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Davide Mantovani,
un sabbionetano (di stanza
a Londra) nel film da Oscar "1917"

Per Davide, che ha studiato recitazione, è stata la prima esperienza su un set professionale - produzione BBC - dopo corti indipendenti e sette spettacoli teatrali. Il sogno? Rifarlo, e magari un giorno avere una chance anche da attore parlante. GUARDA IL SERVIZIO TG DI CREMONA 1

SABBIONETA – Ha vinto tre Oscar tecnici più altri Golden Globe e ha stupito il mondo per la decisione di Sam Mendes, il regista, di girare con una sorta di montaggio invisibile, quasi tutto in piano sequenza. Parliamo di “1917”, il film sulla Prima Guerra Mondiale acclamato da pubblico e critica. Che parla anche sabbionetano. Tra le comparse, infatti, ecco Davide Mantovani, classe 1982, che vive a Londra da qualche anno ma è originario della Piccola Atene. Lo vediamo in una scena, mentre fuma e sorseggia thè, dietro i due attori McKay e Chapman, in uno dei tanti piani sequenza del film.

Come inizia l’avventura cinematografica di Mantovani? “Un amico mi aveva raccontato della sua esperienza sul set de “L’ora più buia”, come comparsa al fianco di Gary Oldman che interpretava Winston Churchill (ruolo premiato con l’Oscar nel 2019, ndr). Per farlo si era iscritto ad una agenzia specializzata e ho pensato che sarebbe stata un’ottima esperienza, anche solo per conoscere da dentro una grande produzione”.

Così Davide si iscrive all’agenzia britannica specializzata nel casting, spedendo una foto, prima di una richiesta, che parlava semplicemente di una pellicola legata alla guerra del 1914-1918, senza altre specifiche. “Ho dapprima spedito una mia foto. Poi mi hanno chiesto di tagliare la barba ma non i baffi, perché questo look era molto di moda nell’esercito inglese durante la Prima Guerra Mondiale. Evidentemente devo essere sembrato proprio un inglese… Poi per fortuna il costume andava bene, altrimenti sarebbe stato un problema: la seconda fase della selezione dipendeva proprio dalla taglia”.

Non una passeggiata girare nel grande prato fuori Londra, con trincee ricostruite da un’impresa edile, a un’ora di bus dalla City, con 15 chili di equipaggiamento militare sulle spalle. “Si arrivava sul set alle 6 del mattino, partendo dunque alle 5 da Londra, poi fino alle 20 si restava sul posto. Così per cinque giorni di fila. E’ stato faticoso, ma ne è valsa la pena”.

Una macchina organizzativa pazzesca con 400 comparse e grande attenzione ai dettagli: Mantovani è rimasto impressionato, ad esempio, dalla riproduzione perfetta della Corona Inglese sui bottoni della giacca dei soldati britannici. E il trucco era molto particolare. “Spesso ci coprivano di fango, con particolare attenzione nello sporcarci le unghie e il volto. Eravamo soldati appena usciti dalla trincea, dunque tutto doveva essere curato nel dettaglio. Quando poi giravamo scene che, nella storia, arrivavano subito dopo un temporale, ecco che con la canna dell’acqua venivamo bagnati da capo a piedi”.

Spesso sul set (le scene con Mantovani sono state girate ad aprile 2019) si andava solo per provare, guidati dal regista addetto alle comparse (ma anche Mendes è stato presente in alcuni giorni), in attesa del meteo – nuvoloso ma non piovoso – e dello shooting giusto che, quando riusciva, scatenava – viste le difficoltà nel girare in piano sequenza, dove un minimo errore porta a rifare lunghe scene – vere e proprie esultanze. “A volte sembrava di essere in uno stadio. Ricordo una scena, difficilissima: provammo tutto il giorno, quando è riuscita e ci è stato detto: “Ce l’abbiamo”, è stata una grossa soddisfazione per tutti. Il rischio era di dover rimandare l’operazione al giorno successivo”.

Nessuna fotografia sul set, con i telefoni sequestrati. Mentre con gli attori non poteva crearsi un vero e proprio rapporto, ma è stato possibile notare l’aderenza caratteriale anche al personaggio interpretato. “McKay ricambiava spesso il saluto, Chapman invece era più burbero, ma credo sia stata una scelta attoriale, perché il carattere del suo personaggio è più chiuso, dunque probabilmente l’attore ha preferito isolarsi: credo sia un metodo per entrare nel personaggio e non uscirne quasi mai”.

Alla Notte degli Oscar Mantovani sapeva ovviamente per chi tifare. “Certo che sì, perché “1917” è oggettivamente un bellissimo film, che va visto al cinema, e perché nel mio piccolo, sono stato contento e orgoglioso di avere contribuito a questa grande produzione. Sono in tre scene e in un paio di queste mi si vede di spalle, sono l’ultima ruota del carro, ma sono stati momenti che non dimenticherò. “1917” non ha vinto l’Oscar come Miglior Film, è vero, ma si è preso tanti premi anche ai Golden Globe, tutti meritati”. Per Davide, che ha studiato recitazione, è stata la prima esperienza su un set professionale – produzione BBC – dopo qualche cortometraggio indipendente e dopo sette spettacoli teatrali. Il sogno? Rifarlo, e magari un giorno avere una chance pure da attore parlante.

Giovanni Gardani

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