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25 aprile, la storia
di Pino Degrada, reduce
di El Alamein

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Nella foto Degrada (a destra) con moglie e figlio durante la cerimonia in comune del 10 aprile 2011

Da noi, a voi, buon 25 aprile! Per festeggiare una ricorrenza da sempre molto sentita, abbiamo pensato di regalarvi la testimonianza commovente e lucida insieme di Giuseppe Degrada, reduce di El Alamein, una delle battaglie più sanguinose che la Seconda Guerra Mondiale ricordi. Era il 23 ottobre 1942. Di seguito trovate un estratto dell’intervista che Degrada concesse a “La Cronaca” di Cremona nell’aprile del 2011, pochi giorni prima di compiere 90 anni e di essere celebrato nella sala consiliare del comune di Casalmaggiore.

Il nostro racconto, storia che sembra inventata e invece è verissima e non sarà mossa da meri meccanismi cronologici, inizia nel 1941: “Avevo 19 anni” racconta Pino “e quindi, per l’epoca, ero minorenne (la maggiore età si raggiungeva a 21 primavere, ndr). Facevo il militare sul fronte francese e a Cuneo vidi dei libretti che pubblicizzavano l’attività di paracadutista: fu un colpo di fulmine, ma dovetti attendere la maggiore età, perché i miei genitori mi fecero scrivere dal parroco che non avrebbero firmato alcun permesso. Un anno e mezzo dopo ero a Tarquinia per il durissimo corso di addestramento. Gianni Brera, all’ufficio propaganda, scopre che sono pavese come lui e mi fa: “Rinuncia ai lanci e stai qui con me, ho bisogno di un bravo attendente”. Spiacente, ma non poteva accettare. Dopo qualche giorno ero a Taranto e nel luglio 1942 ci dicono di prepararci perché avremmo provato alcuni lanci su Malta. Balle: senza dirci nulla, ci portarono a Tobruc, in Cirenaica e ci lanciarono. A quel punto eravamo fanti: in mano un piccone e un badile, nessuna arma, guidati dal Generale Fantini, che ovviamente era sottoposto alle strategie del tedesco Rommel. Il 30 agosto si era quasi a Il Cairo, sempre a piedi, senza neppure una bici”.

Lo scenario clou è sempre egiziano ma si sposta ad El Alamein: oggi un ossario e una distesa di sabbia, ieri, allora, il teatro di uno dei più cruenti episodi della Seconda Guerra Mondiale. “Costruivamo fortificazioni, trincee, ci preparavamo a combattere. Ma non accadeva nulla, l’unica contrattazione era quella del Tenente Bertoni che, non fumando, barattava sigarette per un po’ di acqua. Il 23 ottobre, di sera, i 70 chilometri di fronte si incendiano: vedo un orizzonte di fuoco”.

E’ il segnale dell’inferno. “Io avevo un cannoncino, il mio compito era sparare ai cingoli dei carri armati, per fermarne l’avanzata. Altri furono meno fortunati ed erano spediti all’assalto con le bombe a mano o con mine magnetiche. Da parte mia rischiai due volte la pelle per davvero. Dopo che, il 4 novembre, riuscimmo a fermare trecento blindati, Churchill, uno statista che ancora sapeva riconoscere il coraggio di un avversario, scrisse che noi eravamo i “Leoni della Folgore”. Dovevamo comunque ripiegare: seppellii il cannoncino, troppo pesante, e a quel punto erano assalti all’arma bianca. In uno di questi io stavo sparando dalla trincea e una scheggia di mezzo chilo mi sfiorò, spezzando in due il calcio del mio mitra. Era incandescente: potevamo saltare per aria io e tutti i miei vicini di fronte”.

“Eravamo cadaveri in piedi” spiega Degrada “senza un’organizzazione, senza poterci lavare per settimane, con la barba incolta e sporchi. Terminai l’esperienza con le sole mutande addosso: il resto erano brandelli della divisa”.

E dopo l’episodio lancinante dello scontro, l’esperienza della prigionia. “Ci ritrovammo in mezzo al deserto un soldato sardo e io: ricordo benissimo che gli ultimi due colpi della mia Beretta li sparai contro due fusti d’acqua abbandonati, per poterli aprire. Poco dopo scorgemmo un autoblindo in arrivo: erano gli inglesi, ci arrendemmo mettendo un fazzoletto bianco sulla punta del mitra. Vedendo l’arma partì prima una raffica, poi tutto si risolse”.

Non proprio tutto. “Come on, come on mi dicevano. Poi, arrivati al campo di prigionia, un australiano, e quelli ce l’avevano a morte con noi italiani, mi punta la pistola contro. Un tenente inglese fa appena in tempo ad abbassargli la mira: il colpo esplode a terra. E’ stata l’ultima volta che ho rischiato la vita”.

La prigionia al confronto sembra nulla. “Sei mesi al campo 309 con un filone di pane in due e un po’ di minestra, ma era tanta manna. Poi dal 1943 al 1944 due anni quasi pieni in Palestina, presidio militare tranquillo. Erano più che altro lavoretti. Riuscii a mettere da parte denaro, rubando qualche plaid agli inglesi, che ogni sera facevano baldoria e lasciavano incustodito l’accampamento. Rivendevo tutto agli arabi, poi lavorai anche in un allevamento di maiali: dovevo dare zucchero ai cuccioli appena slattati, invece gli davo dei calci nel sedere. E le zollette le rivendevo sempre agli arabi, che compravano tutto. Con quei soldi mi rifeci i denti nuovi e comprai due fedi per i miei genitori, che avevano sacrificato le loro alla patria”.

Il contatto restò sempre costante. “Scrivevo cartoline ogni settimane, a volte pregando mamma e papà di avvisare i parenti dei miei commilitoni. E ricevevo tutto. L’esperienza della prigionia tornò al campo 309, come cameriere alla mensa ufficiale e purtroppo mi mangiai fuori tutto, comprese le due fedi. Nel giugno 1946 era finita la guerra, non la mia odissea: tornammo nel deserto a raccogliere detriti di guerra un paio di mesi”.

Poi finalmente il ritorno. “Sbarcammo a Bari con la Garibaldi: il 30 luglio 1946 tornavo a casa, a Spessa Po, tra Stradella e Belgioioso. Mio fratello era già tornato: aveva combattuto in Corsica, uno dei rari casi in cui l’esercito italiano riuscì a prendere il sopravvento su quello tedesco. Dalla guerra ufficiale, alla guerra di resistenza, lui partì da Montecassino e arrivò a Trieste. Arrivato a casa con uno zaino ripieno di sigarette americane, le distribuii in venti giorni”.

Per Degrada fu l’inizio di una vita di solidarietà. E forse è proprio il dopo a sorprendere. “Ricevetti il mio primo paio di scarpe a 18 anni: questo per dire che una volta la miseria univa, aiutava. Da bambino mio padre mi faceva mettere il riso nelle fodere e mi chiedeva spesso di portarle ad un amico, con quattro figli, in gravi difficoltà. Adesso viviamo nell’abbondanza e l’abbondanza ha creato individualismo e autonomia: le risoluzioni sono state l’isolamento e l’egoismo”.

Giovanni Gardani

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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