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La Turandot rivisitata conquista
il Comunale di Casalmaggiore:
applausi scroscianti

La rottura della quarta parete, con alcuni soldati che si muovono tra il pubblico in platea e alcuni attori principali, come Calaf, che da lì entrano in scena, fa il resto. Per un successo che gli applausi finali testimoniano in pieno. GUARDA IL SERVIZIO TG DI CREMONA 1

CASALMAGGIORE – Applausi interminabili, tre diverse chiamate sul palco e uno spettacolo che, pur non facendo il tutto esaurito, ha comunque riscosso un ottimo successo anche di pubblico al Teatro Comunale di Casalmaggiore. La Turandot rivisitata dall’Opera di Pechino, fondata nel 1955, con la mano e la sensibilità tutta italiana del regista Marco Plini ha conquistato venerdì la notte casalese, convincendo sia gli appassionati dello spartito classico di Puccini sia chi ama il linguaggio più innovativo, anche a livello musicale e drammaturgico.

Associare le arie dell’opera ad esempio all’elettronica non dev’essere facile, così come arduo potrebbe sembrare convincere in questo senso i puristi. Ma a giudicare dagli applausi conclusivi e dai complimenti ricevuti anche dal direttore artistico Giuseppe Romanetti, che ha scelto lo spettacolo da inserire in calendario (un vero e proprio colpaccio tenendo conto che Casalmaggiore è stata una delle quattro date in tutta Italia del tour dell’Opera di Pechino), la missione può dirsi compiuta.

Uno spettacolo di note e colori, con costumi di grande qualità e coreografie degne di una produzione di primissimo livello, quasi cinematografica. Turandot, principessa cinese che ha rappresentato, nell’immaginario Pucciniano, il viaggio e l’approdo verso una Cina lontana e soltanto vagheggiata, resta attuale anche oggi nonostante le distanze che ormai si sono decisamente accorciate: il tema che resta immortale è quello dell’amore, che alla fine scioglie il cuore gelido di Turandot, la quale decapita uno alla volta e senza pietà gli spasimanti che non superano la prova, quella dei tre indovinelli. Soltanto Calaf, principe straniero in quel periodo in visita in Cina, risolve gli enigmi, senza però convincere Turandot. A questo punto il gioco – per quanto tragico – viene condotto proprio da Calaf che, senza avere rivelato ancora il proprio nome, sfida la principessa a scoprirlo. Questa tortura il padre e la serva di Calaf, che però restano fedeli alla causa (la serva morirà suicida pur di non tradire l’uomo) e non rivelano il nome, sciogliendo così il cuore di Turandot.

Sin qui la storia, che tutti conoscono ma che a Casalmaggiore ha avuto una resa differente da quella classica, come detto, unendo l’eccellenza cinese delle coreografica, degli strumentisti e delle prospettive di luci e colori con l’abilità italiana della scenografia, a sua volta della musica, ovviamente, e dell’inventiva in una continua ricerca della contaminatio. Musicisti italiani e cinesi sui due lati del palco ricamano colonna sonora e accompagnamento con suoni e strumenti della tradizione. Tre schermi in tre diversi punti con sottotitoli in italiano favoriscono la comprensione da parte degli spettatori, perché l’intera opera è in lingua cinese. Pur con diversi ammiccamenti, figli di smorfie che rappresentano un linguaggio internazionale. La rottura della quarta parete, con alcuni soldati che si muovono tra il pubblico in platea e alcuni attori principali, come Calaf, che da lì entrano in scena, fa il resto. Per un successo che gli applausi finali testimoniano in pieno.

Giovanni Gardani

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