Commenta

Il giorno dopo, i giorni dopo:
le cinque lezioni lasciate da
Papa Francesco a Bozzolo

Il racconto della giornata del Papa nella “casa” di don Primo Mazzolari è stato ampiamente narrato, ora tocca provare a capire cosa rimane come testamento spirituale per i presenti e i posteri. Proviamo a farlo in cinque punti.

BOZZOLO – Non esiste lezione che non lasci una cicatrice o, per dirla con Padre Francesco Zambotti, fondatore delle Tende di Cristo e abbracciato da Papa Francesco durante la visita del Pontefice, un segno. E allora non si tratta più soltanto di raccontare il giorno dopo, a Bozzolo o per la Diocesi di Cremona, ma di sondare quella cicatrice, perché rimanga a lungo, nei tanti “giorno dopo” che ci attendono. Il racconto della giornata del Papa nella “casa” di don Primo Mazzolari è stato ampiamente narrato, ora tocca provare a capire cosa rimane come testamento spirituale per i presenti e i posteri. Proviamo a farlo in cinque punti.

1) IL SILENZIO: l’hanno notata tutti, la lezione del silenzio: non solo di Papa Francesco, in meditazione e preghiera sulla tomba di don Primo, ma quello di tutta una piazza, di tutta una comunità, di tutta una Diocesi. Forse della chiesa stessa. Un silenzio lunare, clamoroso, che conferma come le parole non siano tutto e come la forza di questo Papa sia anche quella di rimarcare l’autorità della fede. Non c’è stato bisogno di avvisi, la gente ha capito solo osservando le immagini trasmesse dai maxischermi. Riconoscimento dell’autorità e disciplina non come osservanza rigida di un regolamento, ma come reazione istintiva, di tutta una comunità.

2) L’ESEMPIO: Papa Francesco ha usato termini concreti. Termini di casa nostra: il Pontefice si è posto come un ospite, graditissimo, ma anche con l’umiltà di non mettere mai in primo piano il significato e la potenza della sua figura. Ha citato il fiume, la cascina, la pianura: è entrato in casa d’altri e lo ha fatto riconoscendo questa ospitalità con termini molto famigliari, ben prima del ringraziamento e della benedizione (duplice) finale. Ha detto: “Siate fieri dei preti nati qui”, ha chiarito che la Chiesa ha bisogno di concretezza, di esempi appunto, come don Mazzolari, che non a caso, nelle varie citazioni, ha occupato un’alta percentuale del suo discorso.

3) LA MISSIONE: il Papa ha parlato alla folla, certo, ma prima di tutto ai preti: lo ha fatto ai Vescovi, ai frati, ai parroci, ai vicari. Lo ha fatto ai preti semplici, con messaggi semplici, divenendo “altoparlante vivo” proprio come il prete di Bozzolo. La Chiesa di Bergoglio è quella dei don Mazzolari, quella di chi vive la piazza in cui è chiamato a esercitare la propria predicazione e la propria missione. Quella di chi magari lascia un attimo in disparte teologia o grandi discorsi, per ricordarsi “di non massacrare le spalle della povera gente”, unica frase – quest’ultima – che Papa Francesco ha ripetuto due volte, non a caso, rimarcandone così l’importanza. Essere preti è essere uomini, parlare semplice, agire di conseguenza. Maestri sì, ma disposti a imparare: non sulla poltrona, ma in piedi assieme alla folla.

4) IL TEMPO DA PRENDERE: ha rotto ancora una volta il cerimoniale, pure rigido e stretto nei tempi, il Papa argentino. Sceso dall’auto ha accarezzato la folla, i bambini, in primis (e questo forse era persino scontato) e poi tutti gli altri. Non è riuscito a salutare, uno ad uno, solo i fedeli assiepati sul lato destra osservando la piazza dalla Chiesa. Forse avrebbe voluto farlo, ha donato loro uno sguardo prima di ripartire, attorno alle 10.30, ma è stato richiamato all’ordine, unico momento di “non ribellione”, per così dire. E’ la lezione del tempo da prendersi, nonostante la frenesia del cerimoniale e del protocollo della vita. Confermata anche dall’incapacità, dichiarata dal Papa esplicitamente, di tagliare quel discorso “un po’ lunghetto”. Una carezza costa un secondo, tante carezze costano minuti, ma possono lasciare un segno per sempre. E creano empatia, vicinanza: il miglior traguardo raggiunto da Papa Francesco.

5) L’EREDITA’: la quinta lezione oggi non si conosce ancora. Si scoprirà nel tempo, negli anni. Di certo un suora intervistata appena dopo la fine della visita papale è stata sibillina: “Oggi don Primo è stato riscattato di tutto quello che ha subito”. Il “prete ribelle”, lo ha definito la stampa internazionale, assieme a don Lorenzo Milani. L’eredità è la riscoperta (non solo oggi, ma negli anni a venire) del parroco d’Italia, della tromba dello Spirito Santo in Val Padana, quella per la quale da anni la Fondazione don Mazzolari, protagonista silente della giornata, ha sputato sangue. C’è anche un’eredità pratica, magari poco spirituale nelle premesse, ma che non si può ignorare: quella di una nuova forma di turismo. La tomba di don Mazzolari non è mai stata meta di grandi pellegrinaggi. Ora può aspirare a diventarlo: sarebbe piaciuto a don Primo? Non lo sappiamo. Ma nella visione concreta del suo Cristianesimo, i metodi meno ortodossi e più pratici sono non solo ammessi, ma addirittura auspicati. Il 20 giugno 2017 può essere una nuova alba per Bozzolo, partendo anche dalla fase due, la più importante, del processo di beatificazione di don Primo: il miracolo di Bergoglio passa soprattutto da lì.

Giovanni Gardani

© Riproduzione riservata
Commenti