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Claudio Bottari, lunga nota
a propria difesa: "Il mio
comportamento sempre legittimo"

"Condannato per 11.400 euro per non avere scritto sulle ricevute i commensali, nemmeno previsto dalla legge e mai richiesto dagli uffici preposti per quarant’anni. Invece, trent’anni anni di attività politica sana e onesta buttati nel rusco"

VIADANA – Fa una lunga disamina dei fatti Claudio Bottari, dopo la condanna per peculato a 18 mesi. Una lunga ‘cronistoria’ pubblicata sul web per spiegare tutto. Ha già preannunciato ricorso per quella sentenza (i fatti contestati si riferiscono all’epoca in cui il viadanese era consigliere regionale). Pubblichiamo integralmente le sue parole.

“Come anticipato, ecco la relazione. La posto per rispetto di coloro i quali a suo tempo mi votarono.

La vicenda delle cosiddette “spese pazze” mi riguarda in quanto all’epoca consigliere regionale lombardo del Gruppo Lega Nord Lega Lombarda. La vicenda, non le spese “pazze” (sino a sentenza definitiva prevede la legge), e ora provo a descrivere cosa è successo per quanto mi attiene. Sarebbero necessarie decine di pagine per spiegare gli avvenimenti, mi limito all’essenziale.

Accusato di avere ottenuto indebitamente circa 11.400 euro, avendo in fase istruttoria la stessa procura già defalcato altre spese, pari a circa il 67% del totale, ritenute assolutamente regolari e conformi al mandato consiliare. Spese di gestione ordinaria tipo telefonia e cancelleria, un portatile per l’assistente e un tablet, convegni, ristoranti, libri strettamente attinenti al mandato come da argomenti discussi ufficialmente in sede consiliare, ecc.

Un terzo delle spese sono convegni concordati con l’allora vicesegretario nazionale della Lega Lombarda, mio concittadino, e la segreteria provinciale. Poi incontri pubblici e incontri con i referenti territoriali per discutere delle problematiche e istanze su quanto di competenza.

La maggior parte delle spese rimaste riguardano la ristorazione e alcuni libri, nonché quattro notti in alberghetto da 45 euro a pochi passi dal Pirellone quando c’erano le sedute “notturne”. Non certo un Grand Hotel. E previa richiesta di parere di legittimità agli uffici amministrativi.

Tutte le spese maggiori, tipo convegni dal costo elevato (due di essi sono costati un totale di 10.000 euro) erano stati preventivamente autorizzati dall’amministrazione del Gruppo e pagati direttamente. Gli altri di minor costo anticipati da me e rimborsati successivamente. Così le spese di ristorazione, tutte riferibili al mandato consiliare in quanto quelle personali ovviamente le pagavo di tasca mia e ricomprese nella diaria. Non c’è una sola voce di spesa strampalata, di quelle che fanno colore sulla stampa. Mentre gli incontri con amministratori locali, rappresentanti politici e portatori di interessi diffusi venivano, come da istruzioni, rimborsati. Mediamente una volta a settimana quelli al ristorante o in pizzeria con un costo medio di una ventina di euro a testa, quando stavo a contatto col territorio. Solo una decina di incontri sono stati caricati in quel di Milano, dove rimanevo lo stretto necessario di tre/quattro giorni a settimana per i lavori di consiglio o commissioni.

Perché questi incontri saltuariamente a tavola? Perché gli amministratori locali sono pressoché volontari, pagati pochissimo, e le stesse amministrazioni sono il costante bolletta. Queste persone lavorano, nel senso che hanno una propria attività, e nel tempo libero si dedicano all’amministrazione pubblica. Così il tempo è sempre tirato, e talvolta capita che per avere un paio d’ore si utilizza proprio la pausa pranzo per discutere delle problematiche e delle richieste da portare in sede consiliare. E ribadisco, mica roba di gran lusso, un primo o una pizza e via a discutere. Si chiamano “spese di rappresentanza”, così come sa chiunque abbia un’azienda e ha a che fare con clienti e fornitori e addebita la fattura al conto economico. O i vituperati aperitivi (per qualcuno che posta per scherno le foto dei crodini in questi giorni), nonché le bottigliette d’acqua di cortesia o il caffè, offerti quando si hanno incontri pubblici o amministrativi e la discussione si prolunga. A un relatore che parla magari per un’ora e mezza almeno una bottiglia d’acqua e un caffè glieli offriamo?

Allora perché la condanna? Un anno e sei mesi, pena sospesa, non menzione nel casellario. Pare sia stato il minimo sindacale. Premesso che non conosco le motivazioni del Collegio, in attesa della pubblicazione mi limito a riferire le considerazioni dell’accusa. Questa sostiene che le spese siano ingiustificate perché c’era la diaria omnicomprensiva a noi elargita e sulle ricevute a rimborso mancasse qualsiasi riferimento alle persone ospitate e alle motivazioni relative. Ma la diaria è riferibile alle proprie spese inerenti il mandato del consigliere, non alla rappresentanza! Sta qui il nodo gordiano. La legge regionale vigente all’epoca prevedeva l’indicazione obbligatoria delle presenze solo per la Giunta e l’Ufficio di Presidenza del Consiglio. NON per i consiglieri, trattati a parte. “Diversa quindi la disciplina tra presidente e gruppi consiliari. Il legislatore nel primo caso ha voluto specificare, nel secondo no. La prassi degli uffici è sempre andata nel senso di questa chiara previsione normativa.”

