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AIDO, Casalmaggiore 35
anni dopo la festa: tre
testimonianze del ritorno alla vita

Domenica mattina è stata tutta la città, con il suo primo cittadino in testa, Filippo Bongiovanni, a celebrare l'AIDO. Numerose le autorità presenti e numerose le adesioni delle altre realtà AIDO territoriali.
Foto: Angelo Crippa

CASALMAGGIORE – 35 anni dalla Costituzione di un Comitato perennemente in crescita. Merito di chi ha he retto le sorti dell’associazione e merito soprattutto di Ambrogio Mazzini, che dell’AIDO locale (Casalmaggiore, San Giovanni in Croce e Solarolo Rainerio) è sempre stato l’anima. Le celebrazioni del 35ennale partono con una buona notizia. Nel 2017 e per la prima volta, si è registrata un’inversione di tendenza per quel che concerne le liste d’attesa che sono diminuite. Record anche per il numero di trapianti (3950). Una vita che se ne va che ne fa ripartire altre che restano. Non c’è forma più elevata d’altruismo, soprattutto perché, nel momento del trapasso, richiede una forza non indifferente da parte di chi resta.

Domenica mattina è stata tutta la città, con il suo primo cittadino in testa, Filippo Bongiovanni, a celebrare l’AIDO. Numerose le autorità presenti e numerose le adesioni delle altre realtà AIDO territoriali. Alla celebrazione ha partecipato pure Pierguido Asinari sindaco di San Giovanni in Croce. Anche don Claudio Rubagotti, celebrando la messa, ha reso omaggio all’evento, durante il quale Duilio Villa, componente del consiglio regionale dell’Aido ha snocciolato appunto i numeri record prima citati. Un saluto è giunto anche da Angiolino Tolomei, da anni collaboratore, mentre sono stati omaggiati il più anziano iscritto (Alberto Vecchi, classe 1927) e il più giovane (Lorenzo Grandi, classe 2000).

Hanno presenziato, garantendo il servizio d’ordine in piazza Garibaldi, l’Associazione Nazionale Carabinieri e la Polizia Locale, mentre il corteo è stato allietato dalla banda dell’Estudiantina. Nell’excursus storico è stato ritenuto opportuno citare gli iscritti sotto la presidenza di Virginio Vareschi, dal 1997 al 2003, per avere tenuto duro quando il gruppo rischiava di sciogliersi. Da lì partì l’idea di ripresentarsi nelle piazze, anche in appoggio o in affiancamento a sagre o feste paesane per un rilancio che ha dato ottimi risultati. Ma più che con il resoconto della festa, ricordiamo l’attività meritoria dell’AIDO con tre esperienze di vita.

MIDOLLO OSSEO Il donatore di midollo osseo, “uno” che aspetta.

Mi chiamo Ivan, sono nato nel 1972, sposato e padre di due figli maschi di 19 e 16 anni, pratico sport Karate a livello agonistico assieme ai miei figli. Sono un donatore di sangue dal 1990 e nel 1995, all’età di ventitre anni; mi sono iscritto all’ADMO (Associazione Donatori Midollo Osseo) ed sono anche iscritto all’AIDO (Associazione Italiana donatori organi,tessuti e cellule)
Non so esattamente il perché, forse perché essendo donatore di sangue mi sembrava una logica conseguenza o forse perché mi sentivo in colpa per non essermi iscritto prima oppure semplicemente perché, negli anni 90, c’era una forte campagna mediatica a sostegno della donazione di midollo osseo. Sicuramente lo feci perché volevo mettere a disposizione di chi ne aveva veramente bisogno un valido aiuto,frutto della fortuna che mi era capitata di essere perfettamente in salute.

Dopo essermi adeguatamente informato mi recai al Centro Trasfusionale di Casalmaggiore per effettuare il semplice esame del sangue che sarebbe servito per la fase di “tipizzazione” e per l’inserimento dei miei dati nel Registro Nazionale dei Donatori. Pochi minuti ed ecco, era fatta. Una minuta dottoressa con la faccia da bambina mi fece un gran sorriso e mi disse: “Bene, ti facciamo sapere al più presto.”.

Me ne torno a casa, forse un po’ deluso, chissà cosa mi aspettavo.

Dopo circa un mese mi arriva a casa la tessera ADMO, una tessera abbastanza anonima, ma piena di significato. Inizia così la mia vita da “potenziale donatore”; una vita di attesa. Passano i giorni, i mesi e gli anni e sembra che nulla succeda, tanto che ormai l’unico ricordo di essere “potenziale donatore di midollo osseo” riaffiora quando faccio pulizia nel portafoglio e rivedo quella tessera che pian piano si ingiallisce col passare del tempo.

