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Senza lavoro e
aiuti, si rassegna:
“Meglio il carcere”

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CASALMAGGIORE – Una vicenda triste, che nasce dalla disperazione per la mancanza di lavoro e dalla sorte che a volte ti prende di mira, e ti ritrovi in un vortice da cui non riesci ad uscire. L’epilogo alcune settimane fa, ma il fatto è rimasto ignoto sino ad oggi. E’ la storia di un ragazzo casalasco trentenne che in pratica ha preferito andare in prigione piuttosto che vivere in condizioni che ritiene inaccettabili. Ma per raccontare questa storia serve partire da lontano, da quando il ragazzo in questione fu incarcerato, poco più che maggiorenne, per un reato che gli fu attribuito sino a che il giudice pronunciò la sentenza di assoluzione.

Mesi di carcere che non si possono cancellare come se nulla fosse successo, un’esperienza terribile e un marchio fastidioso, che non scompare con l’assoluzione. Inutile chiedere un’occupazione stabile, ogni tanto qualche lavoretto saltuario saltava fuori, ma la crisi ha peggiorato tutto, e il vortice l’ha spinto a commettere qualche reato. Lungi da noi tentare di giustificare gli errori. Gli errori si pagano, e per questo è arrivata la condanna, agli arresti domiciliari. Ovviamente la situazione è precipitata, trovare lavoro è diventato impossibile e la speranza che qualche comune dei dintorni potesse affidargli lavori in collaborazione coi servizi sociali è pressoché sfumata. Da parecchi mesi infatti il giovane aveva inoltrato domanda per svolgere quei lavori che vengono affidati temporaneamente dai comuni ai disoccupati: ogni tanto sembrava che si affacciasse la possibilità di avere un impiego, sebbene temporaneo e mal pagato, ma sistematicamente la speranza veniva delusa.

Al culmine della disperazione, appunto, qualche tempo fa il ragazzo si è presentato in un comune del casalasco per poter parlare con un’assistente sociale. Senonché il solo recarsi presso il comune costituiva reato, proprio per l’obbligo dei domiciliari. Giunto in municipio, all’ennesimo no ha perso il controllo ed ha minacciato l’assistente sociale alla presenza di alcuni testimoni. Questa ha contattato i Carabinieri della più vicina stazione che sono giunti in comune, ma il loro arrivo non ha placato l’ira del giovane, che anzi ha minacciato la donna affermando che sarebbe stato preferibile essere condotto in carcere piuttosto che vivere negli stenti e sentirsi preso in giro continuamente dalle istituzioni. Il giovanotto è tuttora in carcere, probabilmente presto uscirà, ma quali risposte potrà trovare in alternativa a nuovi reati?

Ripetiamo che chi sbaglia deve pagare, ed anzi spesso le critiche al sistema vanno nella direzione opposta: reati reiterati e, in caso di arresto, denunce a piede libero che spesso indignano i cittadini. Qui però le domande che dobbiamo porci riguardano la capacità del sistema di rispondere a richieste di umanità, urla disperate di giovani che cercano un’occupazione anche precaria, o almeno risposte che non siano sistematicamente disattese. Non è nemmeno il caso di proporre l’innalzamento di barriere o la chiusura di frontiere: il ragazzo in questione è italiano. E chiedeva lavoro, non sussidi o beneficenza. Uscendo di casa già sapeva a cosa sarebbe andato incontro, e ribadirlo di fronte ai testimoni ha enfatizzato la tragica situazione. Di fronte ad un ragazzo che sceglie deliberatamente la prigione ad una vita senza prospettive non possiamo scrollare le spalle.

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