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Simone Raineri, nuova vita
da allenatore: ora segue
i ragazzi della Baldesio

“E’ una bella sfida - ha rivelato il campione olimpico a Sidney 2000 - e l’obiettivo è di fare crescere i giovani a disposizione”. Un impegno che affronterà con la sua proverbiale grinta.
Nella foto Simone Raineri in azione nel 2016 e con la tuta della Baldesio nelle nuove vesti da allenatore

CREMONA/CASALMAGGIORE – Si potrebbe quasi scomodare Pirandello: la maschera e soprattutto il tema del doppio. Se non fosse che parliamo “semplicemente” di sport. La nuova vita di Simone Raineri, dall’altra parte della barricata, è iniziata una decina di mesi fa, ma proprio in questo mese di ottobre 2018 ha preso il via la sua prima stagione agonistica completa da allenatore, alla Canottieri Baldesio di Cremona.

E per Simone, adesso, è come vivere una doppia vita, appunto. “Quando si allena si percepisce pure l’altro, oltre a se stessi, nel senso che si sente l’atleta e si lavora per i suoi successi. Sulla barca è diverso: prima gareggiavo e costruivo qualcosa che sentivo molto mio, pur avendolo condiviso sempre con i miei mentori; adesso devo cercare di costruire vittorie, crescite e miglioramenti che riguardano un’altra persona in via diretta e mai me stesso, se non indirettamente, ma sono progressi dei quali comunque mi sento partecipe”.

Eccolo, il tema del doppio. “L’obiettivo è inculcare nei ragazzi il valore del sacrificio, ma al contempo far capire all’atleta che tutto quello che crea, lo deve creare per se stesso e per la sua crescita, non deve farlo per fare contento me. Insomma alle volte – devo dirlo – fare in modo che il giovane abbia un po’ di senso di colpa se salta un allenamento o se non si impegna a dovere non è un atto di cattiveria, ma è uno stimolo per il suo bene. E da allenatore è quello che cerco di fare capire a tutti i ragazzi, da quelli più dotati a quelli che magari devono ancora crescere molto”.

La Baldesio, forte nel nuoto e nella canoa, nel canottaggio fatica un po’. “Il gruppo è ridotto numericamente e va costruita una buona base. Questa è una sfida che mi stimola parecchio: l’anno scorso, con pochi mesi di lavoro, abbiamo ottenuto a livello nazionale un terzo posto Junior col singolo femminile e abbiamo sfiorato la finale nel doppio Ragazzi. Non sarà tantissimo, ma siamo partiti quasi da zero. Stiamo costruendo e serve pazienza, sperando che emerga anche il campione e di avere atleti con certe doti spiccate da allenare. Attenzione però: il gruppo ha bisogno del campione e il campione ha bisogno del gruppo. Perché l’atleta più forte ha bisogno di sentirsi bene nella società, altrimenti rischia di perdersi, non avendo un contesto abbastanza allenante attorno, o di andare altrove. E per il club sarebbe un danno”.

Come è l’approccio di Simone allenatore? “Anzitutto devo dire che allenare qui è forse un po’ più difficile che a Casalmaggiore: ed è un complimento per noi casalaschi. Qui vedo un certo imborghesimento, che non aiuta nell’approccio; a Casalmaggiore, invece, il valore del sacrificio e della fatica è ben delineato e ben chiaro da principio. Faccio un esempio che spiega meglio il concetto: a Casalmaggiore se i genitori vogliono punire un ragazzo perché non ha fatto i compiti o ha preso un brutto voto, gli vietano di andare ad allenamento. Insomma, lo sforzo e il sacrificio, se non vengono visti addirittura come un premio, sono considerati come un traguardo che il giovane cerca. Qui a Cremona non è sempre così. E questa differenza può essere fondamentale”.

In Simone rivediamo qualcosa di Umberto Viti o di papà Pietro, il primo coach di Raineri quando iniziò da ragazzo? “Cerco di essere amico degli atleti, non sono un robot freddo. Non è nel mio carattere e comunque anche Umberto e Pietro sono stati così con me. Intendiamoci, Viti era spesso anche duro e non te la mandava a dire, ma sapeva smorzare il clima teso con una battuta e questo rendeva gli allenamenti quasi più leggeri. Io cerco empatia, cerco di percepire le esigenze degli atleti. Qualcuno dice che sbaglio perché dovrei essere più duro, e può anche darsi che abbia ragione. Però alle volte, non essendo io in barca, capire quando la fatica è alta e la soglia di sopportazione è stata raggiunta non è facile e dunque creare un rapporto di fiducia con l’atleta diventa prezioso per comprendere fino in fondo come si sente lo stesso. E’ chiaro però che, se la fiducia viene tradita, allora cambia tutto. L’empatia deve essere ricambiata insomma, e la fiducia va meritata. Guai se scopro che qualcuno mi prende per i fondelli”.

Da atleta, specie nella fase finale della carriera (ma non solo), hai spesso usato parole critiche verso alcuni allenatori o ct della Nazionale. Ora che sei tu l’allenatore, lo rifaresti? “Lo rifarei perché non ho rimpianti e perché in quei momenti pensavo davvero quello che dicevo, dunque non mi pento. Inoltre non sono mai stato un “lecchino” di carattere, dunque ho sempre sentito la necessità di esternare i miei pensieri con sincerità e, se serve, durezza. Tuttavia credo di essere maturato e oggi – devo ammetterlo – capisco meglio alcune scelte e alcune decisioni prese dai vari allenatori: oggi, in questo ruolo, vedo il canottaggio con occhi molto diversi”. Il tema del doppio che ritorna. Simone atleta, Simone allenatore. O forse, semplicemente, Simone se stesso.

Giovanni Gardani

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