Cronaca
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Si è spento Romano Granelli, Gussola perde un altro pezzo della sua storia

Era stato ricoverato qualche giorno fa per l'aggravarsi delle condizioni polmonari. Nulla a che fare col coronavirus: Romano aveva problemi respiratori da qualche tempo ed era seguito con amorevole cura proprio da Sante

GUSSOLA – Se ne è andato all’ospedale Oglio Po Romano Granelli, di 85 anni. Ne avevamo scritto, una decina di giorni fa, per l’appello che aveva lanciato il figlio Sante. Aveva bisogno d’ossigeno e glielo avevano trovato grazie ad una corsa alla solidarietà che aveva viste coinvolte più persone, da Crema al Casalasco. Era stato ricoverato qualche giorno fa per l’aggravarsi delle condizioni polmonari. Nulla a che fare col coronavirus: Romano aveva problemi respiratori da qualche tempo ed era seguito con amorevole cura proprio da Sante.

Se ne è andato. A descriverne la vita è il figlio, con un bellissimo testo che pubblichiamo integralmente. Un testo che ne racconta la storia ma che è anche un manifesto dell’amore che lega un figlio al proprio padre. Non serve aggiungere altro.


Che mont imbariac!

Che mont imbariac, che mondo ubriaco. E’ un’affermazione che da qualche tempo mi gira nel cervello, un’affermazione che ho usato con un 85enne (un po senile) per spiegargli tutto ciò che ci sta succedendo, che succede a Cremona, in Lombardia, in Italia, Europa e nel mondo. Qualcosa che riguarda e tocca tutti noi: vicini, amici, conoscenti e parenti. Quando l’ho detta a mio padre, lui, scuotendo la testa e molto pensieroso mi ha risposto in dialetto: “Mah…, al mont lè propria imbariac” (il mondo è proprio ubriaco).

Da tempo dico che sarebbe meglio ricordare le persone mentre sono al mondo. Mio padre lo diceva spesso “quando manchiamo ai nostri cari, amici o conoscenti siamo tutti bravi (pruma a serum toch di sangot), (proseguendo in italiano) poi tutti corrono a portarti dei fiori al cimitero davanti ad una fotografia, che non contano niente, per me che nessuno spenda soldi inutili, non serve, niente fiori, ma opere di bene, e al massimo in chiesa per accendere una candela un cerino, il resto non conta”.

Una persona come tante, una vita come tante, un lavoratore come tanti, una famiglia come tante, pure con figli, come tante famiglie, un papà come tanti: “e pur al mont lè propria imbaric!”.

Ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale (dove i caduti della guerra a Gussola arrivavano in piazza distesi con cavallo e carretto), il coprifuoco, i bombardamenti. Da ragazzino lavoratore (ora si chiamerebbe sfruttamento minorile anche se pensando a quel tempo non lo condivido) in una famiglia di 5 fratelli, il papà carrettiere (l’autista del giorno d’oggi) e la mamma lavandaia. Mia nonna ha vissuto lavando e stendendo lenzuola, tutto il giorno per tutto il paese. Iniziava a notte fonda, con mega stufe a legna e mega vasconi di acqua calda. Era la lavanderia di un tempo, sostituita oggi da quelle automatiche, una bicicletta da dividere in 5, 3 sorelle piu anziane, che lavoravano in casa (una con 22 anni in piu), il fratello prigioniero in Grecia, deportato in Germania, dato per disperso e nell’arco di 25 giorni, dopo la “liberazione” arrivato a piedi percorrendo Germania e Austria fino in italia, per poi con il nostro don Giuseppe Carnevali (il nostro don Pepino) in treno fino a Casalmaggiore, e poi a piedi fino a Gussola.

Allora i messaggi viaggiavano in bicicletta. Così si spostava la gente da Gussola a Casalmaggiore. Era l’internet di un tempo nell’imminente dopo guerra.

Da ragazzino mio padre aiutava il papà e con due cavalli e 2 carretti per 5 anni si spostarono avanti e indietro da Gussola a Bibbiano Terme (PR) trasportando viveri all’andata e legname da ardere al ritorno. Per non dare difficolta al cavallo si camminava a piedi con le briglie in mano e nei momenti notturni di stanchezza il ‘veicolo’ aveva una ‘cuccia’ dondolante sul retro che dava l’opportunità a questi ‘autisti’ di riposare, mentre il motore a propulsionene muscolare continuava a viaggiare. I cavalli ricordavano a memoria tutto il tragitto (pilota automatico e navigatori satellitari del giorno d’oggi non servivano).

