Cronaca
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Tre casalesi nel dramma di Piazza S. Carlo: "Hanno urlato che c'erano spari, poi il caos"

“Credo di avere calpestato alcune persone davanti a me, non si capiva più nulla, era un caos e si pensava solo a scappare”. Il primo commento è del casalese Gabriele Roffia, che assieme ai due amici e concittadini Lorenzo Simonazzi e Matteo Zagni aveva deciso di tifare la sua Juventus a Torino.

TORINO – C’è chi lo ha definito un nuovo Heysel, anche se la speranza è che stavolta il bollettino di guerra si limiti soltanto ai feriti, pur essendo alcuni di questi in gravi condizioni. La psicosi Isis, un petardo che esplode, false notizie che si propagano in un nanosecondo, la fuga di 40mila persone in una zona transennata, dove è difficile uscire. Il tutto nella cornice di una Champions League persa dalla Juventus che però è, ovviamente, la notizia meno grave.

“Credo di avere calpestato alcune persone davanti a me, non si capiva più nulla, era un caos e si pensava solo a scappare”. Il primo commento è del casalese Gabriele Roffia, che assieme ai due amici e concittadini Lorenzo Simonazzi e Matteo Zagni aveva deciso di tifare la sua Juventus a Torino, in Piazza San Carlo, fulcro nevralgico della città sabauda dove erano installati maxischermo per seguito la finale tra bianconeri e Real Madrid. “Non avevamo nemmeno fatto il biglietto del treno per il ritorno – spiega Gabriele – perché in caso di vittoria avremmo festeggiato tutta notte e in caso di sconfitta saremmo andati in una discoteca per dimenticare”. Invece, dopo il 3-1 di Cristiano Ronaldo, è successo qualcosa.

Ma andiamo con ordine. “Siamo arrivati a Torino alle 16 e già la piazza era mezza piena: abbiamo deciso di metterci in fondo alla piazza, all’incirca a 25 metri dalle transenne. Non essendo molto alti di statura – spiega Gabriele – abbiamo pensato che metterci in mezzo non avrebbe garantito una buona visuale. Così siamo rimasti in fondo. E a conti fatti è stata la nostra fortuna”. Dopo il 3-1 di Ronaldo, come detto, un petardo esplode in piazza. “Noi abbiamo sentito poco – precisa Gabriele – ma ricordo benissimo un particolare: le vetrine alla nostra sinistra hanno iniziato a tremare. Non per il botto, ma perché in quel momento 40mila persone si sono messe a correre, era una carica. Qualcuno ha detto: “Stanno sparando, è un attentato” e da lì è stato il caos più assoluto. In quel momento tutta la piazza era convinta che un terrorista avesse davvero piazzato una bomba in centro a Torino durante un momento di ritrovo collettivo. Abbiamo iniziato a correre, nei 25 metri che ci separavano dalle transenne c’erano persone che non riuscivano a superarle e sono rimaste schiacciate. Le ho viste benissimo, temo di averle calpestate io stesso”.

Si parla di oltre mille feriti, otto gravi, tra questi anche un bambino. “Le notizie le apprendiamo dai giornali: dopo la fuga ci siamo persi e ritrovati dopo un minuto per puro caso in una galleria laterale rispetto alla piazza. I cellulari non andavano, se non ci fossimo rivisti subito, chissà cosa avremmo pensato. Per fortuna abbiamo un amico a Torino, abbiamo atteso che la ressa passasse per un’ora circa in un giardino privato, poi questo ragazzo ci ha ospitati. Dal 3-1 in poi della partita non ce ne fregava più nulla”.

Un dettaglio, nel racconto di Gabriele, è importante per rimarcare l’insufficienza dei controlli. “Quando siamo arrivati, in teoria, nella zona transennata non potevano entrare bottiglie di birra o lattine. In realtà diversi gruppi si mettevano d’accordo e, mentre uno faceva il palo e distraeva gli agenti preposti al controllo, qualcuno da dietro faceva entrare zaini pieni di lattine e bottigliette. Le persone si sono ferite o perché schiacciate dalla calca o perché colpite da pezzi di vetro sparsi a terra in piazza”. A Gabriele, Lorenzo e Matteo, rientrati col treno delle 5 del mattino di domenica, è andata bene. Ad altri assai meno. E il ko della Juventus è decisamente il ricordo meno pesante di una serata drammatica…

Giovanni Gardani

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