Tant’è vero che tutti i funzionari chiamati a testimoniare, sia dei Gruppi sia dipendenti della Regione, hanno confermato che per decenni questa è stata la consuetudine e che gli stessi uffici regionali davano l’assenso agli amministratori dei Gruppi sulla liceità della condotta. (E purtroppo ben 40 testimoni da me citati in quanto presenti all’epoca agli eventi e chiamati a suffragare l’attinenza delle spese al mandato non sono stati sentiti). Perché questa distinzione nella legge? Credo che il legislatore all’epoca abbia considerato la Giunta e l’ Ufficio di Presidenza del Consiglio come rappresentanti istituzionali del governo e del parlamento regionali, mentre per i consiglieri si sia considerata la mera rappresentanza di parte politica. Di qui la mancata obbligatorietà di indicare nelle ricevute le presenze, perché non a tutti può far piacere di notiziare pubblicamente l’incontro con un politico, questione di riservatezza.

Quindi, per quanto mi riguarda, ho strettamente rispettato leggi e regolamenti, chiesto preventivamente la legittimità, e tranquillamente posso affermare di avere la coscienza a posto.
Per l’attinenza, ci era stato fornito un “vademecum” predisposto dall’UdP con l’elenco delle spese rimborsabili da caricare sull’apposito fondo “Funzionamento” a disposizione di ogni singolo consigliere. Veniva specificato che “le spese devono essere supportate da regolare documentazione (fatture, ricevute fiscali o scontrini), senza altri riferimenti. Personalmente mi sono attenuto alle indicazioni fornitemi, chiedendo preventivamente quando avevo dei dubbi, caricando sul fondo solo quelle di rappresentanza o di stretta attinenza al mandato come più sopra precisato, scontrini e ricevute poi filtrati dall’amministrazione. Infatti ho pure querelato chi si era azzardato sulla stampa ad affermare che mi fossi appropriato di fondi pubblici per un evento. Attenzione a spendere sconsideratamente la parola “ladroni”. Il non avere indicato sulle ricevute quelle note <non previste dalla legge> non trasforma automaticamente in gaudenti epicurei. Parlo per me. Non faccio come altri che pubblicano articoli riferendosi ad altri ex colleghi di consiglio o di partito con tono di spregio o rivalsa, quando non addirittura di giubilo.

La questione della complessità interpretativa è emersa anche durante i due procedimenti: amministrativo alla Corte dei Conti, penale presso il Tribunale. Ho provveduto di mia sponte, prima di chiunque altro e nonostante il mio studio legale mi avesse detto di aspettare, a rendere 11.400 euro contestati, pur consapevole della correttezza del mio operato suffragata dagli uffici regionali competenti. Però della parte ritenuta legittima (67% delle spese) dalla procura penale, in sede amministrativa mi hanno condannato a restituirne 687,22 euro. Avete letto bene, meno di 700 euro. Per colpa, non per dolo (il peculato penale è invece doloso). Già queste discrasie la dicono lunga: nemmeno due collegi giudicanti sono chiari ed unanimi sulla legittimità o meno delle spese, figuriamoci il povero consigliere alle prese con una miriade di provvedimenti tra progetti di legge, mozioni, interrogazioni, ecc, (una sessantina firmati da me) che corre su e giù per la regione dal lunedì alla domenica, e che si affida alla professionalità degli uffici preposti per far quadrare i conti della propria attività politica. Poi eclatante il fatto che siano stati condannati ben 55 consiglieri, inclusi quelli del rito abbreviato, compresi i capigruppo di tutti i gruppi politici presenti all’epoca, tra i quali anche noti giurisperiti e avvocati, per dire della nebulosità e fallacità della vicenda.

Sono fiero di avere operato bene per la Regione, mi riferisco alle decine di provvedimenti che ho proposto o firmato. Purtroppo questa penosa vicenda ha offuscato il lavoro fatto, ma se può bastare ricordo la legge sull’amianto (ne ero relatore) della quale possono beneficiare i cittadini ex-esposti o colpiti da mesotelioma pleurico, con un occhio alle vicende mantovane, o per chi volesse bonificare l’eternit. La proposta di legge sull’eradicazione delle nutrie, poi diventata legge nazionale. Le battaglie per il trasporto ferroviario, la sanità, la difesa dell’ambiente, la sicurezza dei bambini dai giochi pericolosi, le azioni a sostegno dei terremotati, e molte altre. Mi spiace che la fine del mandato abbia interrotto la mia proposta per l’adozione del software libero, che avrebbe comportato milioni di euro di risparmi per le casse pubbliche, ma altri provvedimenti hanno raggiunto l’obiettivo.

Il fiore all’occhiello: la legge sull’eliminazione dei vitalizi, approvata il 13 dicembre 2011. Alla faccia di chi ci accusa di essere arraffoni. Abbiamo tagliato le nostre indennità retroattivamente all’inizio mandato (aprile 2010), abbiamo cancellato molti benefit, e soprattutto eliminato i vitalizi e il trattamento di fine rapporto. E orgogliosamente sottolineo che, pur avendone maturato il diritto a fine mandato, ho volontariamente rinunciato al vitalizio e al Tfr. Se volete la cifra, sono circa 400 mila euro, parte subito (Tfr) e parte calcolando il valore attuale netto della rendita con ipotesi di vita residua a 80 anni, perché dall’anno prossimo, al compimento del 60° anno, avrei iniziato a percepire 1.706 euro mensili.

Quindi provate a mettervi nei miei panni, condannato per 11.400 euro per non avere scritto sulle ricevute i commensali, nemmeno previsto dalla legge e mai richiesto dagli uffici preposti per quarant’anni. Invece, trent’anni anni di attività politica sana e onesta buttati nel rusco.

Certo di avere contribuito a fare chiarezza, vi ringrazio per la pazienza”.

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