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Coronavirus: noi
operai, tra l'incudine
e il martello

Lettera scritta da Pietro Annoni (operaio)

Caro Direttore,

Sono Pietro Annoni, uno dei tanti operai del comparto ceramico che lavorano  in Emilia-Romagna e che, nonostante il pericolo rappresentato dal diffondersi del coronavirus, a casa non ci possono stare. E mi chiedo: che patto è, quello firmato dai sindacati con il governo, se il risultato è che gli operai debbano comunque recarsi sul posto di lavoro, a malapena protetti da guanti e mascherine, (che oramai sono finite) col persistente rischio di contrarre e di trasmettere il nuovo coronavirus? Che patto è, se continua ad aleggiare su di noi la minaccia di perdere il lavoro?

Nelle fabbriche ci sono vere e proprie scene d’isteria collettiva. Il nostro è un mestiere in cui si lavora gomito a gomito, e negli ultimi giorni abbiamo rischiato più di una rissa perché c’era chi non voleva farsi neanche sfiorare. Le persone hanno paura, ma temono ancor più di perdere il lavoro. In sostanza, siamo fra l’incudine e il martello. Sì, abbiamo guanti e mascherine (che, comunque, sono contati), ma siamo sicuri che siano davvero sufficienti a proteggerci? Chi mi assicura che, rientrando a casa, io non infetti i miei cari?

Tutti noi eviteremmo volentieri di uscire di casa. Io ho due figli, oltre che familiari che non hanno più vent’anni, e ho il terrore di poterli infettare, perché non abbiamo reali tutele. Ma la paura che prendermi delle ferie possa avere delle ripercussioni sul mio contratto di lavoro è tanta, e lo è soprattutto per gli interinali, che non hanno nessun tipo di garanzie. Qualcuno ci darà degli incoscienti, qualcun altro degli eroi. Fatto sta che noi siamo qui, fra la paura di perdere il lavoro e quella di contrarre il virus, a lavoro come ogni altro giorno”.

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