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Daniela Borella: "Sconfitto il
Covid19, torno a dare aiuto.
Plasma usato anche a Oglio Po"

«E’ vero che gli studi vanno dichiarati conclusi solo una volta in possesso di numeri di una certa grandezza, ma non abbiamo il tempo per fare questo. L’ospedale Poma di Mantova, assieme al San Matteo di Pavia, ha messo a punto un protocollo congiunto seguendo il quale tutti i malati trattati sono guariti, e si tratta di centinaia di persone».

Serve l’aiuto della psichiatria per sostenere chi ha sopportato uno stress straordinario negli ultimi due mesi e per chi si prepara, dopo un lungo periodo a casa, a tornare nel competitivo mondo del lavoro. Due situazioni che ben conosce la dottoressa Daniela Borella, che dirige l’Unità Operativa di Psichiatria dell’ospedale Oglio Po, poiché come professionista si è spesa per fronteggiare l’emergenza, poi ne ha pagato le conseguenze, ammalandosi per aver contratto il Covid-19. Ora sta meglio, tanto che lunedì riprenderà il lavoro coi colleghi. «Sono uscita dall’esperienza dell’infezione da Coronavirus – afferma la dottoressa Borella – e sono particolarmente contenta di poter tornare al lavoro. Se poi il titolo anticorpale lo consentirà donerò il plasma, poiché credo nella cura col plasma».

Sulla plasmaterapia si è acceso un forte dibattito. «E’ stato provato di tutto per curare i malati, farmaci retrovirali e molto altro, sino alla plasmaferesi, usata da tempo. E in effetti ha sempre funzionato». Come mai allora questa diatriba? «E’ vero che gli studi vanno dichiarati conclusi solo una volta in possesso di numeri di una certa grandezza, ma non abbiamo il tempo per fare questo. L’ospedale Poma di Mantova, assieme al San Matteo di Pavia, ha messo a punto un protocollo congiunto seguendo il quale tutti i malati trattati sono guariti, e si tratta di centinaia di persone». Anche a Casalmaggiore è stato utilizzato questo protocollo? «Certo, con gli stessi positivi risultati. Ripeto, è vero che la scienza richiede tempo, anche diversi anni, ma questo tempo oggi non l’abbiamo, e purtroppo tanti farmaci usati in precedenza hanno prodotto danni pesanti per gli effetti collaterali».

Tornando al sostegno psicologico, sono due le situazioni sopra descritte. Sulla prima, il sostegno agli operatori sanitari, si è già attivati la Asst di Cremona da cui l’Oglio Po dipende.  «Su questo tema siamo già partiti sui due fronti, Cremona e Casalmaggiore. Intervento si concentra sia sulle persone comuni rimaste a casa a lungo in isolamento sia per i dipendenti dell’azienda. Per questi ultimi si è avviato un percorso particolare e volontario: gli interessati hanno il nostro numero di telefono e gli orari. Alla loro chiamata facciamo un primo check per capire se la questione possa essere risolta già al telefono o se necessita di approfondimento». Sta avendo successo?  «Il servizio è iniziato da poco, posso dire che qualcuno ha già chiamato. Noi prevediamo che le chiamate saranno moltissime». In cosa consiste il vostro supporto? «Non si tratta propriamente di psicoterapia, si tratta di dare consigli su come reagire nella pratica, nella realtà immediata, senza coinvolgere il passato, il vissuto. Verificare se ci siano lutti da elaborare o ansie, preoccupazioni. In caso di isolamento protratto, analizzare anche la paura di uscire, e quindi fare piccoli passi per facilitare il reinserimento».

Riferendoci in modo particolare alle persone che sono rinchiuse da tempo tra le mura domestiche si parla di sindrome della capanna, o del prigioniero, intendendo persone che hanno gestito senza grossi problemi il confinamento, ritrovando il piacere di dedicarsi a vecchie passioni, alla famiglia, e che ora sentono il disagio di doversi confrontare di nuovo con una routine che è fatta magari di rapporti conflittuali con i colleghi di lavoro o situazioni comunque stressanti. Una sorta di ansia di riprendere i ritmi precedenti il lockdown. Se per tanti la riapertura consiste nella possibilità tanto agognata di uscire, programmare le vacanze e rivedere i vecchi amici, per altri il tran tran significa abbandonare quello che era diventato una sorta di perimetro di sicurezza.  «In questo caso il problema è differente, si fatica a riprendere la vita “normale”: contrariamente a quanto ci si può aspettare, tanti fanno fatica a tornare alla routine, il che non ha nulla a che vedere con la voglia di vivere, ma solo di riprendere non sapendo bene a cosa si vada incontro». Un’ansia che si somma magari a quella del posto di lavoro dal futuro incerto. «Certo, si somma alla preoccupazione di un’attività che magari riduce le entrate. Si tratta di una situazione di incertezza che è molto stressante, e ci attendiamo da ora in poi un aumento di richieste. Per tutte queste il CPS di Casalmaggiore, così come quello di Cremona, sono a disposizione dei cittadini».

V.R.

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