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La storia di Ilaria: "Io,
Casalasca, insegno italiano
negli Stati Uniti d'America"

E’ una delle non poche coppie cremonesi (anzi, casalasche) in giro per il mondo, ma c’è una particolarità che rende interessante la loro storia. Ilaria insegna italiano agli americani: dopo averlo fatto sulla costa orientale, in Pennsylvania, ora lo fa su quella occidentale, a Los Angeles.

Da nove anni ormai risiedono negli Usa, dove rientrano proprio oggi dopo una visita ai parenti italiani. E’ qui, nel Casalasco, che troviamo Alberto Decò, di Ponteterra (frazione di Sabbioneta a ridosso di Casalmaggiore), Ilaria Sacchini, di Torricella del Pizzo e la loro figlioletta Alice, di 4 anni. E’ una delle non poche coppie cremonesi (anzi, casalasche) in giro per il mondo, ma c’è una particolarità che rende interessante la loro storia. Ilaria insegna italiano agli americani: dopo averlo fatto sulla costa orientale, in Pennsylvania, ora lo fa su quella occidentale, a Los Angeles.

Prima di entrare nel merito della sua attività, Ilaria, oggi 34enne, ci spiega la sua storia. «La mia prima volta in Usa fu nel 2005 in Colorado, per un mese, quando accompagnai Alberto che stava facendo la sua tesi all’estero. Fu nel 2008 che partimmo per trasferirci, anche se nelle intenzioni doveva essere per qualche anno al massimo, ma in realtà in Italia le prospettive di lavoro non erano buone a causa della profonda crisi. Lui doveva iniziare un programma di dottorato dopo la laurea in Ingegneria a Bologna: nel 2009 ci siamo sposati in America e l’anno dopo abbiamo replicato con una cerimonia in chiesa a Sabbioneta. Vivevamo in Pennsylvania, poi lui ha trovato lavoro dalle parti di Los Angeles e oggi è ingegnere strutturale alla Boeing (la più grande azienda nel settore aerospaziale, ndr), lavoro che gli piace tantissimo. Io invece mi sono laureata in Lingue a Parma poi ho conseguito un master per insegnare italiano agli stranieri presso l’Università Statale di Milano».

Sembra che quindi il trasferimento all’estero fosse già segnato… «Diciamo che aspettavo l’occasione. In realtà da sola non sarei mai partita, ma la passione per le altre lingue e culture c’è sempre stata. In Pennsylvania ho insegnato italiano e francese 5 anni all’Università, sia privata che pubblica, ora invece a Los Angeles insegno le due lingue in un liceo cattolico».

Territori diversi, scuole diverse. Il suo è un punto di vista privilegiato. Cosa spinge un americano a voler imparare l’italiano? «L’Italia negli Usa è sinonimo di cultura, arte e storia. Specialmente quando insegnavo all’Università notavo che molti studenti sceglievano italiano invece che francese o spagnolo (una lingua era obbligatoria) perché il loro sogno era specializzarsi in storia dell’arte nel nostro Paese: volevano conoscere di più della nostra cultura e storia. Inoltre nella costa orientale molti studenti erano italiani di terza generazione, ma non sapevano la lingua. Questo perché un tempo era considerato negativo parlare italiano in famiglia. Gli italiani dalle parti di New York ad inizio Novecento erano tanti, e l’uso dell’italiano era malvisto, per questo non lo si insegnava ai bambini».

Un po’ come da noi quando i genitori ci dicevano “Non parlare il dialetto che sta male”. «Esatto, e più che l’italiano quello che era rimasto nelle famiglie di discendenti italiani erano i dialetti. I siciliani in casa parlavano il loro dialetto, e così i campani. Spesso i discendenti dei migranti italiani sono convinti di parlare italiano quando in realtà il loro è un dialetto».

Poi la costa ovest. «A Los Angeles ci sono molti meno italiani, e quei pochi sono immigrati recenti, come noi. Qui la motivazione cambia. Si vuole imparare l’italiano perché si sogna di visitarla, l’Italia è vista come meta di vacanza e molti sognano di poterne ammirare la bellezza di spiagge e monumenti. Le nostre vicende storiche sono citate in tutte le materie».

Mentre dei fatti recenti immagino nessuno sappia nulla. «Io parlo dei fenomeni che ci interessano oggi, ma è vero, nessuno ne sa nulla. In assoluto, la materia più conosciuta dell’Italia è la cucina, tanto che nei ristoranti italiani trovi spesso i menu scritti nella nostra lingua, e soprattutto tante ragazze sono interessatissime a conoscere il vocabolario della cucina. Inoltre l’italiano è molto simile allo spagnolo, quindi chi conosce lo spagnolo, che lì è una vera seconda lingua, è facilitato. Nella mia scuola si può scegliere tra francese, italiano e spagnolo. E’ una scuola privata, e le lingue sono decise dall’amministrazione. Il fatto che sia una scuola cattolica e che la preside sia di origine italiana conta. Ma l’italiano è insegnato pure nelle scuole pubbliche, e ha programmi anche più ampi. Oggi si sta sviluppando l’interesse per le lingue orientali, cinese e giapponese».

