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Salim e la madre Kwestan,
dalla fuga dall'Isis alla salvezza
grazie a Pobic Calvatone

La malattia di Salim può sviluppare infezioni respiratorie, che in un ambiente come il campo profughi può moltiplicare. Per questo prima dell’operazione a cuore aperto ha dovuto attendere di migliorare il quadro clinico. GUARDA IL SERVIZIO TG DI CREMONA 1

CREMONA/CALVATONE – Salim rincorre i piccioni in piazza del Comune, sotto i portici del cortile Federico II. E’ un bambino felice come se ne vedono tanti in questa primavera appena sbocciata. Ride, corre, poi si gusta un gelato in braccio alla mamma. Una scena vista mille volte per un bambino di neanche tre anni. Salim sorride alla vita perché per una volta la vita ha deciso di sorridere a lui, chissà fino a quando.

E’ nato in un campo profughi a Dohuk, vicino ad Mossul, nel Kurdistan iracheno, dove i suoi genitori si sono conosciuti dopo essere fuggiti dall’offensiva dell’Isis, prima che le forze di combattimento curde liberassero città ormai fantasma. Villaggi distrutti, minati, senza futuro almeno nell’immediato. Nel campo qualcuno si è accorto che soffriva di una patologia che, se non corretta in fretta, non lascia scampo. Tecnicamente si chiama “difetto del setto interventricolare sottoaortico con ostruzione medio ventricolare destra”, che determina una ostruzione sull’efflusso polmonare.

E’ qui che entra in gioco la ong Pobic onlus, che significa “progetti e opere di beneficenza per interventi in cardiopatie”, e in particolare la sede di Calvatone. E’ Franco Bordo, ex parlamentare e oggi volontario Pobic, a raccontare il resto: «Pobic ha una rete che arriva nell’area curda, e così la situazione di Salim ci è stata segnalata, dopo che una onlus locale in dicembre inviò una richiesta di aiuto. Io ho procurato il contatto coi curdi (Bordo ha visitato il Kurdistan più volte, ndr), quindi sono state attivate le complesse procedure burocratiche, tra cui il permesso per il visto di espatrio per motivi sanitari».

Salim è così atterrato in Italia, facendo scalo a Istanbul, lo scorso 18 febbraio alla Malpensa, accompagnato da mamma Kwestan, mentre il padre è rimasto al campo profughi. Entrambi sono stati ospitati, e lo sono tuttora, da una famiglia a Bozzolo. La malattia di Salim può sviluppare infezioni respiratorie, che in un ambiente come il campo profughi può moltiplicare. Per questo prima dell’operazione ha dovuto attendere di migliorare il quadro clinico. «L’8 marzo – prosegue Bordo – è stato poi operato all’Istituto Gaslini di Genova, con cui abbiamo un rapporto di partenariato. Per il resto, Pobic ha a disposizione una psicologa, una mediatrice culturale e l’alloggio vicino alla sede di Calvatone ha permesso di non fare sentire i due ospiti in un contesto asettico».

Fatto sta che l’8 marzo Salim viene operato al Gaslini a cuore aperto e tutto, fortunatamente, va per il meglio. Tutte le spese di ospitalità (viaggio, assistenza, parte dell’operazione, convalescenza) sono state sostenute da Pobic, mentre il Gaslini ha messo molto del suo, attraverso la struttura e i medici. Pobic Calvatone non è nuova a questi interventi, anche se nessuno di questa complessità e gravità. Ad esempio in ottobre sono state operate due bambine ugandesi, per una patologia meno grave. «Voglio ringraziare il sindacato pensionati Cgil – prosegue Bordo – per il contributo importante dato nella raccolta fondi, nelle persone del segretario Mimmo Palmieri e del tesoriere Palmiro Crotti».

Poco dopo in piazza del Comune arriva Salim, accompagnato dalla madre, dall’operatrice culturale Nicole Bonfanti e da Festus Adedayo, vicepresidente di Pobic Calvatone (il presidente è Paolo Novellini). Sono reduci dall’ultimo controllo fatto al Gaslini che ha dato via libera. Un bell’epilogo che ha un retrogusto amaro: il 4 aprile Salim e Kwestan torneranno in Iraq. Non è facile dialogare con Kwestan, che parla solo un dialetto curdo. Per farlo ci avvaliamo di un interprete che si trova a Mestre, che al telefono fa da traduttore.

«Siamo arrivati dal campo profughi di Dohuk – ci dice Kwestan – nell’Iraq settentrionale, nel Kurdistan iracheno a nord di Mossul. Per la precisione la mia famiglia viveva a Sinjar (in arabo Shingal), una piccola città vicina al confine tra Iraq e Siria. Nel 2014 a causa del Daesh (sinonimo locale di Isis, ndr) siamo scappati dalle nostre case senza mezzi, senza abiti, a piedi, per rifugiarci sulle montagne. Ben 50 persone della mia famiglia sono state ammazzate sotto le bombe. Apparteniamo alla minoranza etnico-religiosa degli yazidi (che lì ha subito un vero genocidio, ndr). Per nove giorni siamo rimasti nascosti sui monti, privi di qualsiasi mezzo di sussistenza, compresi cibo e acqua, finché i peshmerga (i combattenti curdi uniti alla coalizione occidentale, ndr) ci hanno salvati portandoci in elicottero nei campi profughi».

Il piccolo Salim è sempre vissuto nel campo profughi. «Sì, è qui che io e mio marito ci siamo conosciuti e l’abbiamo dato alla luce. Ci sono anche i miei genitori. Viviamo tutti all’interno di tende monofamiliari».
Che succederà ora? Speranze di tornare nella città di origine? «Sinjar è distrutta, non si trovano né cibo né acqua, non c’è corrente elettrica, ed è in fase, molto lenta, di ricostruzione. Ci vorrà parecchio tempo. Nel campo profughi vivono circa 2000 persone, mio marito fa occcasionalmente il muratore. Ora torneremo a Dohuk, ma data la nostra povertà fatico ad immaginare un futuro stabile per la mia famiglia».

V.R.

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