D’inverno i ponti sul Po si varcavano piantando chiodi nelle unghie dei cavalli per non farli scivolare per il ghiaccio e la neve sui ponti stessi. Quei ponti che poi varcati bisognava toglierli. Viaggi che duravano 5 o 6 giorni (90 km di solo andata), dove il cavallo giungendo in prossimità di casa dava al proprio ‘autista’ segni molto particolari per poterlo svegliare.

Una disgrazia poi fece cambiare un po’ tutta la vita. Il servizio militare come autista (autiere) del colonnello e barbiere in caserma (considerando il lavoro del fratello e di esperienza), manovale muratore in ‘coop la solidarietà’ di Gussola. Mio padre fu uno dei tanti che donò ore gratis di lavoro alla sera per la costruzione della ‘casa del popolo’, la struttura dove adesso trova spazio la coop alimentari e l’ex coop bar.

Muratore, poi autista (quando gli auto trasporti erano ormai agevolati da mezzi a motore). Partivano alla domenica sera in 3 autisti per arrivare a Bari al mercoledi e per viaggiare costantemente: “Ci riscaldavamo il pasto sul cofano vano motore per continuare a viaggiare”, mi raccontava sempre. Niente autostrade e niente super veicoli dotati di tutti i confort. Si viaggiava autista, passeggero e uno sempre in cuccetta a riposare alternativamente, e per avere 500 lire in piu per il divertimento del sabato sera e domenica pomeriggio si doveva scaricare a mano un camion al sabato mattina: i divertimenti di un tempo erano le scalinate della Chiesa con una bottiglia in compagnia, un grammofono da ricaricare ogni tanto a maniglia, e le sagre o fiere paesane raggiungibili in bicicletta. Anche gli orari erano diversi: non ci si divertiva dalle 23 alle 6 del giorno dopo perché alla domenica mattina si lavorava. Poi un lavoro fisso come operaio specializzato alle caldaie ad alta pressione (con tanto di brevetti e studi effettuati alla sera dopo il lavoro) ad un chilometro da casa che gli dava l’opportunita come tanti in quei tempi di poter raggiungere il posto di lavoro in bicicletta lasciando l’auto dal 1969 in poi, alla moglie per il proprio lavoro. Sua moglie, mia mamma, era ostetrica e lavorò per anni nel vecchio ospedale di Viadana.

Era la vita di un tempo (un’auto sola, per fortuna, e nessun SUV di scorta per portare i figli a scuola) in cui gli operai specializzati iniziavano alle 22 della domenica sera per avere tutti gli impianti a temperaturae pressione alla mattina con l’entrata del primo turno di produzione, e lavoro continuato fino al venerdi sera, manutenzioni il sabato mattina per poi ripartire alla domenica sera con una nuova settimana. Le ferie (poche) erano solo ferie, non vacanze. Servivano per staccare un po si dice al giorno d’oggi e intanto si lavorava a casa per un futuro: le ristrutturazioni delle poprie abitazioni insomma, tutte quelle cose importanti che loro, usciti dalla guerra, con sacrfici enormi sono riusciti a fare e che forse noi (con stipendi un po piu equi e meno sacrifici) non riusciremo mai a fare. Continuò con quell’auto (la 500) che negli anni ’80 era dichiarato ferro vecchio, ma che come diceva sempre mio papà: “il ronzino (la ns. fiat 500 l) con i sacrifici che abbiamo fatto con tua madre e il ronzino ci siamo costruiti case e futuro!”

Le sue passioni non le mollò mai: essere autiere e rimanere socio dell’ANAI, essere motociclista (con l’amicizia giovanile e le avventure passate con Bergamonti) , la passione ed il sostegno del moto club “Angelo Bergamonti” come socio attivo fino che l’età glielo ha consentito, e poi solo come socio, accudire i propri anziani nel momento del bisogno, persone che si accontentavano di un bicchiere in compagnia e una sigaretta.

Se ne va con lui una generazione, una famiglia (mamma, e fratelli molto longevi) di ‘gussolesi puro sangue’, senza tanti ‘peli sulla lingua’ ma lavoratori pronti e disponibili sempre.

L’è propria an mont imbariac e oggi, purtrppo devo dire, aveva proprio ragione mio papà. Ha sempre cercato di non farmi mancare niente facendomi capire ed insegnandomi: sacrifici (che non equivarranno mai a quelli fatti da loro), rispetto , regole, etica. E me lo ha sempre fatto capire con i suoi metodi a volte burberi ma sani, sinceri. Con le sue battute, incazzature o imprecazioni anche cocciutaggine come tanti di noi, come tanti papà, come tante persone.

Questo era un gussolese qualsiasi. Era mio papà (Granelli Romano).

lè propria an mont imbariac”.


N.C.

 

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