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Centri per l'impiego,
Casalmaggiore e Soresina
a rischio chiusura

Durante la conferenza stampa, infine, ci si è lamentati pure della premeditazione con cui la Regione ha intrapreso questa strada, come evidenzia Leoni: “Avevano un Centro e l’hanno chiuso”

Minacciano di arrivare fino alla Corte Costituzionale le sigle sindacali della provincia di Cremona se non venissero ascoltate le proprie ragioni. In una conferenza stampa tenutasi presso la Sala Consiglio della Provincia, Luca Erfini (coordinatore RSU provinciale), accompagnato da Fulvio Corbari (Uil Fpl), Cesare Leoni (Cgil) e Fausto Mazzullo (Cisl) , ha voluto sottolineare con forza la situazione problematica dei 53 lavoratori dei Centri per l’Impiego locali. Di più: dai sindacati denunciano che dei quattro CpI attualmente aperti sul territorio provinciale (Cremona, Crema, Casalmaggiore e Soresina), due sono a fortissimo rischio chiusura (Casalmaggiore e Soresina, nda).

Tutto nasce dalla proposta di Regione Lombardia, in discussione martedì 26 giugno, di non assorbire il personale provinciale, come da normativa statale. Infatti, in seguito all’introduzione del Jobs Act nel 2015, si è stabilito l’attribuzione delle funzioni e dei compiti amministrativi in materia di politiche attive del lavoro alle regioni. La legge di stabilità del 2017, poi, prevede il trasferimento del personale in soprannumero proprio alla regione di competenza. Regione Lombardia, invece, vorrebbe tenere per sé la funzione e la titolarità dei CpI, delegando alle province la gestione di specifici “procedimenti amministrativi” connessi all’attività dei Centri e mantenendo il personale nei ruoli soprannumerari delle province stesse.

l problema è che, in seguito alla riforma delle province voluta dall’allora Ministro Graziano Delrio, le province hanno dovuto ridurre del 50% il proprio personale, con il restante 50% che è stato iscritto in un elenco di soprannumerari. Per cui, se la Regione non inquadrasse questo personale, i lavoratori rimarrebbero in una sorta di “limbo” considerato che le province non potrebbero riassumerli direttamente. Anche perché con le altre Regioni che si sono adeguate alla normativa (ad eccezione del Lazio), la preoccupazione è che lo stesso elenco potrebbe venire soppresso.

Oltre all’incertezza dei lavoratori, di cui circa sette con contratti a tempo determinato che non potranno “essere stabilizzati per ragioni economiche e normative” come constata amaramente Erfini, Rsu sottolinea con forza il ruolo attivo dei CpI al servizio della cittadinanza: “Non si tratta solo di pratiche burocratiche o di trovare impiego ai disoccupati, ma anche ai disabili, oltre ad attivare percorsi di formazione che possano accrescere le competenze degli utenti”. Molte delle azioni nell’ambito delle politiche attive del lavoro inoltre sono incentrate sugli over 45, fascia di età particolarmente delicata per chi perde il lavoro.

Durante la conferenza stampa, infine, ci si è lamentati pure della premeditazione con cui la Regione ha intrapreso questa strada, come evidenzia Leoni: “Avevano un Centro e l’hanno chiuso”. Anche perché la scelta lombarda non deriva, secondo le sigle sindacali, da un fattore economico. I fondi sono infatti statali, anche se Corbari sottolinea: “Ogni operatore gestisce circa 800 utenti, anche se in Italia si investono circa 200€ per ogni disoccupato, mentre in Francia 1800€ e in Svezia ed Olanda addirittura 3000€”. Il prossimo passo sarà una mobilitazione davanti alla sede della Regione proprio per martedì 26, pur garantendo il mantenimento dei servizi essenziali sul territorio. Se però l’appello non venisse raccolto, sono pronti a portare il caso in sede giudiziaria.

Mauro Taino

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