Commenta

Devicenzi racconta Machu
Picchu in sala Avis. E dà uno
sguardo alle Paralimpiadi di Rio

L’avventura in Perù sarà illustrata da Devicenzi venerdì 16 settembre alle ore 21 presso la sede Avis di Casalmaggiore. Andrea ne parlerà ovviamente anche nelle tante conferenza cui è chiamato in ogni parte d’Italia, col suo Progetto 22 che si pone l’ambizioso obiettivo di risvegliare le potenzialità che ognuno ha dentro di sé.
devicenzi-machu-picchu_ev

Le Paralimpiadi, la cui prima edizione si svolse nel lontano 1960 a Roma, sono una realtà sportiva sempre più rilevante, e lo dimostrano diversi fattori, dal numero di partecipanti alla copertura televisiva, dal numero di spettatori al livello tecnico notevolmente cresciuto. L’edizione 2016 di Rio de Janeiro, iniziata mercoledì scorso, sta portando molte medaglie all’Italia. E un osservatore interessato, che si occupa di sport da diversi punti di vista, non solo come atleta ma anche come mental coach, è ovviamente Andrea Devicenzi, che pratica paratriathlon ed è fresco reduce dall’ennesima avventura in Perù. A tal proposito ricordiamo che proprio venerdì sera, presso la sala Avis di Casalmaggiore, Devicenzi dalle ore 21 parlerà di questa sua ultima avventura.

Andrea, tu hai fatto raid estremi, imprese sportive al limite in ogni parte del mondo, ma non hai mai partecipato alle Paralimpiadi, sembrando poco interessato ad accumulare punti per raggiungere l’obiettivo. «Iniziai la mia attività per gioco nel 2007 nel ciclismo, e già nel 2009 gareggiavo in giro per l’Europa confrontandomi con i migliori atletici paralimpici al mondo. Allora coltivavo l’ambizione di partecipare a Londra 2012, ma poi nacque l’idea del raid in India, che feci nel 2010, un’idea che mi conquistava più delle qualificazioni alle Paralimpiadi. Misentivo più portato per quell’avventura, e per farla serviva un tipo diverso di preparazione, il che mi ha precluso la strada per Londra».

Restava Rio 2016. «Nel 2013 passai al triathlon, ma qui la difficoltà sta nel fatto che, usando una protesi, è difficile ottenere performance tali da ottenere la qualificazione. Nessuno corre con le stampelle. Inoltre nel 2013, dopo l’argento conquistato agli Europei in Turchia, a 5 giorni dal Mondiale dovetti fermarmi per un gran mal di schiena. Spesso negli incontri che tengo mi chiedono se io abbia raggiunto tutti i miei obiettivi: questo mi manca, anche se in fondo sono anch’io a Rio nelle vesti di mental coach di Efrem Morelli».

Negli ultimi anni l’attenzione dei media e della gente è cresciuta sensibilmente, merito anche di grandi personaggi, in Italia basta citare Zanardi. «Il salto importante a mio parere è stato Londra 2012, dove gli spettatori sono stati addirittura più che alle Olimpiadi. Oggi l’attenzione della gente è basata sulle performance di atleti che pur senza gambe o senza braccia sono in grado di ottenere risultati di altissimo livello. Sta passando il messaggio che il diversamente abile è un atleta a tutti gli effetti».

Atleta che non ha qualcosa in meno, ma qualcosa in più, come afferma Fausto Narducci sulla Gazzetta dello Sport. «Una cosa che dico anch’io. Spero che anche questi articoli facciano comprendere che la menomazione toglie pezzi importanti ma dona tanto altro, soprattutto a livello mentale». Se si è capaci di cogliere l’occasione, che non è da tutti. «E’ fondamentale l’atteggiamento. Se lo stesso episodio lo interpreti come depotenziamento, ti toglie molto».

Luca Pancalli, noto politico e dirigente sportivo, ebbe un grave infortunio alla tua stessa età, 17 anni. Fu un promettente atleta prima, poi un grande atleta dopo la paralisi agli arti inferiori. Recentemente ha detto che il primo contatto con lo sport paralimpico fu pessimo: gli sembrava un’attività ridicola, di cui quasi vergognarsi. «Certo, un ghetto. Va detto che lui ha iniziato 20 anni prima di me, ma in ogni caso i pregiudizi ci sono. Se vai in bici, la normalità è farlo con due gambe, se ne hai una cosa vai a fare?Ho vissuto anch’io queste sensazioni, è soprattutto la barriera mentale che ti dice che non puoi riuscire. Io racconto spesso che feci una Vogalonga Cremona-Casalmaggiore prima dell’incidente, e uscii dall’ospedale, dove mi amputarono una gamba, mentre iniziava la preparazione alla successiva edizione. Pensavo di non avere la possibilità di ripeterla, ma è bastato entrare nel pozzetto della canoa, appoggiare l’unico piede e iniziare a pagaiare. Le cose sono semplici, serve la forza iniziale, pensare che pian piano le difficoltà le supereremo».

