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La cascina Badia e "Novecento":
quando a Voltido sbarcò
il grande mondo del cinema

"Purtroppo non ci sono fondi per mantenere cascine come questa, che un tempo ospitava diverse centinaia di persone. Qualche anno fa la Lega della Cultura di Piadena propose di fare qui un museo della civiltà contadina, ma non se ne fece nulla".
Nella foto la scena del ballo di Magascià nella cascina Badia di Voltido

VOLTIDO – La cascina Badia ci accoglie immersa da una nebbia che sembra messa apposta per restituire il fascino degli anni Settanta, quando la nebbia c’era sul serio. Ci accoglie Ave Rigolli in Bellingeri (Berlinghieri è il nome della famiglia padronale nel film, e non può essere un caso), 83 anni, e subito la facciamo tornare con la mente a quell’inverno di 44 anni fa, quando Bernardo Bertolucci, scomparso pochi giorni fa a 77 anni, girò qui una delle scene clou di “Novecento”.

«Erano per noi giorni tristi: mio marito era malato e sarebbe morto un paio di anni dopo. Proprio lui un giorno era a Piadena dove il veterinario gli chiese se fosse disposto a lasciare che la nostra cascina ospitasse un film. Noi non sapevamo niente del cinema, pensavamo che sarebbe arrivata a casa nostra una telecamera. Quindi disse di sì, ma la notte successiva non riuscì a dormire. Ci aveva ripensato, ma ormai aveva firmato, sarebbe servito un avvocato. Quindi non gli rimase che accettare. Altro che una telecamera: arrivarono decine di persone tra addetti e attori, con roulotte e grandi riflettori che illuminavano la cascina a giorno. Pensare che per girare in tutto una decina di minuti sono rimasti qui oltre un mese».

Anche perché non tutte le scene girate sono state incluse nel film. «Ricordo in particolare la scena del ballo nell’aia: andavano a cercare le vecchiette del paese che si divertivano molto in quei costumi antichi. Ricordo anche quel tipo del Vho che chiamavano “Magascià” o qualcosa del genere, che ballava con la ballerina di stoffa legata al piede. Qui dovevano fare anche la scena dell’incendio: hanno costruito una scala apposta ma alla fine hanno deciso che il fienile era troppo alto. La paga per le comparse era buona, ma io non presi manco una lira, nonostante quel che si diceva in paese: ci diedero qualcosa solo per ripulire dopo la loro partenza».

La cascina piacque molto a Bertolucci, che però fece alcuni interventi: «Fece restringere con alcuni accorgimenti scenici le finestre perché una volta erano più piccole, poi fece tinteggiare parte della cascina. E svuotò il fienile per le riprese». Cosa ricorda di quei giorni? «Io insegnavo a scuola, e di mattina non c’ero mai. Loro dormivano qui vicino, mi sembra di ricordare che fossero al City di Casalmaggiore, e arrivavano alle 10 di mattina. Ricordo che oltre a loro venivano parecchie tv straniere interessate alle riprese. Faceva freddo e soprattutto le attrici entravano spesso per scaldarsi, e poi per usare il gabinetto della casa, che preferivano a quelli delle roulotte. Spesso preparavo loro il caffé, e per la verità quando se ne sono andati non mi hanno nemmeno ringraziato. L’unica davvero carina fu Dominique Sanda, che soffriva molto il freddo ed entrava spesso a scaldarsi. Ricordo Bertolucci con sempre addosso un grande cappello e una lunga sciarpa bianca. Ci salutavamo ma nulla di più: entrava come altri in casa per andare in bagno e per fare interviste. Lo ricordo come uomo dal forte carattere. Quella di “Novecento” era una storia cruda, non è che il film mi sia piaciuto molto, ho preferito “L’ultimo imperatore” e “Piccolo Buddha”».

Grazie al film la vostra cascina ha avuto parecchi estimatori. Vi è stata richiesta per altre riprese? «No, però qui arriva sempre gente, anche con pullman. E’ sempre venuta per vedere i luoghi del film, e siamo stati menzionati in alcuni documentari. Anche il fratello di Bertolucci (Giuseppe firmò col fratello Bernardo soggetto e sceneggiatura, ndr) venne per realizzare un documentario facendo interviste sulle tradizioni antiche ». La cascina sembra in buono stato. «Ma il lato che manca crollò dopo le riprese. Purtroppo non ci sono fondi per mantenere cascine come questa, che un tempo ospitava diverse centinaia di persone. Qualche anno fa la Lega della Cultura di Piadena propose di fare qui un museo della civiltà contadina, ma non se ne fece nulla».

V.R.

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