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Punto Nascite, la storia di Pamela
da Colorno: "Mi dicono vai al
Maggiore, ma io rivoglio l'Oglio Po"

"Abbiamo dato tutto per scontato; ci eravamo già immaginati all'Oglio Po come per Andrea, nonostante la chiusura del ponte. Poi la notizia della chiusura del punto nascite; una coltellata al cuore e quante lacrime anche di rabbia".

VICOMOSCANO (CASALMAGGIORE) – Emerge una nuova testimonianza tra le tante raccolte in queste settimane contrarie alla chiusura del Punto Nascite dell’ospedale Oglio Po di Vicomoscano. E’ quella di Pamela che, arrivando da Colorno, fa parte del gruppo di mamme che dal parmense giungeva con più facilità, prima della chiusura del ponte Po, a Casalmaggiore.

“Nessun dubbio sulla scelta di dove partorire Andrea, il nostro ometto di casa, cercato e atteso per ben 4 lunghi e difficili anni – spiega Pamela – . Era gennaio 2013 quando iniziò il calvario di una persona a me molto importante (mio nonno o meglio il mio secondo papà) durata ben 9 mesi e non conclusa come si sperava. Un periodo difficile dove lo stato emotivo e la stanchezza di colloqui con dottori senza mezze parole non ti facevano di certo vedere la luce in fondo al tunnel. Nel mese di agosto decisi di fare il controllo annuale ginecologico e da lì la notizia di essere incinta. Lo stupore, la gioia, un insieme di emozioni indescrivibili. Corsi da mio nonno finalmente stazionario a casa; gli dissi che sarebbe diventato bis nonno; vidi la luce nei suoi occhi e un sorriso che da tempo non vedevo più. Con voce bassa mi disse “è maschio!”. Furono le ultime parole che sentii uscire dalla sua bocca. Il nonno mi lasciò il 21 settembre 2013; ho provato un dolore che forse in pochi possono immaginare (tutti ti dicono “tanto era solo il nonno”). In piena crisi emotiva ho quasi odiato quella gravidanza ma è stata la mia ancora di salvezza”.

“Arrivò il giorno della traslucenza e la conferma che avremmo aspettato un maschietto – racconta Pamela – . Puoi immaginare l’insieme di emozioni che si possono provare. Una gravidanza stupenda senza alcun problema. Fatto tutti gli esami di routine all’Oglio Po, con personale disponibile e cortese. Poi arriva il 6 aprile 2014, me lo ricordo come se fosse ieri. Una sera tranquilla, finito di sistemare come sempre la cucina mi avvicino al divano per guardare la TV ma qualcosa non va; mi si rompono le acque, io che corro in bagno senza capire cosa stesse succedendo, mio marito che prende la valigia e mi dice: “é ora”. La corsa in ospedale senza alcuna contrazione, senza sentire alcun dolore. Entro al pronto soccorso, mi scuso con l’infermiera dell’accettazione per i pantaloni bagnati e gli dico come una bimba ingenua che forse devo partorire. Mi fa sedere mi tranquillizza e mi chiede se ho dolori. Gli rispondo che non sento nulla. Mi chiede se me la sentivo di andare in reparto a piedi e gli dico di sì. In reparto ad accoglierci c’era una ragazza bionda giovane (non ricordo più il suo nome) ma carinissima, mi fa coricare sul lettino e mi mette il monitoraggio. Chiedo se mi devo cambiare e mi dice “tranquilla quando andrai nella tua stanza poi farai tutto”, ed inizia a compilare, facendoci delle domande, tutta la documentazione d’obbligo. Dopo aver compilato tutte le scartoffie, esce dalla stanza rincuorandomi che sarebbe tornata a controllare di lì a poco. Nel giro di pochi minuti, dal non sentire nessuna contrazione, sento un dolore molto forte dietro alla schiena, nella fascia dei reni, faccio chiamare l’infermiera, presa dal panico. L’infermiera stupita guarda il monitoraggio e mi chiede “Ma sei già pronta?”. Chiama d’urgenza la ginecologa la Dott.ssa Vincenzina (il cognome non lo ricordo) e mi portano di corsa in sala parto. Un parto da farci la firma. Lì vidi per la prima volta la mia ancora; un fagottino in spalla al papà, di Kg 3.125 nato alle h. 23.45”.

“Mi fanno cambiare – prosegue Pamela – e mi chiedono se me la sento di andare verso la mia camera a piedi. Così mi accompagnarono con la culla e da li vidi la vera differenza di un reparto. Sono molto ignorante in materia di ruoli nei vari reparti, non so chi è l’infermiera, chi l’ostetrica ecc ecc. Arriva in stanza una signora molto dolce, quasi una mamma, che mi dice che il bimbo va attaccato. Essendo il primo figlio ero nel panico per tutto, latte, cambi ecc ecc. si mise vicino a me sul letto e mi segui nel primo momento più importante, l’allattamento. Una persona stupenda. Arrivò la mattina e altre colleghe mi seguirono con il primo cambio e il bagnetto del bimbo. Mi sentivo come a casa, tranquilla e protetta, tanto che ritornare a casa mi faceva quasi paura. Sono dovuta restare in ospedale un giorno in più rispetto la norma, Andrea aveva l’ittero, me lo tenevano in pediatria sotto una lampada, coccolato e mai abbandonato dall’infermiera di turno. Ricordo che nella stessa stanza c’erano due gemellini, maschio e femmina, la cui mamma era un’infermeria dell’ospedale. Ero tranquilla, mi sentivo a casa”.

“Nulla da dire di negativo; un’esperienza fantastica – conclude Pamela – . Una mamma che in un momento così particolare riesce a sentirsi a casa nonostante sia in ospedale, non è facile. Ora siamo in attesa della sorellina (Sofia con scadenza 06.12.2018). Abbiamo dato tutto per scontato; ci eravamo già immaginati all’Oglio Po come per Andrea, nonostante la chiusura del ponte. Poi la notizia della chiusura del punto nascite; una coltellata al cuore e quante lacrime anche di rabbia. Tanti dicono, ma vai al Maggiore a Parma. NO!!! Avranno sicuramente tutta la strumentazione necessaria in caso di urgenza ma è un posto freddo dove sei solo un numero”

redazione@oglioponews.it

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