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Gli infermieri scoglio nello tsunami:
due racconti dalla trincea dell'ospedale
Oglio Po nel giorno di Florence...

"Mi resta la consapevolezza che tutti abbiamo dato il 100%, e forse di più, e che dove un collega non arrivava, l’altro era pronto a dare una mano. E’ successo con i casi di malattia, per gli infermieri positivi, ma anche con chi era stremato e aveva bisogno di un supporto".
Nella foto Adriana Casalini e Fabrizio Castoldi

CASALMAGGIORE – Non poteva che avere dna britannico, Florence Nightingale, di cui ricorre oggi il 200esimo anniversario della nascita. La “madre” della moderna scienza infermieristica indica il perché nella cultura anglosassone questa figura venga tenuta in forte considerazione, spesso molto più che da noi, come purtroppo è doveroso evidenziare. “Pensate a quando la principessa Catherine, moglie di William, ha partorito: nelle tv di tutto il mondo l’avete vista uscire dall’ospedale non accompagnata da un primario o da un medico, ma dalla coordinatrice dell’ospedale, che è appunto una infermiera. Nella cultura anglosassone queste figure sono centrali: il medico fa la diagnosi e la terapia, al resto del processo pensano gli infermieri”.

A parlare è Fabrizio Castoldi, in prima linea all’ospedale Oglio Po di Casalmaggiore contro il Coronavirus. E’ lui, assieme alla collega Adriana Casalini, a parlare a nome della categoria nella Giornata Internazionale degli Infermieri, che si celebra ogni anno ma oggi assume contorni e significati ancora più forti del solito. “Abbiamo sempre avuto uno scopo relazionale e capacità tecniche e sanitarie riconosciute – spiega Casalini -. Oggi però, nell’emergenza Coronavirus, credo sia stata sottolineata soprattutto la nostra funzione sociale. Inutile nascondersi, il nostro non è un lavoro come un altro, ma non lo è tutti i giorni, non soltanto in questo 2020 di trincea. L’aspetto sociale, e per certi versi relazionale, per me rimane il più importante: lo abbiamo capito e dimostrato in questa esperienza unica rispetto a tutte le altre vissute sin qui. Per la prima volta non abbiamo potuto programmare, abbiamo affrontato un problema alla volta, decidendo in poco tempo e senza poter pianificare. L’evolversi della situazione ha fatto da cartina di tornasole obbligata e i nostri comportamenti non hanno mai potuto seguire standard precostituiti, perché le condizioni dell’agire venivano create giorno dopo giorno”.

Cosa rimane ora che l’emergenza, nella sua fase più acuta, sembra passata? “Una crescita dal punto di vista professionale e umana – racconta Casalini -. E il buon sapore dei rapporti interpersonali: ho avuto modo di conoscere, in corsia, colleghe nuove o che alle volte mi limitavo a salutare al timbro del cartellino. Mi resta la consapevolezza che tutti abbiamo dato il 100%, e forse di più, e che dove un collega non arrivava, l’altro era pronto a dare una mano. E’ successo con i casi di malattia, per gli infermieri positivi, ma anche con chi era stremato e aveva bisogno di un supporto. So bene cosa dico, perché l’ho vissuto: io non ho le lacrime in tasca, non piango facilmente, ma a casa spesso sono crollata a fine turno. E lì mi tornavano alla mente tanti particolari, in primis gli occhi: gli occhi di pazienti mai visti prima che mi dicevano: “Voglio vedere mia figlia, mia madre, mio nipote. Non rivedrò mai più i miei cari”. Pensieri che si affollavano, che tu ascoltavi, senza sapere bene cosa fare o come rispondere. E’ stata una guerra, psicologica e anche fisica, perché eravamo bardati al punto da faticare a respirare. Ricordo i primi giorni: ci guardavamo sperduti tra colleghi. “Cosa è successo, cosa sta succedendo?” era la domanda ricorrente. E’ stato uno tsunami, piano piano abbiamo saputo costruire la nostra zattera per restare a galla. Sono cambiati il modo di lavorare, i compagni di corsia, la tipologia di paziente, eravamo stravolti ma abbiamo tenuto duro”.

“Paragono questa giornata – spiega invece Castoldi – a quella di Santa Barbara, quando si celebrano i Vigili del Fuoco: siamo figure a volte dimenticate, che invece andrebbero più spesso valorizzate. In altre parti del mondo e d’Europa questo avviene già, speriamo che pure l’Italia se ne accorga. Io lavoro in Terapia Intensiva: 4 letti di Rianimazione e 4 in Unità Coronarica, in tempi normali. In queste settimane invece nello stesso ambiente siamo passati ad avere 9 letti in Rianimazione più 2 in Cardiologia. Ricordo i primi momenti, la frenesia: un ricovero, poi un altro, poi un altro ancora. Senza fiato. Pazienti da Cremona, da Bergamo, da Romano di Lombardia, il primo in assoluto dal lodigiano. Siamo abituati a vedere pazienti intubati, ma stavolta è stato diverso: per alcuni speravi in un miracolo ma, non conoscendo il virus, dunque la terapia, e al contempo sapendo che si trattava di persone con patologie pregresse e magari anziane, a prevalere era un senso di impotenza. Questa è diventata paura, quando toccava intubare anche persone di 45-50 anni, e a volte ragazzi più giovani. Lì subentrava la rabbia. Poi finalmente la speranza s’è fatta strada, ha trovato un varco nella cappa di malumore e pessimismo: l’evoluzione di alcuni pazienti, il loro miglioramento. Io ad alcuni pazienti ho sussurrato all’orecchio frasi di incoraggiamento, lo ammetto. Non lo so se mai mi abbiano potuto sentire, perché in Terapia Intensiva non può esserci interazione. Il vero rapporto è con i numeri, quei dati che piano piano hanno iniziato a migliorare. A quel punto ho capito che non era la fine”.

21 febbraio 2020 è il giorno che non si dimentica. “E’ partito tutto da lì, l’Oglio Po in prima linea è finito da subito. Oggi incrocio alcuni colleghi, molti reparti sono tornati alla normalità pre-emergenza, e alcuni quasi non ricordano le loro mansioni di sempre. E’ stata una parentesi di due mesi – e speriamo sia finita – ma è stata una parentesi che ha segnato tutti noi, perché è apparsa eterna. In tutto questo la vera luce è stata la capacità di adattamento, in particolare dei giovani o nuovi infermieri, che hanno capito come comportarsi, non hanno perso tempo e, senza potersi ambientare, sono stati il nostro rinforzo. E’ stato come sentire la carica suonata in qualche western vecchia maniera. Di tutti i colleghi, nessuno escluso, non posso che tratteggiare la grande professionalità. Senza quella, la tempesta Coronavirus ci avrebbe travolti”.

Florence Nightingale, per inciso, portava questo nome perché era nata a Firenze, simbolo come tanti della cultura e della grandezza storica dell’Italia: che il Belpaese, magari, abbia più spesso a ricordarsi chi sono oggi i figli del movimento partito da quella signora inglese 200 anni fa. Soldati mai domi, quelli che la guerra del Coronavirus la stanno vincendo, perché di bianco hanno al massimo l’anima e la mascherina, ma di quel colore non hanno mai alzato bandiere.

Giovanni Gardani

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