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Galimberti, i giovani e
il nichilismo: "Vanno conquistati
con l'empatia della cultura"

Galimberti ha anche evidenziato un grande rischio. "Un ragazzo apatico è pericoloso per se e per chi lo circonda, perché non riesce più a distinguere ciò che è bene da ciò che è male, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato".
Nella foto Galimberti e Gonzaga sul palco dell'Auditorium Santa Croce

CASALMAGGIORE – E’ stato in carriera anche professore al Polo Romani di Casalmaggiore, al liceo, Umberto Galimberti, oggi affermato accademico, filosofo e psicoterapeuta, che ha tenuta una vera e propria lectio magistralis davanti a un Auditorium Santa Croce gremito sabato sera. L’incontro, organizzato all’interno del programma di Inventio, è stato spostato in un luogo chiuso, anziché in piazza Garibaldi dove inizialmente era stato collocato, su richiesta dello stesso Galimberti, che ha ritenuto meno dispersivo e più adatto all’ascolto l’ambiente di via Porzio.

A introdurre l’accademico Davide Gonzaga, legatissimo al tema sviluppato essendo lui stesso professore (prima al Romani di Casalmaggiore e ora a Cremona). Si è infatti parlato di giovani e nichilismo, cercando di capire come sia scuola sia famiglia (i due più importanti “fattori educativi”) possano aiutare i ragazzi a superare questa apatia e questa mancanza di fiducia nel futuro (e nel presente). Insegnare i sentimenti, è stata la prima ricetta di Galimberti, ossia riuscire ad essere, da professori (e di rimando da genitori) empatici. Come del resto facevano anche gli antichi, quando si tramandavano, ad esempio, miti o storie legate agli dei e al destino.

“Oggi noi abbiamo la letteratura, che fa parte del nostro bagaglio culturale – ha detto Galimberti – ma non sappiamo trasmetterla. Pensiamo che essere empatici con i ragazzi voglia dire andarci a cena fuori, in compagnia, ma non è questa la strada. Dobbiamo saperli affascinare con la cultura”. Da qui una critica a chi pensa che un’aula moderna, con tecnologie all’avanguardia, sia tutto ciò che la scuola deve offrire adesso. “Va bene pensare ai nuovi strumenti, ma intanto non leggiamo più libri e siamo all’ultimo posto, come nazione, nella comprensione di un testo scritto, e questa è la base”.

Nella foto l’Auditorium gremito

Galimberti ha evidenziato un grande rischio. “Un ragazzo apatico è pericoloso per se e per chi lo circonda, perché non riesce più a distinguere ciò che è bene da ciò che è male, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Per questo è fondamentale intervenire presto e non essere a nostra volta nichilisti”. Sono seguiti interventi dal pubblico, interessanti: tra questi citiamo quello di Giuseppe Boles – il quale ha ricordato come discutere su chi sia il primo educatore tra scuola e famiglia sia un po’ come disquisire se sia nato prima l’uovo o la gallina (“i genitori di domani vengono formati dalla scuola a loro volta”) e ha sottolineato come la scuola abbia perso la sua funzione “selettiva” (“una volta diplomarsi era più difficile, oggi la bocciatura quasi non esiste”) – e quello di Cinzia Dall’Asta, dirigente scolastica della scuola Diotti di Casalmaggiore, che ha ricordato come affettività ed emotività spesso non vengano contemplate nella scuola di oggi.

Non che queste debbano essere considerate “materie di studio”, ovviamente, ma un passo verso una maggiore considerazione di questa sfera emotiva sarebbe doveroso. Insomma, facendo un parallelo cinematografico, figure come John Keating, il mitico professore de “L’attimo fuggente”, potrebbero essere un bel toccasana per la nostra scuola e i nostri giovani.

G.G.

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