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Boselli e la Champions 10 anni dopo: "Dopo un time out di Barbolini capii che avremmo vinto"

“In un time-out predisse tre colpi dell’avversaria: prima un attacco normale, poi un pallonetto e infine una parallela. È successo esattamente così”

Massimo Boselli Botturi, presidente del trionfo
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Dieci anni dopo, per Massimo Boselli Botturi quella della Champions League 2016 non è solo una vittoria: è qualcosa di irripetibile. “L’impresa più importante di sempre, sicuramente di Casalmaggiore, ma credo anche una delle più importanti dello sport italiano”, sottolinea il presidente. Il motivo è semplice quanto potente: “Una cittadina di 15 mila abitanti sul tetto d’Europa non si era mai vista e non si è più vista”.

Il racconto parte da un momento tanto improvviso quanto decisivo. Una telefonata di Carlo Magri, allora presidente FIPAV, e una risposta da dare in due ore. “Mi disse: c’è la possibilità di ospitare la Final Four in Italia, ma devi rispondermi entro due ore”. Da lì, la corsa contro il tempo: “Puoi immaginare la fibrillazione, abbiamo riunito tutti, parlato con sponsor e società”.

L’idea iniziale era Cremona, ma le condizioni del palazzetto portarono a una scelta diversa. “Siamo andati su Montichiari molto volentieri, e ricordiamo ancora il calore e il colore rosa di quei giorni”. Una scelta che si rivelerà decisiva, anche per permettere alla squadra di concentrarsi esclusivamente su quel weekend, bypassando i playoff a 12 e a 6, come prevedeva il regolamento Cev.

In finale sì, dunque, ma la Pomì non arrivava certo da favorita. “Non c’era assolutamente ottimismo, non era la migliore versione della squadra. Anzi, venivamo da una semifinale di Coppa Italia già vinta e poi persa e da un periodo difficile, con grossi dubbi. Ma forse proprio da quei dubbi è nata la voglia di riscatto che abbiamo visto negli occhi delle ragazze”.

Le due partite della Final Four cambiano tutto. “La semifinale dominata, la finale vinta sempre 3-0, anche se molto più tirata”, racconta. Ed è proprio nella tensione della finale che prende forma il ricordo più vivido. “Eravamo sempre lì, 20 pari nel primo set, 20 pari nel secondo…”. Poi, la consapevolezza: “Alla fine del secondo set abbiamo cominciato tutti a crederci, perché vedevamo che la zampata finale riuscivamo sempre a metterla noi”.

E infine, l’esplosione. Il punto decisivo firmato dal muro di Francesca Piccinini. “Il boato è stato enorme, sembra di risentirlo ancora oggi”.

Nel racconto del presidente c’è spazio anche per un dettaglio che racconta la grandezza di quella squadra: il lavoro di Massimo Barbolini. “Aveva preparato quelle partite in modo maniacale”. Fino all’episodio simbolo: “In un time-out predisse tre colpi dell’avversaria che stava per entrare, Sheilla, molto temuta: prima un attacco normale, poi un pallonetto e infine una parallela. È successo esattamente così”. Un’immagine che rende l’idea del controllo e della lucidità raggiunti in quei giorni.

Poi arriva la notte più lunga, quella dei festeggiamenti. Diversa da quella dello scudetto dell’anno precedente. “Dopo Montichiari abbiamo voluto fortemente tornare a casa, a Casalmaggiore. Con noi c’erano familiari, amici, i fidanzati delle giocatrici, è stato un ritorno bellissimo”. E poi la piazza: “Non l’avevo mai vista così gremita. È stata l’apoteosi, la conclusione fantastica di una giornata fantastica”.

Dieci anni dopo, però, lo sguardo si allarga al presente. E qui il tono cambia. Alla domanda se un’impresa del genere sia ripetibile, Boselli è netto: “No, sarà irripetibile”. Il motivo è legato all’evoluzione del sistema: budget più alti, strutture più complesse, il dominio di grandi realtà come Imoco Volley Conegliano.

“Servirebbe un imprenditore che ci creda davvero, sono pochi quelli che hanno la forza di sostenere una squadra così”, spiega. Le competenze non mancano: “Io sono convinto che ci siano le persone giuste, dirigenti preparati e risorse tecniche, anche perché dieci anni di serie A1 hanno creato dirigenti di alto livello”. Quello che manca, semmai, sono i mezzi: “Le risorse economiche sono sempre meno”. Ma questa è un’altra storia.

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