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Il territorio
cremonese
piange Lucia Zani

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Nella foto, Lucia Zani

CREMONA – Sabato si è spenta a 84 anni Lucia Zani, insegnante, vicepreside delle Magistrali, pedagogista, scrittrice. “Lucia degli stracci”, “Quella di Mani Tese”, come la conoscevano tutti i cremonesi. Lucia e basta. Per oltre venticinque anni l’abbiamo vista liberare soffitte e cantine di pacchi di giornali, stracci, mobili vecchi. Con indosso l’immancabile vestaglia blu. E caricare poi tutto sul suo furgone per vendere carta e vestiti e destinare il ricavato ai microprogetti di Mani Tese. Perché dal 1968 a Cremona, Mani Tese era lei. Nel gruppo sono passate centinaia di persone di tutte le età ma per un quarto di secolo la bandiera è sempre rimasta lei, fino a pochi anni fa, quando le spalle curve e l’età non le hanno permesso fatiche fisiche così gravi come lo svuotare le cantine. Il gruppo di Mani Tese era nato con un campo di lavoro frequentato da decine di ragazzi. Svuotarono in pochi giorni tutte le cantine e le soffitte di carata, ferro, stracci e mobili intasando tutte le imprese locali di “riciclaggio”. Poi l’entusiasmo si confuse con la politica, con la troppa politica di quegli anni. Molti lasciarono Mani Tese per l’impegno nei movimenti extraparlamentari dell’epoca, altri scelsero strade diverse. Lucia, la professoressa Zani, restò fedele a quel Terzo Mondo così lontano ma che la solidarietà rendeva così vicino. Lei e pochi altri. Poche chiacchiere e tanto impegno. L’appuntamento era il sabato pomeriggio per evadere le richieste di sgombero arrivate in settimana a casa di Lucia. Centinaia di milioni di lire raccolti trasformando giornali e stracci in opere, soprattutto con destinazione Alto Volta, oggi Burkina Faso. Tutto destinato alla fattoria di Fratel Silvestro, vignaiolo del Monferrato che era riuscito a far nascere uva e ortaggi nel deserto del Sahel. E quell’uva aveva un po’ il sapore di Cremona. Lucia e l’uva nata nel deserto furono raccontati in un bel libro dello scrittore Giorgio Torelli. Un miracolo che Lucia ha coltivato per oltre un quarto di secolo. Senza essere mai stata laggiù in Africa. “Non c’è bisogno – diceva – Mi basta quello che mi scrivono frate Silvestro e Fratel Albino della Sacra Famiglia di Chieri. Con la testa e il cuore sono là. Con le braccia vuoto le cantine e raccolgo denaro. Là sanno come spenderlo bene per far fiorire il deserto”.

Mario Silla

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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