Poi, tredici anni dopo, nel 2008, arriva quella tanto attesa telefonata: “Potrebbe esserci un paziente compatibile, potrebbe recarsi presso in suo Centro Trasfusionale di riferimento per ulteriori accertamenti”. È il momento, quella possibilità che ti può capitare una sola volta nella vita, la possibilità di fare la differenza, la possibilità “di salvare una vita”.

Mi reco in Ospedale di Casalmaggiore e ritrovo quella dottoressa dal sorriso gentile che mi aveva seguito durante il primo prelievo per l’iscrizione all’ADMO che, con una gentilezza immensa, mentre esegue un altro semplice prelievo mi spiega come queste nuove analisi serviranno a stabilire se c’è la piena compatibilità con quel paziente che attende fiducioso.

Di nuovo fatto e ancora una volta bisogna aspettare; me ne ritorno a casa ancora un po’ deluso. Passa un mese e una fredda lettera mi ringrazia per la disponibilità e mi informa che purtroppo la tanto sperata compatibilità donatore-paziente non c’è e di conseguenza, nulla da fare.

Un brutto colpo, forse la delusione più grande della mia vita; la possibilità di fare la differenza nella vita di qualcuno, svanita. Si torna ad aspettare. Ma ecco, passa poco più di un mese ed arriva un’altra telefonata; “Gli esami fatti il mese scorso ci hanno permesso di trovare la piena compatibilità con un altro paziente in attesa; la aspettiamo al più presto per verificare la possibilità di effettuare il trapianto.”

Iniziano così un paio di mesi intensi tra esami fisici, colloqui con medici e psicologi e soprattutto di attese dei risultati poi, dopo cinque/sei incontri la tanto attesa domanda: “Sei perfettamente compatibile, sei in ottima salute, potremmo procedere con la donazione; è il momento di decidere. Te la senti?”. “Certamente”, rispondo.

Si comincia, cinque giorni di preparazione, due iniezioni sottocutanee al giorno per stimolare la produzione di cellule staminali, un filo diretto con il medico per segnalare il minimo problema. Ancora attesa, sembra quasi che le iniezioni non facciano nessun effetto. Mi avevano detto che potevo provare gli stessi sintomi di una brutta influenza, dolori alle ossa, ecc. e invece niente. La dottoressa mi rassicura: “Non ti preoccupare, ogni organismo reagisce a suo modo, ma sicuramente procede tutto bene.”.

È il quinto giorno, mi alzo presto, non riesco più a dormire. Non sono affatto agitato, mi preparo con calma e via, verso l’Ospedale Maggiore di Cremona. L’equipe mi aspetta; gli ultimi esami di routine e le ultime indicazioni sulla procedura che sta per iniziare. Ancora attesa,quattro/cinque ore per effettuare tutta la procedura ed ecco, libero di andare. Ritorno a casa nemmeno stanco, come se nulla fosse accaduto; sono più affaticato quando faccio la donazione di sangue.

È finita, sento di aver fatto qualcosa di importate, qualcosa di doveroso, ma non qualcosa di eroico. Me ne torno a casa con la consapevolezza che di aver fatto qualcosa che ti capita una volta nella vita e sapendo che probabilmente rimarrò per sempre in attesa di sapere se quel che fatto è effettivamente riuscito a ridare una seconda chance e la speranza di una vita migliore ad un’altra persona.

TRAPIANTO DI CUORE – Il mio grazie ad uno sconosciuto donatore

Mi chiamo Annamaria, sono nata nel 1951 , ho due figli e sono anche nonna. Non è certamente facile parlare di momenti sofferti e difficili della propria esistenza ed è per questo che sono sempre stata un poco restia a parlare del mio vissuto, ma quando mi ha interpellato l’AIDO, chiedendomi se ero disponibile a raccontare la mia esperienza di vita di trapiantato di cuore, nelle scuole del Casalasco Viadanese nell’ambito del progetto “Insieme per la Vita” ho accolto la proposta con immensa soddisfazione, perché ritengo che informare sul valore della donazione e trapianto di organi,tessuti e cellule i giovani studenti sia molto importante ed educativo.

Nel 1993 all’età di quarantadue anni dopo un periodo in cui mi sentivo sempre stanca e spesso svogliata, mi sottoposi ad accurati controlli per appurarne le cause. Durante una visita cardiologica, dal relativo elettrocardiogramma i medici si accorsero che qualcosa non funzionava a dovere e mi consigliarono di sottopormi ad una visita presso un centro specializzato in cardiologia.