Anche Cremona è attiva. Basta citare il torneo di tennis in carrozzina in corso alla Baldesio, uno degli eventi sportivi più importanti dell’anno, e Diversamente uguali, la manifestazione vicina alla decima edizione che intende anche sensibilizzare l’opinione pubblica. E infatti la società civile sembra avere un atteggiamento diverso. Ad esempio, la scorsa settimana il Comune di Cremona ha stanziato 50mila euro per togliere barriere architettoniche in una decina di vie cittadine. «La gente prima abbinava l’abilità diversa a qualcosa di ineluttabile. E’ invece sufficiente che ti sloghi una caviglia e ti rendi conto che per qualche settimana sei diversamente abile anche tu. La gente sta entrando in questa ottica, e soprattutto il diversamente abile non è più visto tanto come una persona che deve essere aiutata: assistere a una gara di tennis in carrozzina significa apprezzare chi su una carrozzina gioca a tennis meglio di te che hai due gambe. Anzi, quello è un atleta che gira il mondo attraverso lo sport. Dunque, io che apparentemente ho tutto che funziona e non faccio nemmeno una passeggiata, magari poi accompagno il figlio a scuola in auto? La gente riflette su questo, e noi che facciamo sport magari su una gamba sola diamo messaggi forti. Io ho tutto, compreso una famiglia, non mi sento diversamente abile ma mi sento una persona che deve contribuire ad aiutare persone meno felici di me. Si impara molto vedendo il sorriso nelle persone quando pensiamo che abbiano meno di noi. Accade anche se osserviamo i bambini down, sempre così felici di vivere».

Un lato negativo dello sport che è purtroppo condiviso è la piaga del doping. Fa ancora più rabbia che coinvolga lo sport paralimpico, non perché debba essere diverso, ma per il messaggio che dovrebbe veicolare. E poi c’è il caso Pistorius, che ha connotati ovviamente diversi ma suona come un’occasione mancata di promuovere l’attività. «In quest’ultimo caso, è difficile capire cosa scatti nella mente di una persona. Quanto al doping, è vero che nello sport paralimpico fa ancora più male per il messaggio e l’aspettativa, ma in fondo conferma che il diversamente abile è una persona, attorniata da altri, che ha punti di forza ma pure le sue debolezze. La brama di soldi e fama ti portano a dire sì quando si dovrebbe dire di no».

Hai da poco concluso una nuova avventura entusiasmante, oltre mille chilometri in bici in Perù seguiti da 4 giorni di trekking con le stampelle per arrivare sino a Machu Picchu. «Sì. Il tragitto è iniziato da Lima con 300 km di Panamericana a fianco dell’oceano, poi altri 800 km nell’entroterra sino a Cuzco. Avevo programmato 8-9 giorni ma me ne sono serviti 11. Poi 4 giorni di trekking, tutto in solitaria, anche la sera, quando non sapevo dove dormire. Ero completamente solo, ma nel tragitto sono stati invitato a cena. Addirittura sono stato ospitato dal Rotary Club di Cuzco, e al ritorno anche da quello di Lima».

So che sei stato intervistato più volte, segno che i peruviani si sono interessati alla tua impresa. «Mi hanno intervistato due radio e una televisione, poi una volta tornato a casa mi hanno inviato articoli usciti sulla stampa locale». Non è stata la tua prima impresa estrema. «Ero stato appunto in India nel 2010, ma eravamo in due, qui l’elemento in più era rappresentato dalla solitudine».

Immagino che tu abbia provato sensazioni molto forti. «Il Machu Picchu lo inseguivo da una vita, e ho trascorso dieci mesi a preparare l’avventura. L’emozione è stata grandissima anche nei giorni precedenti in bici, come anche il mio arrivo, dopo 4 giorni di trekking, dietro la montagna del Machu Picchu dove ho dormito. Là il buio è buio vero, tutto è nero, l’unica cosa che si distingueva erano le stelle. Poi la vista del Machu Picchu che è un luogo davvero magico». Stai già pensando alla prossima impresa? «Abbiamo in programma un record sulla lunga distanza, ma per ora aspetto a dire di più. Intanto ci tengo a ringraziare tutti i sostenitori che mi hanno permesso di vivere questa avventura, in primis Parmovo, Imeta e Dolce Vita».

L’avventura in Perù, come detto, sarà illustrata da Devicenzi venerdì 16 settembre alle ore 21 presso la sede Avis di Casalmaggiore. Andrea ne parlerà ovviamente anche nelle tante conferenza cui è chiamato in ogni parte d’Italia, col suo Progetto 22 che si pone l’ambizioso obiettivo di risvegliare le potenzialità che ognuno ha dentro di sé. “Là fuori c’è un mondo che ci aspetta nella migliore condizione in cui siamo in grado di essere, ed è questo che noi meritiamo” ebbe a dirci nella precedente intervista di un anno fa, ed è quel che insegna ai ragazzi, che aiuta, è un’altra sua frase, “ad estrarre le migliori qualità. Prima serve avere sogni, poi trasformarli in obiettivi”. No, Andrea non è un disabile che aiuta i normodotati, ma una persona che ha misurato su di sé come da un evento negativo si tragga la forza per trasformarlo in risorsa. E ha trovato anche la capacità di spiegarlo agli altri.

Vanni Raineri

© Riproduzione riservata
Commenti