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Festival Verdi 2013
buona la prima
con ‘Simon Boccanegra’

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Finalmente uno spettacolo da vedere e ascoltare con piacere questo Simon Boccanegra che apre il Festival Verdi 2013 di Parma; e il lavoro, certo, troverebbe pure il consenso e l’approvazione del maestro delle Roncole, probabilmente stanco come noi di regie bislacche, ora tanto di moda, che altro non fanno che tradire libretto e partitura in nome di una sedicente lettura moderna. Davvero non se ne può più di strampalate trasposizioni dei fatti in età contemporanea e di forzature di ogni genere, frutto, a nostro parere, di superficialità, scarsa conoscenza del pensiero dell’autore e volontà di stupire a tutti i costi. In verità attenzione e cura alla messinscena caratterizzavano costantemente il lavoro di Verdi che, sempre, si preoccupò di indicare gli aspetti visivi riguardanti le proprie opere. Le migliaia di sue lettere pervenuteci lo testimoniano in maniera inequivocabile e Hugo De Ana si è mostrato intelligentemente vigile nell’attenersi con maestria al dettato del musicista nella realizzazione di regia, scene e costumi; per non parlare di Valerio Alfieri, ideatore delle affascinanti luci che, in questo lavoro come non mai, furono oggetto di attenzione da parte del musicista. E siamo persuasi che pure il compianto ma indimenticato maestro Bruno Bartoletti, scomparso in giugno, cui è dedicata la presente produzione risalente al 2004, saluterebbe con approvazione ed entusiasmo tali scelte registiche.

Nella serata del 1 ottobre, a Parma la bacchetta era affidata a Jader Bignamini, giovane direttore in fase di evoluzione professionale che, alla testa dell’orchestra Filarmonica Arturo Toscanini, ha dimostrato piglio sicuro nell’affrontare con coerenza un’opera non priva di difficoltà e insidie. Nonostante alcuni momenti resi con sonorità un po’ invadenti, già lo stacco dell’iniziale preludio e la cura profusa nella caratterizzazione tematica hanno rivelato immediatamente il talento dell’artista che, col tempo, potrà certo sviluppare e affinare le sue già evidenti doti naturali.

Generalmente ben caratterizzati i personaggi dell’intricata e cupa vicenda di ambientazione genovese, per la quale è necessaria un’estrema perizia scenica, grazie a un cast piuttosto esperto con parecchie recite alle spalle. Il baritono Roberto Frontali (Simon Boccanegra) ha affrontato il ruolo del titolo con nobiltà e buona dizione, evidenziando un registro centrale ancora abbastanza solido ed espressivo. Carmela Remigio, soprano penalizzato dalla voce po’ usurata, pur apprezzabile in diversi momenti e capace di tratteggiare in maniera credibile la figura della protagonista femminile, si è dimostrata tuttavia poco attenta al legato e non sempre invidiabile in zona acuta. Dal canto suo il basso Giacomo Prestia (Jacopo Fiesco), in discreta forma, ha saputo rendere con una certa perizia la figura del nobile genovese che Verdi voleva con «voce d’acciaio». L’attesissima ed emozionante aria «Il lacerato spirito» del Prologo, contrappuntata dal cantilenante suggestivo coro delle donne e dei monaci fuori scena, è stato interpretato con intensità e giusto accento rendendoci con equilibrio il clima di dolorosa commozione di una delle pagine più note dell’opera.

Tecnicamente in ordine e con discreta padronanza scenica il tenore messicano Diego Torre, nei panni dell’ardente Gabriele Adorno; con piglio, anche se con non troppa fantasia d’accento, intona la serenata ad Amelia «Cielo di stelle orbato» evidenziando, da subito, un colore vocale  passionale.

Appropriato il baritono sardo Marco Caria nel ruolo del malvagio filatore Paolo Albiani; corretto il basso Seung Pil Choi, il popolano Pietro.

Ineccepibile l’ormai mitico coro forgiato da Martino Faggiani, sempre all’altezza della situazione ed eccellente per intonazione, colore e ritmo, sia nei momenti marziali che in quelli drammaticamente dolorosi.

Pienamente meritati gli applausi che hanno coronato la recita.

Repliche il 4, 6, 8 e 11 ottobre.          

Paola Cirani

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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