Che percezione hanno oggi gli americani del nostro paese? «Degli italiani o dell’Italia?». Facciamo tutte e due. «Partiamo dagli italiani: quando incontro persone reduci da una vacanza in Italia dicono che siamo gentilissimi e sempre pronti a dare una mano ai turisti. Se ci riferiamo all’Italia, ne parlano come di un Paese bellissimo da visitare».

Nessun commento negativo? Possibile? «No, o forse a me non li dicono. Certo c’è sempre la domanda se la mafia ci sia davvero. Probabilmente, venendo da turisti, non vedono le cose di ogni giorno che a noi danno fastidio come le code in posta. Parlano bene anche dei treni, che sono dappertutto e costano pochissimo, per i nostri canoni».

Pensa te… non diciamolo a Trenord. Da quello che racconta, è sempre più evidente che dobbiamo puntare tutto sul turismo, anche perché il terrorismo internazionale sta dirottando da noi il turismo mondiale.
«Anche da noi la paura del terrorismo si fa sentire, bloccando i viaggi. Ad esempio la nostra scuola voleva organizzarne uno ma i genitori, soprattutto sui viaggi intercontinentali, sono molto titubanti».

Come va l’effetto Trump? «Noi arrivammo nel 2008, quando era appena stato eletto Obama per il primo mandato. Fu un avvenimento, il primo presidente di colore. Anche Trump è stato un avvenimento, ma in California si avverte molto dissenso nell’opinione pubblica».

Noi alla vigilia intervistammo alcuni cremonesi in Usa: ci sembrava che le informazioni che arrivavano in Italia fossero “selezionate”, come poi ha dimostrato il risultato. «Ha votato Trump la parte delusa da Obama. Hanno poi inciso le tante promesse per difendere gli americani: lo slogan “America first” ha pagato. Poi il tema immigrati, e l’economia che andava a picco. Ma gli Stati Uniti sono fatti da immigrati, oggi sono tanti i clandestini che vorrebbero riunire lì la famiglia».

In questi giorni il tema migranti avrà visto che tiene banco pure da noi. «Pensi che dove abito io, la Bassa California, un tempo era territorio del Messico; la maggior parte delle famiglie ha origini messicane e vivevano lì prima che esistessero gli Usa, quindi oggi sono infuriati nel sentirsi immigrati. Il fenomeno immigrati per noi italiani è recente, là ha fatto la storia».

Lei insegna a scuola, dove ogni tanto c’è una sparatoria. Ma non riescono proprio a rinunciare alle armi libere? «A mio parere, il fatto di possedere un’arma è visto come sinonimo di libertà. A casa si ha la propria pistola che pone al riparo contro chi vuole ledere la privacy, e la si può portare anche in giro. Chiaro che poi ci sono i matti che la usano».

Un’altra forte differenza riguarda la sanità. In Europa protegge anche i deboli, in America solo chi ha i soldi ed è assicurato. E’ proprio così? «Educazione e sanità sono le due funzioni pubbliche più costose. La sanità è molto, molto cara, e l’ho scoperto quando ho partorito. Avevo l’assicurazione, ma ho sborsato comunque parecchi soldi. Le classi meno abbienti hanno una copertura minima garantita: gli toccano tempi di attesa più lunghi e possono frequentare ospedali meno prestigiosi, anche se poi dipende dalla gravità. Coi soldi puoi rivolgerti a una clinica privata, ma anche chi non è assicurato è curato, non ci sono malati per strada. L’assicurazione non la scegli tu, la dà il lavoro che hai. Con l’Obamacare sono aumentate le tasse, che gravano su tutti, e Trump vuole smembrarlo. Anche l’educazione costa molto, tanto che l’Università può costare anche 40mila dollari l’anno. Per questo spesso si è costretti a lavorare mentre si studia. Nell’Ovest abbiamo ottime università pubbliche come la Ucla, ma per accedervi serve un solido curriculum, oltre comunque a non pochi soldi».

Da noi servono più le raccomandazioni. «Esistono anche negli Usa, basta vedere Hillary! Pensi che nelle domande di assunzione ti chiedono se hai parenti che lavorano già in azienda».

Che Italia ha ritrovato dopo 9 anni? «Mi sembra che ci siano ancor meno opportunità lavorative. Non ho mai riprovato a cercare un lavoro qui, ma vedo che parecchie aziende hanno chiuso lasciando meno prospettive. Prima di partire per l’America io ho lavorato a Milano, e se tornassimo probabilmente dovremmo andare lì, dove ci sono le opportunità. Ma in realtà non sono sicura di quel che troverei tornando».

Dunque gli Usa sono una scelta definitiva. «No. Io vorrei tornare, ci manca la famiglia, ma andrei a Milano, dove mi piaceva vivere. Ritorneremmo alla situazione di partenza».

Vanni Raineri

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