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Festival Verdi
al via: la recensione
di Paola Cirani

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Nella foto un momento della rappresentazione

PARMA – A dispetto della fama iettatoria che accompagna da decenni quest’opera straordinaria, il Teatro Regio di Parma ha deciso di aprire il Festival Verdi 2014 con La Forza del destino, già in scena sul palcoscenico parmigiano nel 2011, sempre per la «grigia» regia di Stefano Poda. A sfidare l’impervia partitura, densa di insidie e basata su una trama bizzarra e apparentemente frammentaria, il cremasco Jader Bignamini, artista già presente nella precedente rassegna autunnale dedicata al Maestro delle Roncole.

Il giovane direttore, che agli inizi della carriera ha avuto modo di praticare l’orchestra pure nelle vesti di clarinettista, si pone di fronte alla Filarmonica Arturo Toscanini con una certa sicurezza. L’opera è una delle più complesse dell’intero corpus verdiano e le difficoltà si susseguono senza soluzione di continuità dall’inizio alla fine. Già dalla notissima Sinfonia d’apertura, il rischio di eccessi di sonorità incombe di continuo e, in effetti, l’effetto bandistico non sempre riesce ad essere evitato.

Alcuni episodi vengono proposti con accuratezza e buone idee, ma soprattutto le grandi scene di massa presentano una tempistica non propriamente in ordine e una poco puntuale cura nella definizione dei dettagli. Nel cast spiccano i beniamini di casa: il baritono Luca Salsi (Don Carlo di Vargas) e il basso Michele Pertusi (il Padre Guardiano), salutati dal pubblico parmigiano con prevedibile simpatia. La figura del fratello della protagonista necessita di una certa classe e Salsi si sforza di adeguare la propria voce allo stile richiesto dal personaggio. Affronta con ardore non privo di enfasi pagine impervie volte a delineare il ruolo del soldato alla ricerca di una sua identità. L’accento non risulta sempre impeccabile, anche se è evidente l’intenzione di differenziare i diversi momenti drammatici del titolo.

Pertusi ha gran pratica di palcoscenico e si muove con spigliatezza, sopperendo in tal modo al mezzo vocale non più duttile come in passato. Calma e dolcezza trapelano dalla sua interpretazione, calibrata, elegante e ricca di morbidezza. Accanto ai due parmigiani Simon Lim (il marchese di Calatrava), Virginia Tola (Donna Leonora), Roberto Aronica (Don Alvaro), Chiara Amarù (Preziosilla), Roberto De Candia (Fra’ Melitone), Raffaella Lupinacci (Curra), Andrea Giovannini (Mastro Trabuco), Daniele Cusari (un alcade) e Gianluca Monti (un chirurgo).

Aronica non sempre riesce a controllare il suono e il suo fraseggio non risulta molto vario. La Tola, dotata di buona musicalità, sa donarci alcuni momenti di poesia, anche se in generale tende a correre e a liquidare alcune pagine  in maniera un po’ sbrigativa. La Amarù appare sicura, nonostante il fraseggio un po’ incolore e talora poco adatto a delineare la civettuola zingara verdiana. Bene De Candia. Funzionale il resto del cast.

Il coro preparato da Salvo Sgrò eccelle nella resa del colore impalpabile della «Vergine degli Angeli», così come nel ritmico e difficile Rataplan. Il pubblico applaude, ma il clima della serata risulta tiepido e sembra poco incline a incoraggiare una recita che, in definitiva, non riesce a scaldare gli animi. Che ancora una volta sia colpa del destino?

Paola Cirani

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