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Casalmaggiore scopre
le opere dell’artista
Renzo “Gipén” Federici

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Nella gallery, alcune opere di Renzo Federici

“Il quadro come enigma”, mostra postuma dell’opera di Renzo Gipèn Federici, aprirà sabato 1 giugno alle ore 17, presso il Museo Diotti di Casalmaggiore. La cura della mostra, del catalogo, del video Vissi d’arte ‘vita e opere’ di Renzo Federici, è di Piero Del Giudice. Renzo Gipèn Federici (Casalmaggiore 1919-1972) uno sconosciuto. Oggi, finalmente conosciamo – in mostra e catalogo – tutto ciò che ha dipinto. Detto Gipèn, perché così erano detti il nonno garibaldino Giuseppe e il padre calzolaio Garibaldi, fu un artista solitario, autodidatta e controcorrente. Non ha mai esposto, teneva nascoste le tele sotto un telo. Dipingere fu per lui rito, celebrazione di un sacro, dunque separazione.

Tra realismo ed espressionismo, con qualche debito per real gothic alla Balthus i suoi quadri guardano ai Grandi del passato: Raffaello, Parmigianino, Giulio Romano, Caravaggio, i caravaggeschi.

Banconiere di cooperativa, era tuttavia assiduo visitatore di pinacoteche e città d’arte, studioso delle prime pubblicazioni a colori di libri d’arte a larga diffusione. Un uomo colto.

Disinteressato alla pittura di genere –  paesaggi, fiori, boschi e campi – mette in scena una pittura drammatica, tragica, con venature apocalittiche. I volani e i vettori nella iconografia classica: Martiri, Compianti, Crocefissioni, Deposizioni, Croci. I ‘canoni’ della tradizione alludono ad una condizione sociale, degli sfruttati, degli oppressi. La Croce è strumento di oppressione del potere. Il martirio lo spettacolo, lo ‘splendore’, il ‘supplizio’ degli oppressi che osano la rivolta. I Cesari di remota classicità, sono i potenti dell’oggi.

Primo lavoro materassaio, chiamato alle armi nella Seconda guerra mondiale, soldato nella guerra d’Africa, è prigioniero dagli inglesi dal 1942, deportato in un campo di prigionia del Galles. Tutte esperienze che fondano la sua produzione artistica. L’affondamento del piroscafo ‘Esperia’ cui assiste dalla ‘Marco Polo’ nella tradotta verso l’Africa, il disastro del ‘Conte Rosso’ (1297 caduti nel Mediterraneo) sono alla base di uno dei quadri più significativi della mostra. Una grande tela riprodotta anche nella copertina dell’ampio catalogo, a titolo Vascello e naufraghi. Lo stupro o Lo stallone, sono quadri quasi certamente a riferimento autobiografico. Ma tutto è traslato, poco decifrabile, sommerso. Da qui il carattere enigmatico, la cifra profetica delle sue tele, la conoscenza dell’opera un percorso per segnali ripetuti sulla tela, con cura maniacale dei particolari. Lavorava al quadro con la lente di ingrandimento, tavolozza e pennelli; nell’esecuzione si appoggiava all’asta pintoria come i grandi del passato.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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