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Pet therapy e Alzheimer,
al Busi progetto sperimentale
con ottimi risultati

Il progetto di Pet Therapy che abbiamo svolto quest’anno ha messo in risalto, quanto sia utile avere un interlocutore che non richiede, non corregge, non fa domande, e nel contempo non abbandona l’interazione

CASALMAGGIORE – Si è concluso il progetto sperimentale di Pet Therapy dedicato al nucleo Alzheimer della Fondazione C.Busi. Il progetto realizzato e promosso dal Centro Animal Eden, si è svolto con la stretta collaborazione della responsabile del centro, Elena Visioli, Diletta Neviani veterinaria, Roberto Amico, psicologo della struttura e con Cristina Magni, psicologa e psicoterapauta che da alcuni anni collabora con l’associazione Play Dog Mileo per i progetti dedicati a persone con disabilità.

Roberto Amico, che da anni si dedica allo studio delle patologie che comportano una compromissione del linguaggio, sottolinea quanto i pazienti con Alzheimer, sperimentino disagio durante le interazioni verbali, perché, come lui stesso spiega “a causa della forte compromissione nell’area linguistica e mnemonica, fanno fatica ad esprimersi, a recuperare le parole nella loro memoria rendendo l’interazione molto difficile per chi cerca di instaurare un dialogo o si aspetta di poter interagire come in passato”.

“Noi stessi – prosegue lo psicologo della Fondazione – proviamo disagio nell’essere di fronte a qualcuno che cerca di comunicarci qualcosa che evidentemente non comprendiamo, o di cui ci sfugge il senso globale. Di fronte a queste situazioni le interazioni tra il caregiver e il paziente diventano molto difficili, e nel tempo il malato di Alzheimer abbandona l’intenzione comunicativa. Il progetto di Pet Therapy che abbiamo svolto quest’anno ha messo in risalto, quanto sia utile avere un interlocutore che non richiede, non corregge, non fa domande, e nel contempo non abbandona l’interazione. Il cane è un esempio concreto di come si possa ingaggiare la persona nell’interazione, lasciando emergere la naturale emissione di parole e commenti attraverso una interazione che resta aperta e mai invalidata”.

“Naturalmente – prosegue Amico – nulla è dato al caso o al naturale beneficio della presenza del cane. I cani coinvolti vengono preparati per poter sostenere le sessioni con i pazienti e vengono guidati dall’educatore cinofilo, in sessione per perseguire gli obiettivi definiti in fase preliminare, nel rispetto dell’utente e dell’animale stesso. Questo significa che non basta la presenza di un cane per fare pet therapy, e che non tutti i cani sono predisposti per farlo, ma è necessario che il cane abbia seguito un training di formazione specifico per poter svolgere attività mirate mantenendo un buon equilibrio nell’interazione”.

“Alcuni dei punti chiave di questo progetto sperimentale – spiega Cristina Magni – sono stati individuati in fase preliminare con il collega, Dr. Amico scegliendo alcuni obiettivi individualizzati per stimolare le competenze conservate di ciascun utente; stimolare l’intenzione comunicativa e il vissuto emotivo; favorire la possibilità di scelta per ridefinire anche se per poco tempo, una propria ‘libertà d’azione’ che, per questioni legate alla malattia e all’istituzionalizzazione, viene sempre meno nel tempo. In questo progetto ogni figura presente nel contesto è stata fondamentale”.

“Anche le operatrici – aggiunge Amico – hanno mostrato disponibilità e collaborazione, rispetto alle linee guida che tutti noi ci siamo dati per favorire il lavoro dell’educatore cinofilo e del cane durante le attività con i pazienti”.

Per favorire il confronto tra gli operatori e gli specialisti coinvolti è stato svolto un incontro formativo, con l’educatrice cinofila Elena Visioli e la Dottoressa Cristina Magni. Lo scopo dell’incontro è stato accrescere la consapevolezza e la conoscenza delle modalità con cui viene svolto un progetto di pet therapy, a partire dal protocollo sanitario che il veterinario dell’equipe del Play Dog Mileo, Diletta Neviani, segue in ogni sua fase sia in termini di prevenzione sanitaria che in termini di adeguatezza del comportamento del cane nel contesto della struttura sanitaria; delineare le modalità di interazione con il cane da parte degli operatori di struttura; esplicitare alcuni obiettivi di lavoro delle sessioni per ciascun utente.

“Crediamo – afferma Cristina Magni – che la conoscenza e la condivisione da parte di tutte le persone coinvolte in un progetto sia fondamentale per creare un clima di collaborazione in cui ciascuno è davvero parte attiva”.

In questo progetto monitorato e valutato in ogni singola sessione è stata importante la presenza della fisioterapista Elena Bertoletti che ha orientato le attività mirate a stimolare la mobilità di alcuni pazienti. “Nella fasi successive – spiega infine lo spicologo responsabile del Busi – agli incontri alcuni pazienti hanno mostrato maggiore collaborazione nei confronti delle richieste delle operatrici e questo è un dato molto interessante, oltre all’evidente miglioramento nel tono dell’umore di alcuni pazienti in particolare e al ricordo, che in alcune persone ancora conservate sul piano della memoria, è ancora presente a distanza di alcune settimane”.

Parole che vengono raccontate col sorriso sul volto, e con il desiderio di poter proseguire in un futuro questo piccolo pezzo di strada intrapreso insieme.

Nazzareno Condina

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