Mi consigliarono di rivolgermi all’Ospedale San Matteo di Pavia che dopo ulteriori ed approfonditi esami e ulteriori visite, mi diagnosticarono una gravissima malattia al cuore (Cardiomiopatia dilatativa primitiva) e mi dissero che non c’era nessuna terapia in grado di guarirla e l’unica speranza per me era solo il trapianto di cuore ed in attesa dovevo fare continue cure per rallentare la malattia, associate a molto riposo.

A mia specifica domanda i medici mi confermarono che i tempi di attesa per arrivare al trapianto erano molto lunghi e potevano variare da un anno, due fino a dieci o venti anni. Da quel momento buio assoluto, preoccupazioni mie e dei miei famigliari, abbandono del lavoro, futuri progetti andati in fumo e consapevolezza di un isolamento della qualità della vita, costretta a un non desiderato ma necessario riposo.

Passarono inesorabilmente anni, fra estenuanti cure, visite mediche e ricoveri ospedalieri, con un’unica speranza di poter arrivare, scalando la lunga lista attesa ed arrivare senza perdere fiducia, un giorno al tanto atteso e agognato trapianto.

Finalmente nel 2006 ricevetti una telefonata dall’Ospedale San Matteo di Pavia avvisandomi che era disponibile il cuore di un donatore uomo e si poteva procedere immediatamente al trapianto.
Non mi sembrava vero dopo tanta attesa, l’equipe medica procedette al trapianto, tutto andò nel migliore dei modi e dopo alcuni mesi di riabilitazione la mia vita e cambiata come dalla notte al giorno, terminando così l’incubo dell’attesa.

Da allora sono passati ormai dieci anni e non smetterò mai di ringraziare ogni giorno, lo sconosciuto donatore del cuore che palpita in me e mi ha dato la possibilità di riappropriarmi della mia fantastica vita ed oggi posso affermare senza onta di dubbio di sentirmi nata per la seconda volta.

TRAPIANTO DI FEGATO – Dalla disperazione alla speranza

Mi chiamo Roberto, sono nato nel 1951, sposato ed ho due figli e molto entusiasta di essere nonno.

Nel 1990 a seguito di un prelievo di sangue i sanitari si accorsero che avevo i valori delle transaminasi alterati,cioè troppo alti,a causa di una malattia di fegato, allora poco conosciuta, l’Epatite C e necessitavo subito di specifiche cure.

Iniziò così un periodo molto difficile della mia vita, colmo di incertezze personali e famigliari, ma convinto di lottare contro la malattia non arrendendosi mai. Fui indirizzato all’Ospedale Maggiore di Parma per le immediate cure,che oltre ad essere molto costose, erano anche parecchio debilitanti, con effetti collaterali, quali febbre, stanchezza e malesseri vari, cosa che si protrasse per dieci anni ed a seguito dell’aggravamento della condizione del mio fegato e diversi piccoli interventi (termoablazione), mi informarono che dovevo essere preso in cura da un altro centro e mettermi in lista d’attesa per il trapianto di fegato.

Furono i sanitari dell’Ospedale Maggiore di Parma ad interessarsi per il mio trasferimento all’Ospedale Malpighi di Bologna, dove tra collocazione e rimozione dalla lista di attesa, in quanto in quel periodo c’erano pochissimi organi disponibili, all’inizio del 2009 mi comunicarono che non potevo più rimanere in carico alla Regione Emilia Romagna e si prodigarono per il mio trasferimento all’Ospedale Papa Giovannni XXIII° di Bergamo, e fui inserito nella lista di attesa della Regione Lombardia.

Questa fu la mia “fortuna” perche dopo un breve tempo di attesa, mi comunicarono che era disponibile un fegato compatibile, ma non ero io il primo destinatario e mi consideravano il ricevente di “riserva”.

La notte del giorno 08 ottobre 2010 alle ore 2,oo, ricevetti una telefonata dell’Ospedale di Bergamo, comunicandomi che la persona prescelta non era risultata idonea ed il fegato disponibile era destinato a me e dovevo recarmi in Clinica per il trapianto. I kilometri da casa a Bergamo, volarono anche se mi sembravano eterni.

L’intervento durò dodici ore, andò tutto per il meglio e fu un successo, seguirono solo due giorni in terapia intensiva, prima di un sereno risveglio.Iniziò per me una vita nuova, anche se non è che sia tutto finito. Devo fare regolari controlli e alcune cure e grazie ai nuovi farmaci mi sento bene e sono ritornato alla mia vita normale di prima, senza problemi.

Ringrazio sentitamente lo sconosciuto donatore del fegato che porto in me e i suoi famigliari che hanno acconsentito alla donazione che ha permesso di effettuare il mio trapianto, salvandomi e riportandomi ad una migliore e dignitosa vita.

redazione@oglioponews.it

Foto: Angelo Crippa

 

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