Cultura e spettacoli

Il sogno di Mathys: “Io sul palco che fu di Hendrix, unico italiano all’Isola di Wight”

Originario di Asola ma ormai di casa a Casalmaggiore, dove suona spesso al Bar Centrale e dove è cresciuto musicalmente insieme ai ragazzi degli Homies e dell'etichetta indipendente Risorgiva, Mattia Foina venerdì salirà sul River Stage

Mattia Foina coronerà un sogno

Il suo primo dvd visto? Jimi Hendrix durante la sua ultima esibizione dal vivo, quella all’Isola di Wight nel 1970. La stessa isola dove lui, Mattia Foina, in arte Mathys, suonerà venerdì. Sullo stesso palco di uno dei suoi idoli, lui che è un beatlesiano convinto ma che per Hendrix ha comprato la sua prima Stratocaster.

Sì, non sarà più il festival che cantavano i Dik Dik, quello del triennio 1968-1970, ma l’Isola di Wight, a sud dell’Inghilterra, resta un luogo mitico. E quel festival, rinato nel 2002 e capace di rinnovarsi senza perdere il proprio fascino, continua a richiamare migliaia di spettatori e artisti da tutto il mondo.

Fra loro, quest’anno, ci sarà anche Mattia Foina, in arte Mathys. Originario di Asola ma ormai di casa a Casalmaggiore, dove suona spesso al Bar Centrale e dove è cresciuto musicalmente insieme ai ragazzi degli Homies e dell’etichetta indipendente Risorgiva, venerdì salirà sul River Stage, uno dei tre palchi principali del festival, dedicato ai talenti emergenti. Sarà l’unico artista italiano invitato a esibirsi in questa edizione, sullo stesso terreno che in passato ha ospitato leggende come Bob Dylan e Jimi Hendrix.

Per quanto prestigioso, quello dell’Isola di Wight non rappresenta il debutto internazionale assoluto di Mathis. «All’estero avevo già suonato in alcuni locali e ho avuto esperienze importanti come la Beatles Week al Cavern Club di Liverpool. In Italia invece ero stato al Pistoia Blues nel 2013 con la mia band di allora, gli One Past Midnight. Ma un festival di queste dimensioni è tutta un’altra cosa. E sì, è la prima volta su un palco così importante».

Le dimensioni dell’evento, racconta, sono impressionanti. «L’organizzazione è fuori di testa, siamo anni luce rispetto a quello che normalmente si vede da noi». Una coincidenza ha voluto che proprio nei giorni del festival esca anche il suo nuovo singolo, accompagnato dal videoclip e dal primo EP. Una scelta studiata nei dettagli. «Abbiamo cercato di far coincidere tutto. Spero possa essere una bella vetrina non soltanto per me, ma anche per tutto il movimento musicale che ruota attorno a Risorgiva».

L’invito è arrivato quasi inaspettatamente grazie a una serie di incontri e conoscenze. Tutto nasce da Jonathan Faddam, inglese, produttore di occhiali per artisti e figura molto inserita nell’ambiente musicale britannico, che collabora con musicisti di primo piano, fra cui James Bay. È stato lui a fare da tramite con John Giddings, storico organizzatore dell’Isle of Wight Festival e uno dei più importanti promoter inglesi.

QUI SOTTO L’INTERVISTA INTEGRALE A MATHYS

«Jonathan ha fatto ascoltare la mia musica e da lì è partito tutto. Non ho nemmeno vissuto una vera selezione: un giorno mi hanno semplicemente detto che volevano propormi di suonare il venerdì pomeriggio sul River Stage. Ovviamente non ci ho pensato due volte».

Un percorso che gli ha lasciato anche una riflessione. «Ho avuto quasi la sensazione che la mia musica sia stata accolta con maggiore naturalezza in Inghilterra rispetto a quanto accada, a volte, in contesti molto più piccoli». Senza però trasformare questa considerazione in una critica verso casa propria.

Anzi, Mathys rivendica con orgoglio il rapporto costruito con Casalmaggiore e con la Bassa. «Non sono casalasco, ma qui mi sento adottato. Suono con musicisti di Casalmaggiore da tanti anni. Il disco l’ho registrato con Giovanni Manfredi e Mirko Sereni, il video del nuovo singolo è stato realizzato qui e continuo a condividere il palco con Tommaso Frassanito, Mirko Boldrini e gli altri ragazzi con cui collaboro da tempo. Non mi sento di dire che nessuno è profeta in patria, perché io mi trovo benissimo anche a casa mia».

Piuttosto, il musicista parla di territori che vivono priorità differenti. «Probabilmente il bisogno di arte e di musica viene percepito in modo diverso rispetto ad altre realtà. Ma la nostra pianura ha una forza incredibile: magari offre meno opportunità, però sa ispirare. Io della Bassa sono un grande fan».

Mathys canta esclusivamente in inglese e definisce il proprio stile «folk moderno», una miscela di cantautorato, indie folk e grande tradizione chitarristica. Le influenze sono molteplici. Da Bob Dylan alle nuove band irlandesi come Kingfishr e Amble, passando per Mumford & Sons, fondamentali per la crescita vocale.

Ma il primo amore resta Jimi Hendrix. «Sono un beatlesiano convinto, ma il primo DVD che abbia mai visto è stato proprio quello dell’ultima esibizione di Hendrix all’Isola di Wight. Dopo averlo visto comprai la mia prima Stratocaster nera. Ce l’ho ancora oggi. Non l’ho scelta per Eric Clapton, che pure adoro, ma proprio per Hendrix».

Accanto a lui ci sono poi altri riferimenti imprescindibili: Eric Clapton, Stevie Ray Vaughan, John Mayer, George Harrison e lo stesso Dylan. Musicisti che influenzano tanto i suoi brani originali quanto il repertorio di cover che propone dal vivo.

Oggi la musica non rappresenta più l’unica attività professionale di Mattia Foina. «C’è stato un periodo della mia vita in cui ho provato a vivere soltanto di questo. Oggi faccio anche un altro lavoro e cerco di far convivere entrambe le cose nel miglior modo possibile».

Intanto si prepara a vivere un’esperienza che difficilmente dimenticherà. Partirà con un giorno di anticipo, è arrivato sull’isola giovedì sera e resterà fino a lunedì, per godersi il festival anche da spettatore. «Voglio vedere i grandi concerti, da The Cure ai Kooks fino a David Gray, ma anche approfittarne per visitare l’isola. Ci sarà il concerto, ma anche il prima e il dopo fanno parte dell’esperienza».

Come ogni musicista, anche lui ammette di convivere con una certa tensione prima di salire sul palco. «Sono molto puntiglioso. Continuo a cambiare arrangiamenti fino all’ultimo e i ragazzi che suonano con me lo sanno bene. Probabilmente sono anche contenti che questa volta vada da solo, perché fino all’ultimo modifico qualcosa».

Poi, però, tutto cambia. «Per me il momento più semplice è proprio quando inizio a suonare. È lì che ci si lascia andare davvero. Dopo il concerto, invece, ci si rilassa per forza».

E forse sarà inevitabile, una volta imbracciata la chitarra sul River Stage, ripensare a quel ragazzo che davanti a un DVD scopriva Hendrix proprio sull’Isola di Wight. Stavolta, però, non sarà più spettatore: salirà sullo stesso palco, con le sue canzoni e il suo sogno diventato realtà.

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