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Patto di stabilità
“Ecco perché abbiamo
le mani legate”

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Una serata di conoscenza del patto di stabilità considerato un nemico soprattutto per i piccoli comuni (ma non solo). Ed è stato proprio un piccolo comune, Gussola, su spinta di una consulta di zona formata da enti di dimensioni non certo gigantesche (il Casalasco) e dall’amministrazione provinciale cremonese a illustrare problemi, prospettive e magari qualche soluzione.

Erano presenti, sabato sera nella sala polivalente Giovanni Paolo II, il sindaco gussolese Marino Chiesa, Emanuel Sacchini sindaco di Torricella e presidente della consulta del casalasco, Matteo Rossi esperto in materia di bilancio (ed ex assessore a Casalmaggiore), Filippo Bongiovanni vicepresidente della Provincia di Cremona e Ivana Cavazzini sindaco di Drizzona e consigliere Anci Lombardia. In sala erano presenti molti amministratori di San Martino del Lago, Scandolara Ravara, Martignana di Po, Gussola, San Giovanni in Croce, Motta Baluffi e ovviamente Casalmaggiore più alcuni cittadini per una quarantina di presenze totali.

Dopo i saluti di Chiesa, Sacchini ha spiegato che il patto di stabilità coinvolge tutti i comuni del casalasco, tranne i pochi sotto i mille abitanti. “Per questo abbiamo organizzato questo confronto, utile per tutti noi, amministratori e cittadini”. Pierguido Asinari, sindaco di San Giovanni in Croce, era assente giustificato perché influenzato.

Bongiovanni ha poi spiegato che il patto di stabilità è stato imposto dall’Europa tra il 1997 e il 1999, quando allo Stato è stato imposto un deficit pubblico non superiore al 3% del Pil e un debito pubblico sotto il 60% del Pil (ma l’Italia è al 130% e chi non ottempera viene sanzionato dall’Europa stessa). Due dati, quello comunitario-nazionale e quello dei singoli enti pubblici, che influiscono l’uno sull’altro. Questo patto fino al 2012 riguardava solo gli enti pubblici sopra i 5mila abitanti; dal 2013 invece riguarda anche enti pubblici tra i mille e i 5mila abitanti. Matteo Rossi, a Casalmaggiore (unico comune casalasco sopra i 5mila abitanti), ha avuto modo di studiarlo tra i primi.

“Questa serata” ha esordito Rossi “è rivolta soprattutto ai cittadini che a volte non riescono a capire le risposte degli amministratori. I bilanci comunali una volta erano aiutati da introiti derivanti dagli oneri di urbanizzazione, che ora sono però quasi completamente azzerati. E’ cambiato il periodo storico. A volte ci si lamenta perché il comune non dà contributi, perché non mette a posto, ad esempio, le buche delle strade, perché piuttosto destina fondi alla cultura. Il fatto è che questi investimenti, sulla cultura ad esempio, sono vincolati, dunque obbligatori”.

Rossi poi nello specifico ha spiegato come il patto di stabilità vada a influire nello specifico a bilancio. “Dobbiamo dividere la spesa e le entrate correnti, generalmente destinate all’acquisto di materiale o per i dipendenti, da quelle dedicate agli investimenti. Il patto di stabilità blocca questi ultimi: cerca cioè di abbassare l’indebitamento abbassando l’investimento e i comuni sono bloccati”.

Rossi ha spiegato nel dettaglio che per il triennio 2012-2014 il patto di stabilità prende in esame paramenti del triennio 2007-2009 poi, tramite vari calcoli aritmetici e determinati capitoli di spesa, si determina la quota ossia il saldo finanziario, sotto il quale il comune non può andare. “Casalmaggiore, quando ero assessore, era bloccato a 800mila euro, con fondo di riserva e mutui che non rientravano in questa cifra. Ciò significa che il comune poteva investire al massimo 800mila euro. Sforare significava, e significa ancora, una decurtazione del 30% degli emolumenti degli amministratori, il blocco di assunzione del personale e l’impossibilità di accendere mutui: sono ripercussioni pesanti per l’attività amministrativa. Per non splafonare occorre grande comunicazione tra i vari uffici comunali”.

E’ stato poi il turno di Ivana Cavazzini. “Quanto detto da Rossi è vero e molto interessante: il dramma di questo patto anche per i piccoli comuni è che se non entrano soldi non si possono spendere. Di questi tempi siamo bloccati: a Drizzona da gennaio a giugno il saldo degli oneri di urbanizzazione è vicino allo zero. Invece la grande crisi potrebbe trovare sollievo proprio grazie agli investimenti degli enti locali, gli stessi che però sono fermi al palo. Non puoi investire nemmeno se hai soldi in cassa ma quei soldi sono stati risparmiati in passato e non sono entrati nell’anno corrente: abbiamo risparmi fermi, in pratica. Neppure i comuni terremotati, e qui siamo all’assurdo, possono utilizzare i fondi per la ricostruzione”.

Cosa fare per rimediare? Qui Cavazzini (del Pd) un po’ a sorpresa ha bacchettato il governo Letta e ringraziato Regione Lombardia (con amministrazione di centro-destra): “Una legge statale destinerà una quota del proprio bilancio per abbattere una quota del patto di stabilità. Regione Lombardia ha invece investito 185 miliardi di euro sui comuni e 25 sulle Province. Con l’Anci a Firenze abbiamo avanzato alcune proposte: escludere i piccoli comuni dal patto di stabilità, proporre unioni di comuni dove il patto non sia più valido, proporre convenzioni tra più comuni dove il comune capofila sia esonerato dal patto stesso. Il patto di stabilità va insomma gestito in modo diverso, svincolando gli investimenti: chi ha soldi in cassa deve cioè poter contribuire ad abbattere il debito, proprio investendo. Il governo Letta, dopo avere sonnecchiato, finalmente s’è preso l’impegno di dialogare coi comuni”.

Cavazzini ha spiegato che sono stati tagliati troppi consiglieri comunali e provinciali (36mila in pochi anni) e che in questo modo la vita amministrativa è ridotta all’osso: “Ridateci questi amministratori, piuttosto li terremo a costo zero. Ma abbiamo bisogno di persone per amministrare”. Non solo: il sindaco di Drizzona ha spiegato che secondo un sondaggio il 68% dei cittadini percepisce un danno, o almeno un’influenza, dal patto di stabilità sulla vita dell’amministrazione.

Bongiovanni ha spiegato che “il patto di stabilità va rimodulato: sui patti territoriali la Lombardia si è mossa bene” ha confermato il vicepresidente della Provincia “mentre a Roma, se anche tutti i sindaci si dovessero dimettere, non importerebbe nulla. La Regione, se non altro, ha a cuore i suoi sindaci e il suo territorio”. Bongiovanni ha anche spiegato che Casalmaggiore ha versato in Irpef qualcosa come 53 milioni di euro, ricevendone indietro 2-3; Torricella, invece, ha versato 1,7 milioni di euro, ricevendone 200mila euro. “Questi mancati riversamenti vanno a finire in tasca a comuni meno virtuosi”. Sacchini ha invitato a lavorare in serenità per migliorare la situazione, mettendo da parte divisioni politiche. In chiusura è stato riportato il progetto di Graziano Delrio, Ministro per le Autonomie del governo Letta, che ha proposto di non abolire nessuna istituzione statale, ma di attivare Città metropolitane e Province come enti di secondi livello, dove gli amministratori siano per nomina, con un presidente della Provincia scelto tra i sindaci dei comuni maggiori e tra i presidenti delle piccole unioni di comuni e dunque, proprio per questo, a costo zero.

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