di Stoffolino Gigliobello.

Le memorie di don Zerbini sono riprese anche nel volume “Zibello – La storia, la gente, le opere, le tradizioni”, pubblicato nel 1985 grazie all’allora sindaco Gaetano Mistura. Dalle sue annotazioni si deduce che la maschera scomparve intorno al 1840.

Lo stesso parroco racconta delle grandi mascherate del 1871 e 1872, della pioggia che impedì i festeggiamenti del martedì grasso e della decisione di “vendicarsi” con una solenne mascherata nella prima domenica di Quaresima, con tanto di illuminazione generale del paese. La sola casa parrocchiale rimase al buio, illuminata solo dalla luna, e alcuni “tristi” tirarono sassi alla porta del parroco gridando “fuori i lumi”. Ma lui rimase fermo, preferendo “il solo lume della luna”.

Un parroco integerrimo, d’altri tempi, dalla fede profonda e dal carisma sanguigno, di quelli che avrebbero ispirato Don Camillo e Peppone. A lui si deve eterna gratitudine per aver conservato la memoria di una maschera delle terre di fiume che, chissà, un giorno potrebbe anche tornare.

Eremita del Po, Paolo Panni

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