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SpaventaCappella, l'edizione
numero 5 è all'insegna
del dialetto. E fa ancora centro

Il bambino scopre una parola del dialetto e, mediante l’ausilio dell’anziano, custode di questa vera e propria lingua, va alla caccia di una risposta. Solo con la collaborazione delle due parti si può vincere. GUARDA IL SERVIZIO DEL TG DI CREMONA 1

CAPPELLA (CASALMAGGIORE) – Un po’ meno quantità, forse, ma tanta qualità. E soprattutto le novità innestate sul solco della tradizione, che non fanno mai male anche perché al nostro passato e alle nostre radici comunque si rifanno. Spaventacappella, nella sua edizione numero cinque, ha fatto centro ancora una volta. Come Giuliano Braga, organizzatore e anima di questa manifestazione sostenuta da Acli, ha avuto modo di spiegare, tutto era partito come un momento comunitario di ritorno alla terra, di ritorno ai rapporti umani, di ispirazione per vivere la frazione e il piccolo paese come un luogo in cui ci si conosce tutti. Da queste premesse, cinque anni fa, era nato Spaventacappella.

Solo che gli spaventapasseri, dai più fantasiosi a quelli più longevi e ormai classici, perché ripetuti nel tempo, dovevano inizialmente essere piazzati solo nel campo sportivo davanti al Bar Acli e alla chiesa. E invece hanno iniziato a spuntare, da subito, in tutte le abitazioni. Dall’anno scorso si è aggiunta Camminata, dove l’agricoltore Franco Feroldi quest’anno ha allestito una band molto particolare, contornata da trebbiatrice e pulitrice, attrezzi agricoli d’epoca, che ricorda i Beatles e in realtà, con tanto di soprannomi, ha una denominazione che è tutta una programma: Jà may sunà. Non hanno mai suonato, tradotto dal dialetto.

La bellezza di questa festa, alla quale ha voluto prendere parte anche il sindaco Filippo Bongiovanni, è sempre nel coinvolgimento di adulti, anziani, e bambini. Oltre alla collaborazione e alla partecipazione attiva dei ragazzi con disabilità delle cooperative della zona, che qui tornano sempre volentieri. Ci si iscrive, dopo la messa, e nel cortile vengono assegnati stracci vecchi, un po’ di paglia e materiale di risulta, che si trasforma poi, mediante la fantasia dei più giovani e la perizia delle vecchie generazioni, in piccoli capolavori agresti. Ce n’è davvero per tutti i gusti: da Mary Poppins, a Baby Groot, ai Pj Masks, perché anche gli spaventapasseri vanno al passo con i tempi e con le mode della nostra epoca, televisive, cinematografiche e non solo. A volte ci si può pure confondere, scambiando pupazzi per umani e viceversa.

E si gioca spesso col dialetto. Anche perché, attenzione, il momento clou è stato quello, domenica nel primo pomeriggio, dei giochi che hanno coinvolto, in un fil rouge senza tempo, bambini e anziani, per la precisione gli ospiti della casa di riposo Busi di Casalmaggiore. Il bambino scopre una parola del dialetto e, mediante l’ausilio dell’anziano, custode di questa vera e propria lingua, va alla caccia di una risposta. Solo con la collaborazione fattiva delle due parti si può vincere.

E a proposito di attualità e paesaggio, non manca un riferimento al ponte, sempre fatto a spaventapasseri, si guarda ad altre culture, così come trovano spazio le mostre: quella fotografica di Gigi Ghezzi e quelle pittoriche di Franco Zani ed Ernesto Ghezzi, molto apprezzate da chi le ha visitate, senza scordare la parentesi dei Lego, sempre a proposito di vecchi giochi, un po’ più moderni, e di nuove generazioni. Insomma, una festa per tutti, chiusa dalla sfilata – quella sì vivente e non di finti pupazzi – fino al Fuori Porta, per guardare al passato senza dimenticarsi di insegnarlo al futuro.

Giovanni Gardani

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