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Basta con un 25 aprile di vecchi veleni e stupidi rancori

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foto Francesco Sessa

Quest’anno il 25 aprile arriva nel bel mezzo di una campagna elettorale già gonfia di provocazioni e faide. Ci bastano. Non ne servono altre. Certo ci sono maldipancia ovunque. A destra come a sinistra. A destra si registrano l’addio di Bonaiuti, il ritiro di Formigoni, le unghiate di Toti che ha definito Alfano (neo presidente del Nuovo centrodestra) semplicemente così: “E’ un cane piccolo, abbaia forte per paura”.  Nel Pd la fronda non molla e vuol fare saltare l’Italicum, D’Alema frigna e vuole una poltrona Ue, Cofferati si fa vedere in pullover alla Marchionne; per la serie “si nasce incendiari, si muore pompieri”.  Continua a prendere applausi il vecchio Chiamparino che alla convention di Torino ha esordito nel solo modo che conosce: “Cari compagni e compagne… sapete,  io sono un po’ d’antan”.

Re Giorgio Napolitano ha capito che non tira una gran bella aria. Ed allora ha sveltamente messo le mani avanti temendo assenteismi da primato e ondate populiste ed  anti-europee. Nel salotto di Fabio Fazio è stato chiaro: “Non si tornerà indietro anche se vincono gli euroscettici”.

Ecco, in uno scenario così delicato, tra una austerità sempre più mal sopportata ed una crescita che ritarda, con un teatrino della Politica de noantri che è sempre più parolaio, fazioso e iper-ideologico, ci si chiede: come sarà vissuto il prossimo 25 aprile, tema da sempre  scottante e orticante?

Ed allora va detto, senza riserve e senza rossori: il 25 aprile è un giorno di festa perché ricorda una data che ha fatto la storia dell’Italia libera. Non è dunque un giorno di parte (come sovente qualche nostalgico tenta di accreditare), ovvero la festa esclusiva di qualcuno, la ribalta per riesumare vecchi veleni o presentare bisogni di rivincite. E’ una festa nazionale. Punto.

Col 25 aprile si festeggia il compleanno della democrazia in Italia, nata appunto il 25 aprile del 1945. Cioè 69 anni fa! Senza quel 25 aprile, senza quel giorno che fu chiamato della Liberazione, non ci sarebbe stata la Repubblica italiana. Nessuna Repubblica. Né la prima, né la seconda. Senza la ribellione e la lotta armata, senza l’apporto degli alleati – tra loro pure la Brigata Ebraica, 5.000 sionisti inquadrati nell’esercito britannico – nessun governo democratico e libero avrebbe visto la luce. Voglio dire: Elezioni, Parlamento, popolo sovrano, Destra, Centro, Sinistra. Tutto è nato quel giorno. E sarà davvero di tutti – pienamente, convintamente – quando il 25 aprile diventerà una grande festa popolare come il 14 luglio in Francia dove la gente ha smesso di litigare sul senso della (loro) Rivoluzione.

Ma temo che per questo occorra ancora molto tempo anche perché non abbiamo una classe politica abbastanza autorevole da imporre a tutti l’unità anziché le divisioni.

Io non so che 25 aprile sarà quest’anno. So quel che non dovrebbe essere: il giorno della rivincita di coloro che, perse (a suo tempo) le elezioni, la buttano sul bunga bunga; il giorno della rabbia, dei vecchi veleni, della ideologia inossidabile e matrigna, degli stupidi rancori che non muoiono mai. Il giorno dei provocatori beceri (quanti se ne sono visti pure al corteo romano anti-Renzi con i blue bloc in evidenza).

Perché il compleanno della libertà non appartiene solo a metà degli italiani, né può essere usato come una bandiera di parte da agitare oltretutto in chiave propagandistico-elettorale ad un mese dalle urne (europee, amministrative). Continuare a dividersi tra partigiani e giovanottoni della Decima Mas (come diceva Enzo Biagi) è irragionevole. E non aiuta a generare un futuro migliore per il Paese. Cioè una Italia più giusta, più equa, più attenta ai deboli ma anche ai meriti. Perchè la memoria, è vero, può anche non essere condivisa dal momento che ciascuno di noi ha propri ricordi, un proprio incancellabile vissuto.

Epperò la Storia è una. E non si riscrive.

Enrico Pirondini

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