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Il pasticciaccio brutto dei marò

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Ora che Monti ha rinnegato la parola data restituendo i nostri marò all’India per proteggere gli affari,  ora che il mondo ride di noi, ora che il Paese è umiliato, retrocesso  nell’Italietta ingrata e pasticciona di inizio secolo scorso, ora che i due fucilieri  hanno lanciato il loro appello ai politici (“Risolvete la nostra tragedia”), ora che il ministro Terzi si è dimesso (“ero contrario a rimandare i Marò”), due o tre riflessioni bisogna pur farle.

1.  Addio credibilità – In un giorno solo, in un colpo solo, i ministri tecnici sono riusciti a dilapidare il credito che si erano guadagnati in 17 mesi di governo. Riconsegnando i marò all’India dopo aver annunciato con squilli di tromba che ce li saremmo tenuti, i professori – Monti e Terzi in testa – hanno dimostrato tutti i loro limiti. Sono stati rapidissimi a calare le braghe. Uno spettacolo triste. Andrebbero processati per “millantata credibilità”. Il gioco sulla pelle di due cristiani innocenti, usati e gettati, è stato vergognoso. Si sono dimostrati una manica di incapaci. L’India, conoscendoli, ha fatto la voce grossa ed i nostri cacasotto hanno abboccato.  Domanda:avevano  il timore che il mancato ritorno dei sottufficiali in India, dopo la seconda licenza,  potesse concretizzarsi  in una condanna a morte dei marò? Un motivo in più per non consegnarli agli indiani. La vita, anche di fronte alla legge, è un bene non negoziabile.  Bastava dir loro che i nostri fucilieri  sarebbero stati trattenuti “soltanto per il  tempo necessario ad un chiarimento” (Sergio Romano).  Ed invece no. Oplà, giù le braghe e tanti saluti a dignità e orgoglio.  Nel silenzio, omertoso  e inetto, dei fiancheggiatori noti, banchieri e (pseudo) intellettuali in testa.

2. L’India ci deride – Questi indiani si stanno divertendo un mondo con il circo Monti. Fin dal primo giorno. Cioè da quel 15 febbraio 2012, giorno in cui dal cargo “Enrica Lexie” i nostri marò hanno sparato sui pescatori scambiati per pirati, uccidendone un paio.La nave italiana navigava in acque internazionali, idem il peschereccio indiano. Il nostro cargo è stato fatto rientrare in un porto indiano con un sotterfugio, i nostri sottufficiali “in servizio di Stato” non hanno potuto opporsi all’inversione di rotta . Gli indiani, col trucco, ci hanno incastrato. I marò sono finiti in galera tre mesi.  Dopo la sbornia, gli indiani  ce li hanno restituiti per Natale (rientro in Italia il 22 dicembre) e per le elezioni  di febbraio (giusto in tempo per fare una foto con MiniMario). Poi la frittata del premier: restano qui, no,  ve li mandiamo  subito indietro. Gli indiani prima hanno intrappolato il nostro ambasciatore (infischiandosene della Convenzione di Vienna del 1961 secondo cui  gli agenti diplomatici non si toccano) poi hanno fatto la voce grossa. Ha detto il loro ministro della Difesa A. K. Antony:”Roma è stata piegata senza problemi”. A Kerala, suo serbatoio di voti, per poco non lo portano in trionfo.  Tranciante la stampa locale:  Il “Guardian” ha parlato di piccola Italia, “The  Asian Age” ci considera addirittura sotto lo Sri Lanka.  Morale: otto impiegati indiani della nostra ambasciata a  New Delhi hanno presentato una denuncia contro il governo italiano per “discriminazione” basata su razza e nazionalità. Insomma vogliono l’aumento di stipendio. Approfittano del clima. Pagheremo noi.

3. L’ira dei generali – Negli ambienti militari italiani montano le critiche sulla “catena di errori” commessi dal governo. Il capo delle Forze armate Luigi Binelli non ce l’ha fatta più ad assistere all’avvilente battibecco tra Roma e New Delhi e si è sfogato. Alzando i toni:”Basta con questa farsa”. Poi ha espresso il suo sostegno ai due militari – Massimiliano Latorre e Salvatore Girone –  lodandone “l’esempio, il coraggio e la disciplina”. Ha detto Gianfranco Paglia, medaglia d’oro al valor militare ed ex deputato:Questi nostri marò  sono il fiore all’occhiello dell’Italia.Sono loro che stanno facendo la più bella figura”. Ora i marò hanno paura della morte ma il governo indiano ha escluso l’applicazione della pena capitale; il presidente del tribunale speciale , si dice, può al massimo infliggere sette anni. E perché noi, dopo i tanti reciproci pasticci, dovremmo fidarci del governo indiano  che garantisce cose che non può garantire?

Enrico Pirondini

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